A volte le acque del lago si agitano per...

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LEGGO...

°Marcela Serrano - L'albergo delle donne tristi°
°W.I.T.C.H.°
°Repubblica°

ASCOLTO...

°The Cure°
°The Smiths°


GUARDO...

°Troisi°



A Jane piace...

Il mare, le colline, soprattutto se può girarci in Vespa. Camilla, la sua cagnina appena deforme, i bambini e le cose da bambini, tutti i dolci con particolare predilezione per quelli molli e colorati, budini creme e gelatine. Le piace andare in vacanza in una enorme capitale europea e girarla in bicicletta o in metropolitana e accorgersi di capirla. Leggere e soprattutto scrivere. Capo Nord, e soprattutto arrivarci in macchina ascoltando Noi non ci saremo dei CSI. Gli scrittori sudamericani, Marquez, Allende, Serrano, Amado, ma anche Calvino, Baricco, Neruda e Ungaretti, Stephen King, Jonathan Coe, Neil Gaiman e le meravigliose graphic novel di Dave McKean. Il suo poeta preferito è Nazim Hikmet che però in questa fase si contende i primi posti con Pedro Salinas. Le piace il Corso e passeggiarci di pomeriggio, preferisce da sola, se deve scegliere. Le piace il caffè Roselli e la cioccolata calda al peperoncino, ma anche un tè alla vaniglia e, lì, parlare. Ama la complessità. Ama alla follia il cinema. Le piace da morire Buffy the Vampire Slayer, il telefilm più intelligente del mondo, e ha trovato ILLUMINANTE la visione di Evangelion. Le piace cantare. Le piace il rock ma anche la musica etnica, balcanica, sudamericana, il fado e il tango argentino, ama i Buena Vista Social Club e i cantautori italiani, De André, Rino Gaetano, De Gregori. Ama la musica indie che sta scoprendo poco a poco. Idolatra gli U2 e Tim Burton. Ama l'arte, i fumetti e il teatro. Le piacciono Monet, Rodin e i Peanuts (senza i quali non sarebbe mica stata la stessa persona). Le piace recitare. Le piace chiacchierare fino a tardi con le candele e la Nutella, come si faceva in quella casa piccola di Barcellona. Ama Barcellona, parlare spagnolo e viaggiare. Ama troppe altre cose e lo spazio qui è quello che è.

A Jane NON piace...

Sentirsi ansiosa, agitata (ma le succede spesso), litigare con qualcuno al telefono, essere costretta a vestirsi bene, fingere che le stia simpatico qualcuno che non le piace, dover dire di no alle persone. Andare ai matrimoni di chi non conosce, trovarsi in un ambiente dove tutti sono all'ultima moda e ballano i successi dell'estate, i caffè alla moda del Corso, l'aperitivo per farsi vedere. Non le piacciono l'estremismo e gli intellettuali che fanno gli intellettuali. A Jane non piace vedere allontanarsi le persone anche se spesso va così. Non le piacciono le verdure e nemmeno gli insaccati, fugge davanti al salame a fette. Non le piace rendersi conto di essere grande, crescere e via discorrendo. Non le piace sentirsi invisibile, anche se a volte sì. Non le piace rendersi conto che purtroppo, per l'ennesima volta, ha sopravvalutato. A Jane non piacciono le persone superficiali e poco sensibili, e i mediocri per scelta. Non le piacciono i silenzi pesanti, ma non le piace chi parla in continuazione. Non le piace dormire poco e sentirsi stordita. Non le piacciono le bevande alcooliche a parte la sangria e qualche vino rosso, fatta eccezione per certi goliardici rum e pera. Non le piacciono i ragni, i vestiti firmati e gli orecchini di oro giallo. Non le piace il gel nei capelli e chi fa il cinico per forza.

Che tempo fa oggi nella valle?

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Vi siete tuffati in: *loading*


 



"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.

Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."

(Pablo Neruda)


°Gein°
°BecckOnFlickr°


PERSONAGGI e INTERPRETI:

IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.

COLEI CHE E'
NEL MARE

Nel ruolo di quelbruco.

G.
Nel ruolo di SISTER

L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR

I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.

LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA

Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.

IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.

CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.

CONTINUA...

Nei dintorni del lago c'è questo di bello:































































































giovedì, novembre 29, 2007

Apple a lezione di musica



Sull'autobus centottantuno una ragazza coi ricci fitti fitti e neri, poggiata distratta a un finestrino, ha sorriso pensando a qualcosa di bello. Apple ne ha approfittato subito e si è infilata nel sorriso, è stato un po' un azzardo perché come sapete si era parlato di treni, però ha funzionato.
Salita sull'autobus quasi vuoto del primo mattino, Apple si è guardata intorno soppesando il terreno, e ha scorto una ragazza nell'angolo, seduta come al solito sulla pedana dietro l'obliteratrice gialla, incastrata.
La ragazza aveva imbroccato un'incredibile combinazione di guanti a righe, cappotto a quadri, stivali di gomma a pallini quale burla alla pioggia.
La ragazza-burla ha spiegato ad Apple che in giornate come questa uno deve avere tre tipi di musica a disposizione, e un fantastico ipod fucsia da incastrare nel taschino davanti del jeans.
Ci vuole la musica che soccombe al clima: i Sigur Ros, in questo mattino così. Poi la musica che asseconda il clima: ragione per la quale oggi la ragazza in questione ascolta il live a l'Olympia di Jeff Buckley. Poi devi avere pronta lì con te la musica che vince il clima: la ragazza-burla ne ha veramente parecchie di cose di questo tipo, ha gli I'm from Barcelona e gli Architecture in Helsinki, i Clap your hands say yeah, perfino i Green Day. Però dice ad Apple che, chissà perché, oggi non le va di ascoltare questa roba.
Deve essere perché assecondare il clima le dà l'impressione di farsi d'acqua anche lei, come dire. E scorrere via.
Apple la capisce benissimo, perché spesso vorrebbe essere liquida, come sapete.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 10:26 | link | commenti (7)
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lunedì, novembre 26, 2007

alice's fun daze - l'indovinello del Brucaliffo


aspetta che forse riesco a non pensare. che forse ci riesco per un minuto ancora, alza a palla il volume della musica e waaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaam! che razza di musica è questa? aspetta che forse riesco a non pensare, avevo pensato di non andare neanche in bagno perché così l'alcool non si disperdeva, non era tantissimo alcool comunque ma devo aver perso la mano. aspetta che forse riesco a non pensare. aspetta ancora un minuto ma sì, forse è meglio che andiamo via proprio adesso, e non torniamo indietro. quante ore è durata questa serata? sei, sette? no, è durata sette ore e un quarto. ho avuto come l'impressione di non potermi distrarre mai perché sono stata costantemente riportata sulla terra, costantemente riportata in quella dimensione naturale e innaturale insieme, dove sei sulla terra ma anche a un palmo, un palmo come sono certe persone, dispenso abbracci a tutti e ne dispenserei anche di più, stasera amo tutti e vorrei amare molto di più. un po' come quando sister sull'aperitivo mi dice che è innamorata di tutti, e anche di me. un po' come questo lunghissimo pomeriggio-sera che andava fotografato dall'inizio alla fine, sempre più concentrato, sempre più altrove, sempre più qui. mioddio. io sono una persona che richiede molta concentrazione capisci, molto impegno. io non sono una persona alla quale puoi riservare distrazioni. tu non l'hai capito in tempo ma non è colpa tua. io sono una persona impegnativa. richiedo molti sforzi ed è meglio metterci d'accordo da subito su questo punto. è meglio che sia chiaro adesso, e poco importa se dovrò eliminare un'altra canzone dalla playlist di itunes. del resto tu coincidi casualmente con il mio capro espiatorio, stasera. F., che reputo molto bello e molto worth it (ho pronta per te una pubblicità che non ti dico), mi dice che sono pessima. anzi, io dico che sono pessima, e F. risponde ma no? merincontraria, che risuona ogni mio stato d'animo amplificandolo, snocciola interpretazioni gioiello, chicche psicoanalitiche, invenzioni emozional-letterarie. bellissime siamo, io e merincontraria, credo sia una cosa così sfolgorante che rifugliamo ad occhio nudo, non mi dite che non ve ne siete accorti. stasera rifulgono tutti. rifulgono sotto la galleria umbertoprimo, rifulgono al buio e alla luce, con la musica e senza. dispenso abbracci. bevo melanù. spendo una quantità incalcolabile di soldi, per nulla. anzi non è esattamente nulla perché c'è pioggia e tacchi di mezzaltezza, la previsione di quattro ore di sonno, una litigata inedita a telefono, perle di saggezza, perle di saggezza, scheletri nell'armadio, tacchi e sanpietrini, vulesse addeventare suricillo, occhi occhi e ancora occhi, e poi alla fine "una canzone che ci servirà, a tutti e tre", e allora nella macchina waaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaam!
giurami, giurami che troverai un po' di tempo per me, il prossimo weekend. ti racconto, ti faccio sapere come è andata. è che abbiamo tutta questa voglia di amare Jane, tu eri troppo impegnata ad amare epperò c'avevi tutta quella vita sociale intorno. la mia voglia di amare mi distrae dallo spettacolo. il tutor non ci sta a sentire sdolcinatezze troppo a lungo e allora fa merincontraria, la vogliamo smettere con tutta questa voglia di amare?
vulesse addeventare suricillo nenna nè.
waaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaam!
tu sei pazzo.
il guru scuote la testa di ricci fittissimi.
occhi occhi e ancora occhi.
strano che di questa serata io mi ricorderò questo, poi.
però, mica così strano.

domattina, in treno, tra sei ore, comincerò Delitto e Castigo.
'notte al tutor, al chitarrista, a F., al guru, a D. che mi ascolta gridare, a sister che non c'era, a chi ha litigato con me al telefono. 'notte merincontraria.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 01:32 | link | commenti (3)
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sabato, novembre 24, 2007

°Lancilot la fatina del cazzo°

(riciclata, appropriata allo stato d'animo)

Lancilot è stanco e si accorge di essere invecchiato mentre si specchia in un’altra vetrina, non sa cosa contenga la vetrina, non riesce a cogliere il contenuto delle vetrine, non aveva mai visto vetrine fino a pochi minuti fa. Che cosa ci fa Lancilot spiazzato, spaesato, disciolto in mezzo a queste strade, non è il suo tempo questo, e certamente non è il suo luogo. Possiamo solo ipotizzare che si aggirerà per vicoli e stradoni fino a che la luna spunterà, allora si rivolgerà a lei come se potesse rispondergli, le chiederà che ore sono, le chiederà che fai tu luna in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna?
Allora possiamo ipotizzare che dalle nuvole si sentirà una voce che alle orecchie dei più suonerà come un rimbombo di tuono ma che sarà la voce della tartaruga, che chiaramente dirà fà quel che puoi, io non ti posso aiutare. E Lancilot chiederà chi sei? E lei risponderà tu che cosa pensi? Chi vuoi che vive qua fuori? Ma noi non sapremo mai se sarà stata la tartaruga o la luna a rispondere, Lancilot improvviasamente si troverà nella fila per entrare in un discobar di grido con un privé sul mare, chiederà ai giovanotti in fila avete visto per caso il mio scudiero, il fido Sancho Panza? Possiamo ipotizzare che qualcuno catturerà Lancilot e lo rinchiuderà in una gabbia di sbarre di legno che sarà affidata alla schiena forzuta di un piccolo mulo al trotto, il mulo si dirige lento lento fin nel centro di Salerno e percorre lento i vicoli dei Mercanti adesso vuoti deserti, la luna è sempre al suo posto improvvisamente piena e Lancilot privo di speranza le fa ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli? La luna improvvisamente impietosita concede a Lancilot qualche parola e gli fa svegliati, smettila di sognare di volare, di correre, di morire, di guidare sotto la pioggia, di aver scordato il motorino fuori dal garage, di aver scordato le scarpe, di aver scordato le ordinazioni da portare ai tavoli, di aver scordato di comprare le lentine ma quello era tuo fratello, è incredibile come possa dimenticare una cosa con tanta più facilità quante più volte gliela ripeti, e poi Lancilot perdonami se te lo dico ma dovresti proprio mangiare, i panni ti si allargano addosso e tu ti ci perdi dentro e ti perdi nelle nuvole e nelle lenzuola, e ti perdi per strada e perdi peso perciò quantomeno comprati un jeans che addosso ti stia decente. E per inciso, ti sei reso conto che sei un personaggio rubato, trafugato, che non dovresti affatto essere qui? Lancilot, hai ventisei anni, sono cazzi.
Allora Lancilot che nel frattempo è arrivato a Sedile del Campo si libera con un atto eroico dalla prigionia e per assicurarsi di esserci ancora va a specchiarsi nell’acqua della fontanella che gli rimanda l’immagine di una tartaruga che sghignazza e poi della sua faccia con il mascara nero sciolto, intanto passa un carretto del circo Bardamù con dentro un tizio del circo che invece di regalare i biglietti del circo declama poesie e dice questi giorni di febbre, vorrei questa sera non odiare, portami il tramonto in una tazza, e poi dice somiglia alla tua vita la vita del pastore, questa Lancilot non la capisce ma la luna sì, si sente eccessivamente importunata e si nasconde dietro un’enorme nuvola di pioggia, allora nel momento in cui inizia a piovere piano e poi forte Lancilot viene preso da una tristezza infinita e senza nome e capisce che è troppo tardi, che non cambierà niente, che ha bisogno di mangiare e soprattutto di dormire e pensa: dove mai sarà il mio scudiero?
Allora bussa alla corteccia di un albero che poi non è che una palma da lungomare, si sente l’armatura pesante come mille secoli di malefatte in spalla, lo Stregatto compare sul ramo più alto della palma e gli dice perduto qualcosa? E Lancilot gli dice non riesco a trovare la mia strada. Beh non puoi farci niente! Qui tutte le strade sono strade della regina! E siamo quasi tutti matti qui. Ma…già che non ne ho avuto niente, come faccio a volerne più? Vorrai dire come fai a volerne meno! Si può sempre volerne più di niente. E per inciso, COSA-ESSER-TU? Non le pare che prima potrebbe dirmi lei COSA-ESSER-LEI?
La conversazione si rivela così psicologicamente stancante per un Lancilot provato dalla pioggia e dalla musica chill-out che proviene da un lounge bar poco distante che chiameremo con il nome fittizio di MET, così mentalmente insostenibile che Lancilot se la svigna dopo aver chiesto un’ultima volta al gatto hai per caso visto il mio scudiero? Alché arriva Orson Welles che dice è ora di chiudere, nel caso non te ne fossi accorto questo è il MIO film. Allora Lancilot rendendosi conto che il momento è arrivato si appende al collo l’ipod e cerca una canzone epocale, adatta alla circostanza, ne sceglie una che dice trynaget some rest, lascia un bacio e un fiore caramellato per il suo amico pinguino che dorme e sogna sogni Emo qualche metro più in là, lascia un bacio e un tulipano di stoffa per il suo amico bruco che sogna omini verdi e angeli e trombette, però poi basta perché quando la porta sul tronco dell’albero si è aperta ti resta poco tempo e nell’ordine devi: bere dalla bottiglia con scritto bevimi, acconciarti i capelli come si deve, battere tra volte i tacchi e poi chiudere gli occhi, e salti.
Del resto Lancilot l’aveva detto anche a me: resterò finché cambia il vento.


E quando credi che cambierà, Mary Poppins?

 


Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 02:26 | link | commenti (2)
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martedì, novembre 20, 2007

Apple - una storia del duenovembre




Se volete sapere che cosa è successo ad Apple quando ha deciso di riaprire porte e finestre della sua cripta, comincio col dirvi che quando si è fatto di nuovo giorno faceva un bel po’ di freddo, l’aria era bianca ed era fatta come d’acqua, Apple aveva tutta la faccina bianca ancor più del solito, perché in genere il viso le diventa del colore dell’aria. Cominciò a diventare color dell’aria non appena lei aprì le imposte delle finestre: allora mise la testa dentro, subitissimo, perché Apple è parecchio bianca e rischiava come di sparire, se mi capite.
Se vuoi sapere come è fatta Apple devi pensare alle tue bambole, però bianche, pallidissime e fragili, come se le tu bambole fossero fatte di carta pur restando le tue bambole.
Apple è piccina come una piccola rana di carta, è fatta di riso e ha gli occhi molto viola e un vestitino a quadri, che però non mette proprio sempre. A volte porta sottane di merletti rossi e rosa l’una sull’altra, calze lunghissime e troppo larghe che continuano a caderle da ogni ginocchio, e solo qualche volta mette le scarpe.
Tu forse credi di conoscere Apple ma non è vero.
E’ solo perché assomiglia alla tua bambola, come sai: la faccia di porcellana, la pelle di luna, le ciglia finte e i capelli neri tutti scompigliati, che vanno per conto loro. E’ come quando tu tagli i capelli alla bambola. Ma Apple, sai, tu non la conosci affatto.
E comunque, se proprio vuoi saperlo, Apple quella mattina cadde: proprio così, cadde non appena si svegliò, dopo che ebbe messa la testa fuori dalle imposte e dai vetri di zucchero e tutto quel che già sai.
Tornò dentro, andava dritta verso la parete per staccare finalmente via il quadro con la donna di chiodi, o forse per appenderne un altro, uno con su una donna con le radici di una pianta che le crescono dal corpo, insomma era diretta verso il muro liscio e nero della cripta quando è caduta, è scivolata in una fuga tra le piastrelle del pavimento e noi, almeno, non l’abbiamo più vista.
Pare che sia caduta dentro, perché a volte diventa liquida: le succede proprio quando pensa che vorrebbe essere fatta d’acqua, e scivolare in strada dalle stecche delle persiane, a piccole gocce.
Deve essere quello che ha pensato in quel momento che è caduta, perché nessuno di noi è più riuscito a trovarla, e sì che abbiamo cercato per il resto della giornata, smosso cuscini e aperto cassetti, chiesto alla donna dei chiodi e chiamato anche fuori, in strada, pensando che forse era diventata acqua ed era scivolata fuori dalle stecche delle persiane.
Ma le cose questa volta erano andate diversamente: Apple era caduta in una fuga del pavimento, era caduta per tanti tanti metri e per minuti che si era messa a contare a partire da tre e andando all’ingiù, per poi stufarsi quasi subito di quel conto ridicolo e così aveva cominciato a star zitta e aveva scordato i numeri, mi dice.
Questa storia che segue me l’ha raccontata lei, dopo. Me l’ha raccontata quella stessa sera, che era la sera del due di novembre, insomma il tutto è successo pochi giorni fa e avrei voluto scriverlo prima, ma Apple non voleva che lo sapessero in troppi, è una bambina morta molto riservata, perciò ho dovuto aspettare che questa storia le passasse di mente: credo che non si prenderà nemmeno più il disturbo di venire qui a controllare che nessuno racconti le cose che mi ha detto e che ha visto dietro quell’incredibile fuga del pavimento.

Dunque Apple scivolò, liquida, e andò giù.
Dall’altra parte di Giù si cadeva per un bel po’ di tempo, e poi, come era iniziata, la caduta finì.
Giù stava un cimitero di lucine, un cimitero di notte, dato che Su era giorno.
Nel cimitero c’era una festa.
Apple non era abituata ai festeggiamenti nei cimiteri e così chiese alla prima persona che si trovò davanti, o almeno era quello che voleva fare, chiedere al primo che fosse passato.
Ma davanti non le passò nessuno, perché quelli che c’erano nel cimitero erano gli scheletri messicani seduti ad una lunga tavolata sotto i cipressi, coperti di sciarpe colorate e di drappi e con in testa i cappelli messicani, che facevano un gran baccano e non sembravano badare a lei. Apple non aveva mai visto niente del genere: e sì che di solito con lei ci sono gli animali di stoffa, gli animali cadavere della sua stanza che sono parecchio strani, e le danno parecchio da pensare, e da lamentarsi.
Ma quella era una scena ben strana anche per lei. Non posso dirti che ebbe proprio paura, perché la paura era un concetto controverso per Apple, così come il tempo e l’allegria, e molti altri che tiene scritti su un suo quadernetto. Però si guardava dall’avvicinarsi e se ne restava con le spalle al cipresso più grande, abbastanza divertita, in fondo, perché erano gli scheletri messicani i primi ad avere l’aria di divertirsi un mondo.
Ad un certo punto credo che fosse ora dei balli, perché qualcuno attaccò a suonare e allora fu davvero festa, gli scheletri se ne restarono seduti a brindare con grossi boccali che facevano affondare a turno nella grande botte di legno al centro della tavola, ma alcuni di loro si alzarono per invitare le donne a ballare, così che Apple pensò che forse avrebbero invitato anche lei e si chiese se fosse maleducato rifiutare l’invito di uno scheletro messicano.
Pensò che, a quel punto, tanto valeva avvicinarsi e provare a partecipare alla festa e a divertirsi un po’. Quelli che suonavano erano in realtà delle vecchie signore coi capelli come di lana, avvolti in nodi soffici poggiati alla nuca, tutte eleganti in merletti e cappellini fioriti, alcune con un ombrellino che pendeva attaccato al braccio libero dagli strumenti. Le vecchie signore suonavano vecchie canzoni messicane e soffiavano nelle trombe e agitavano le maracas cadavere, anche se sembravano essersi preparate per prendere un tè in salotto e forse era proprio quello che avrebbero fatto, dopo. Probabilmente a nessuna di loro andava di ballare con gli scheletri messicani: ma lo fecero lo stesso, per educazione, quando furono invitate.
Apple guardò la scena con un sorrisetto, pensando che in fondo era molto carino quel giro di coppiette eleganti sotto la luna, con intorno corone di fiori gialli e rossi e azzurri e filari di lucine aggrappate a rami e a cancellate, che in qualche modo pendevano in festoni dall’alto rischiarando volti già pallidi nella sera che profumava di amore romantico.
Apple camminò, perché ormai era lì, dice, e si sentì quasi allegra. Si chiedeva dove fosse la vecchia signora cantante, in verità. Aveva sentito le vecchie signore pronte per il tè che bisbigliavano tra di loro qualcosa a proposito della vecchia signora cantante che era mancata all’appello, e non era venuta alla festa quella sera, e sì che la stella della festa in fondo era lei, e avrebbe rimediato parecchi inviti perché tutti i messicani la aspettavano, alcuni dicevano che volevano farle il ritratto e avevano pronto per lei il calice di vino più buono, dolce e profumato con frutta cresciuta nella notte e chiodi di garofano e polvere di cannella.
Ma la vecchia signora non era andata alla tavolata della festa perché si era fermata vicino ad una delle tombe poco lontano, dove ancora arrivavano gli echi dei balli e i bagliori delle lucine, ma quando Apple camminando l’aveva vista, la vecchia signora le aveva sorriso un sorriso un po’ stanco ma incredibilmente dolce e comprensivo, e aveva abbassato un suo cappuccio scuro che teneva sollevato sulla testa bianca di capelli corti e morbidi, e aveva detto qualcosa che poi Apple mi aveva ripetuto, e cioè le aveva chiesto:
“Dimmi, bambina, cosa credi che abbiano questi fiori? Non so cos’abbiano stasera i fiori del cimitero. Ascoltali: quando li muove il vento sembra proprio che stiano piangendo. Ascolta e dimmi se li hai sentiti. Hai ascoltato?”
La vecchia signora guardava i fiori con tenerezza e compassione, e i fiori cominciarono a piangere sommessamente, anche Apple li sentì. Eppure non riusciva a capire, perché poco lontano c’era pur sempre una festa e tutti, anche i fiori, avrebbero dovuto divertirsi. La vecchia signora cantò con loro, per consolarli, ma i fiori erano inconsolabili e Apple, guardando ora per la prima volta la tomba con attenzione, notò che c’era sopra una fotografia di una donna bellissima e giovane, una donna con i capelli lucenti e corvini annodati stretti sulla nuca, e un garofano rosso poggiato su un orecchio. La donna aveva neri occhi profondi e infuocati, e la scritta sulla tomba poco più in basso diceva:
“Se già ti ho dato la vita, cos’altro puoi chiedermi? Puoi chiedere qualcosa d’altro?”
E allora Apple colse uno di quei fiori e lo posò vicino a quel ritratto di una donna col garofano tra i capelli, e chiese alla vecchia signora:
“Vorrei tornare nel mondo, su, tra i vivi. Vorrei sapere come si fa.”
“Sei sicura, bambina? Sei sicura di volerci andare?”
“No. Credo che faccia del male, il mondo dei vivi.”
“Quindi ne sei sicura?”
“No.”
“Bene. Allora ti dirò come si fa.”

Apple poi mi racconta che la vecchia signora cantante la guarda con un’intensità che in quel momento le sembrò inadatta per una bambina. La vecchia signora resta ferma per alcuni istanti, chiude gli occhi con delicatezza come se volesse ascoltare la voce dei fiori e anche la voce delle foglie, come se tutti avessero qualcosa da dirle e ogni parola fosse un messaggio di dolore e d’amore e lei non potesse trattenersi dall’ascoltarli tutti e dall’ascoltare moltissime storie di vita sfortunate, e comunque la vecchia signora, dice Apple, sembra ascoltare una musica che sente lei soltanto, portata da un pentagramma serpente, bianco e sfilacciato come le apparizioni dei cimiteri, una musica fatua, un fuoco fatuo.

La vecchia signora aprì gli occhi, e parlò ad Apple.
“Si tratta dei sorrisi, quei sorrisi distratti, che nascono senza pensarci, capisci.”
Apple disse sì, ma invece non capiva.
“Dico i sorrisi dei treni. Quando le persone sono in un treno,  a volte le vedi poggiate con la testa contro il vetro del finestrino, però leggere, come se la testa non avesse peso. Stanno così e guardano un mare che scorre lì fuori, o una campagna gelata, o dei piccoli paesi diroccati che sembrano un unico paese, povero e infinito.”
Apple disse sì, ma non ricordava se ne avesse mai viste, di persone così.
“Ma più spesso è il mare. O magari campi, ma purché siano campi lontani da casa. Allora quelle persone le vedi poggiate lì e con gli occhi che scorrono oltre il vetro, immerse in un pensiero. E poi, all’improvviso, sorridono.”
“Ma non lo fanno apposta, è un sorriso distratto, capisci.”
Apple disse sì. In effetti capiva, ma non sapeva come questo potesse aiutarla.
“Si passa di lì. Dai sorrisi distratti nei treni.”
“Si passa di lì per andare dove?”
“Per tornare su. I sorrisi distratti nei treni sono una porta. Di là puoi rientrarci, nel mondo dei vivi, ma solo per poche ore, e il sorriso deve essere davvero distratto. Se provi a far ridere qualcuno che sta sopra il treno non vale.”
Adesso Apple aveva capito. Provò a ricordarsi dei treni: ricordò una sonnolenza tiepida e dolce, scivolosa.
Ricordò che nel cimitero c’era ancora in corso una festa: pensò che forse poteva rimediare un bicchiere di vino profumato ai frutti notturni, e si chiese se era proprio il caso di darsi così tanta pena per ritornare.
La vecchia signora si sistemò sul capo bianco il suo cappuccio scuro, e si dimenticò di Apple all’istante.
O almeno, fece finta.




(Adesso, per concludere con questa storia, vi sveleremo che nel cimitero si cantava così, a quella festa di morti:

Me llama la noche, me llama el amor,
esta es la unica noche que viva la muerte,
canta Maria, canta el Fernando,
el hielo en la sangre me parece desaparecer.

Ay ay ay ay la noche de los muertos,
cuando la luna ilumina las calaveras,
no miro la muerte,
ma solo las almas que quieren amor.

... e per questa informazione, quanto mai preziosa, ringraziamo mucio, mariachi contemporaneo.)

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 12:59 | link | commenti (4)
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sabato, novembre 17, 2007

Riguardo al volto di Jane, come da foto


"Io ultimamente sono precipitata di nuovo nel look superadolescente... che poi mi piace! Già mi dicono che dimostro meno anni di quelli che ho... così arrivo a 16!"
"Vabbè, ma tu stai bene... hai questo viso così spensierato che se ti metti elegante o superadolescente sempre bene stai!"
(il chitarrista M., ad una Jane convinta di essere estremamente drammatica)


"Manda quella foto al casting del Signore degli Anelli"
(la vecchia merincontraria)

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 15:37 | link | commenti (7)
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mercoledì, novembre 14, 2007

Ci tenevo a lasciare scritto che

Una delle cose più belle e più dolci che siano mai state fatte per me è un messaggio al cellulare, arrivato ieri sera tardi, quasi ieri notte.
Ero a letto, e ho maledetto chi me l'aveva mandato, costringendomi a strisciare fuori da una coperta di vere piume d'oca, nella sera più fredda dell'autunno mite del sud.
Adesso ci ripenso, e mi sembra una cosa di una dolcezza infinita.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 13:51 | link | commenti
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martedì, novembre 06, 2007



"Todos me dicen el negro, Llorona
Negro pero cariñoso.
Todos me dicen el negro, Llorona
Negro pero cariñoso.
Yo soy como el chile verde, Llorona
Picante pero sabroso.
Yo soy como el chile verde, Llorona
Picante pero sabroso.

Ay de mí, Llorona Llorona,
Llorona, llévame al río
Tápame con tu rebozo, Llorona
Porque me muero de frió

Si porque te quiero quieres, Llorona
Quieres que te quiera más
Si ya te he dado la vida, Llorona
¿Qué mas quieres?
¿Quieres más?


 
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 12:44 | link | commenti
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lunedì, novembre 05, 2007

Ad andare a teatro con merincontraria alla pomeridiana della domenica, possono capitarti un po' di cose.
Ritrovarti in un teatro delizioso, dove non eri mai stata. Seduta per terra, guardare uno spettacolo che non ti aspettavi fantastico come è stato, inquietante e commovente nelle dosi esatte, con merincì che ti intozza dietro le spalle per commentare, sghignazzante, le stesse cose che stavi pensando tu.
Bere coca-cola light aspettando che ci chiami la signorina antipatica, tra resoconti di uscite serali, maglioncini a righe e margherite arancioni, sentendoci disperatamente Bridget Jones.

Sentire merincontraria che sul caffè alla nocciola ti apostrofa, sorniona come solo lei, che comunque non sei affatto Bridget quanto lei e che puoi ritenerti a valle, se consideri lei quanto è a monte.
Caracollare verso la macchina con il piumino senza maniche appeso alla borsetta nuova, mentre con una gonna cortissima ridi di pura goliardia, mentre sono le otto di sera e tu sei divertita e intenerita.
Sentire merincontraria che commenta i tuoi racconti con un: "Ma Jane, questa è un'equazione perfetta! Sei tra due parentesi quadre!"
Ricevere in dono una preziosa perla di saggezza che suona:
"Le cose non è che succedono quando uno è preparato come si deve. E' come quando sei struccata e ti baci col ragazzo che ti piace... è la vita!"

Accompagno Merincontraria alla Circumvesuviana, e pensando che devo sincerarmi dell'identità del suo misterioso commentatore ascolto ancora un paio di volte Lithium sulla via del ritorno, riflettendo qualcosa del tipo che mi sembra di portare occhiali scuri, occhiali scuri di sera, non so. Ho percepito una cosa del tipo: non vedo quello che ho sotto gli occhi. Non ci guardo da un po', da qualche mese o forse anche di più. La malattia, quella che discutiamo in sms notturni con l'amico F., mi sta accecando. Accorgersene, comunque, è qualcosa.

(On air - Nirvana)
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 12:28 | link | commenti (2)
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giovedì, novembre 01, 2007

In aeroporto ci sono due bambini assolutamente identici coi capelli a caschetto, solo uno leggermente più grande dell'altro. Scherzano con i gentori e io ancora non lo so, ma rivedrò uno dei due, con il padre, seduto a bere coca-cola su una panchina di Gardaland, due giorni più tardi. Bevo anch'io coca-cola e parlo al telefono con Johnson, la libreria di Capodichino è così poco libreria e così poco interessata ai libri che ce n'è praticamente solo uno scaffale di decenti, allora compro La casa degli spiriti della Allende pensando che tanto comunque un giorno lo dovrò leggere, e lo apro. Lo apro. Nelle due ore successive sono completamente incantata. Arrivo a Milano con la testa piena di: ragazze con i capelli lunghi verdi marini, bauli pieni di libri magici, voli in pallone e tavolini a tre gambe, donne che nascono l'una dall'altra e che si chiamano, una dopo l'altra: Nivea, Clara, Blanca, Alba. Così con la testa incantata arrivo a Milano.

Città che ormai sono abituata a riconoscere, di sera, dal finestrino di una macchina blu. Mi suona familiare, vista così, come dire. Ho addosso il jeans che non tolgo da due settimane, ferrea nell'esibizione di un look maschile e trasandato che vuole essere un finto grunge adolescenziale per costruire un personaggio ragazzino e strafottente. Ma Johnson lo sa, e mi sgama quasi subito. Perciò mi tratta da reginetta come al solito, mi porta a cena e mi illude che io sia una bella donna dei week-end milanesi, che a cena ascolta sorridente le spiegazioni dello chef piatto per piatto. Quel malefico Johnson.

Però io non ci casco e fatto sta che un paio d'ore dopo siamo a ballare nel posto più scoppiato del mondo, dove si balla Anarchy in the UK e Boys don't cry e le canzoncine punkadolescenti che in questo periodo piacciono tanto a mio fratello, bevo un paio di mojito e suppongo che qui non facciano entrare nessuno che non porti una giacchetta di felpa e che dimostri più di ventidue anni. La notte finisce in un soggiorno grandissimo, in quattro seduti per terra anche se le sedie ci sono.
"Devo andare a vedere questo appartamento che: non ha i riscaldamenti, non è illuminato, non ha praticamente finestre, ha il bagno fuori dalla porta. A questo punto ci vado, vado per curiosità, lo voglio proprio vedere, capisci."
Tornando a casa penso che come ogni volta che sono qui mi si risveglia una specie di istinto di futuro possibile, come dire.

Il sabato è una giornata primaverile e luminosa, mi libero del cappotto quasi subito, con ancora la testa incantata esco nella mattina già tarda e piena di sole, mi stupisco di non avvertire la mia solita angoscia della mattina, quella che sale dal basso verso l'alto, mi stupisco ma è un attimo perché non sono concentrata, sto guardando questo azzurro calmo e queste strade residenziali, poco lontano abita la mia amica coi capelli rossi che si chiama appunto Rossa, sono a pranzo da lei che è scappata qualche mese fa da qui, dal suo negozio, dalla sua stanza spoglia divisa con la sorella, da un po' di cose.
La Rossa è una persona forte e liscia come una parete di roccia, una parete con una porta disegnata che potrebbe anche aprirsi, ma dipende da te. Da lei mi ci porta il solito Johnson con i suoi cd incredibili nella macchina blu, le compilation di Johnson che hanno conquistato una certa fama perché c'è sempre qualcosa di energico e di pulito nella musica che gli piace, qualcosa di leggero e di solare che poi è quello che distingue Johnson dalle persone normali.
Così la sua macchina blu con dentro la musica mi porta a casa della Rossa, dove trovo che la Rossa ha una bella stanza celeste con un farfalla e un poster di una fata, poi c'è Audrey Hepburn perché lei si dà molti modi da personcina raffinata e non a caso il suo negozio vendeva borsette e bigiotteria da signorina e venivo presa in giro quando entravo con i miei grossi cappelli di lana e le ali di Carnevale e in fondo ci entravo anche per questo. Nei suoi cuscini nuovi Ikea celesti e verdi, nei dettagli fucsia, nella fila di lampadine a forma di fiore che ha attaccato alla porta, colorate, negli specchi e nelle riviste e i fiori di stoffa e i dettagli di colori chiari e allegri della sua casa luminosa, sento chiaramente che la sua vita è cambiata, che è diversa e migliore. Sento come se lei si fosse liberata di una cosa che aveva sul petto e ha un'energia che le gira intorno, una cosa che le scorre attraverso e che arriva fino a me. Ecco, mi piace perché la vedo così forse per la prima volta, come se fosse diventata liquida, fluida, e avesse imparato a scorrere come non è mai riuscita. C'è talmente tanta semplicità e affetto in questo che per un attimo, esasperatamente emotiva come sono da un po', mi commuovo. E poi penso che questi discorsi di aure ed energie fanno un po' tavolino a tre gambe, penso che mi ha dato un po' troppo alla testa La casa degli spiriti, e mi viene da ridere.

Il sabato pomeriggio sono in quella parte del centro di Milano che amo molto, quella parte che è Milano ma che potrebbe essere qualunque altro posto del mondo. Quella parte dove un po' di mesi fa c'era il Festivalbar e palloncini di quelli che sfuggono ai polsi dei bambini, ora a due passi da caldarroste e mostre d'arte, il Kandinsky che vedemmo a giugno discorrendo d'astrattismo come due esperti di pittura del cavolo e Vivienne Westwood e David LaChapelle che chiedono a gran voce un intero pomeriggio del mio tempo, prima o poi. E' la parte di Milano in cui io e la Rossa guardiamo vetrine e passeggiamo chiacchierando degli anni Settanta e di mille cose piccole, scattiamo una fotografia a due turiste americane carinissime che ci chiedono please can you take a picture of us, saliamo all'ultimo piano della Rinascente, è un giro così da sabato pomeriggio senza pensieri che non facciamo da tanto tanto tempo, che sembra ristabilire e normalizzare delle cose tra di noi che hanno subito molti attacchi nell'ultimo anno, attacchi di certi eventi tristi e di una fuga e di una certa persona tra me e lei che non avrebbe meritato di diventare una parete divisoria per il figlio di puttana che si è poi rivelato. La Rossa mi porta al piano in alto della Rinascente perché vuol farmi vedere una cosa: e lì usciamo su un'incredibile terrazza dove il Duomo è a un palmo da noi, alto quanto noi, illuminato nella notte che è appena all'inizio, nel crepuscolo ancora rosso. Siamo incredibilmente allegre, ci sediamo a mangiare il sushi con i piattini che ci scorrono davanti come barchette, prendiamo un caffè che lei vuole assolutamente perché, dice, "qui ti danno la vaschetta con la panna a parte". Quando saremo ricche, decidiamo, verremo a cena qui, sulla terrazza, quando il Duomo è d'oro nel crepuscolo nebbioso.

All'altro capo di questo lungo pomeriggio mi aspetta mucio, con il suo maglioncino a righe da ragazzino sotto il caschetto arruffatissimo, con l'amico Sergio, bolognese di natali inca, e la storica Bombonera ripiena di mappe stradali di tutte le città del mondo. Non ho parole per mucio che meriterebbe un paragrafo a parte, ma è un paragrafo che non ha parole perché mucio sfugge a commenti e a definizioni, la sua macchina ti scarrozza in giro ma la sua testa di più. Certo è che, seduta dietro nella Bombonera, a lasciarmi prendere in giro da lui con la sua faccia seria, mentre mi porta all'aperitivo in enoteca nel quartiere cinese e mi offre su un piatto d'argento mille modi diversi per farmi canzonare, non so, è un divertimento supremo, è una leggerezza suprema, maestosa. Mentre beviamo vino bianco e mangiamo pezzetti di formaggio insapore sulla soglia dell'enoteca, con i ragazzini cinesi che ci passano di fianco in gruppetti trendy, io mi stringo nella solita felpa verde e penso che probabilmente l'angoscia non mi salirà mai più dal basso verso l'alto, che se volessi potrei restare esattamente dove mi trovo, sul lato illuminato della strada.

Durante la notte, ad un orario imprecisato, mi arriva un messaggio che dice: "Ho voglia di bere persone. Stasera amo tutti e tutte, e vorrei amare molto di più."
Per cui penso che qualcuno deve essere ubriaco, e con la testa incantata, almeno quanto me.

La domenica ce ne andiamo in gita a Gardaland, dove è Halloween come nei miei sogni più sciocchi. E' Halloween con le zucche vere, grandissime, arancioni, che profumano tutto e coprono e riempiono ogni angolo, in un numero che non pensavo possibile. I bambini vanno vestiti da piccoli mostri, splendide streghine con la faccia dipinta e imbrillantinata. Quando avrò una figlia le comprerò vestiti da principessa e da strega, e la porterò in posti fantastici ogni volta che vorrà. E vorrò che cresca sentendo che la fantasia è reale.

E' una giornata dolcissima senza pensieri, profumata di zucca e di mais, di spiedini di frutta al cioccolato e di mele al caramello su un bastoncino. L'aria è grigia, chiara e fresca, c'è una nebbia sottilissima e leggera, solo quel tanto perché le cose sembrino incantate, come dietro l'acqua. E poi alberi, colori bellissimi, rossi e arancio dorato che non ricordavo, come in illustrazioni di vecchi libri. Noi ridiamo, ridiamo moltissimo. Abbiamo tutti pochi anni, pur avendone abbastanza. Perfino io adesso uso parole come "in ufficio", "il mio capo". Ma lo faccio per darmi un tono, per giocarci. Anche se è vero, per me resta un gioco. Passeggiando per queste stradine finte, agghindate da festa dei mostri, di caramelle e tiri a segno, tirando a turno una manica di Johnson e una di mucio per mostrargli qualcosa di imperdibile, per fare in fretta, per comprare caramelle alla cannella, ho una percezione abbastanza chiara di me, mi prendo in giro da sola, sono una cosa che mi irrita e mi intenerisce insieme, che mi confonde e mi tiene in piedi e mi spinge alla resa mormorando che vabbè, tutti i bambini crescono tranne uno.

Comunque, ho avuto la mia prima colazione a letto, che non è poco.
Sono tornata con un'inquietudine strana.
La spiegavo a G., ieri sera, dirette al cinema dove le ultime volte tendiamo a far fuori un numero spropositato di caramelle e palline di cioccolato ai cereali.
Suppongo sia per la pioggia, per Halloween, per l'alternanza tra giorno e notte, per quello che si affaccia, timido, tra le pieghe angosciose della mancanza di direzione. Quel che c'è di buono nello sbando.
Ma non lo dico a G.: lo capisce da sola, e non c'è bisogno di parlare.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 16:41 | link | commenti (8)
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...non sia mai detto che questa cosa di Halloween non la si faccia così.


Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 01:37 | link | commenti
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