A volte le acque del lago si agitano per...

A proposito: il mio MSN livespace...
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Cheekygirl
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Dario - one man band
Elisina
Francesco, il violino e la balena
Gattosolitario
Giorgiariccia
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Il cugino Gionn
Johnson il farmacista
La torre di Babelez
Merincontraria
Mucio
Paps
Pep - Norvegian wood
PleiadiElisewin
Rflessioni del Libraio
RobertoColorato
Silvietta
Sombra de Luna
SospesoNelTempo
Voa
















LEGGO...

°Marcela Serrano - L'albergo delle donne tristi°
°W.I.T.C.H.°
°Repubblica°

ASCOLTO...

°The Cure°
°The Smiths°


GUARDO...

°Troisi°



A Jane piace...

Il mare, le colline, soprattutto se può girarci in Vespa. Camilla, la sua cagnina appena deforme, i bambini e le cose da bambini, tutti i dolci con particolare predilezione per quelli molli e colorati, budini creme e gelatine. Le piace andare in vacanza in una enorme capitale europea e girarla in bicicletta o in metropolitana e accorgersi di capirla. Leggere e soprattutto scrivere. Capo Nord, e soprattutto arrivarci in macchina ascoltando Noi non ci saremo dei CSI. Gli scrittori sudamericani, Marquez, Allende, Serrano, Amado, ma anche Calvino, Baricco, Neruda e Ungaretti, Stephen King, Jonathan Coe, Neil Gaiman e le meravigliose graphic novel di Dave McKean. Il suo poeta preferito è Nazim Hikmet che però in questa fase si contende i primi posti con Pedro Salinas. Le piace il Corso e passeggiarci di pomeriggio, preferisce da sola, se deve scegliere. Le piace il caffè Roselli e la cioccolata calda al peperoncino, ma anche un tè alla vaniglia e, lì, parlare. Ama la complessità. Ama alla follia il cinema. Le piace da morire Buffy the Vampire Slayer, il telefilm più intelligente del mondo, e ha trovato ILLUMINANTE la visione di Evangelion. Le piace cantare. Le piace il rock ma anche la musica etnica, balcanica, sudamericana, il fado e il tango argentino, ama i Buena Vista Social Club e i cantautori italiani, De André, Rino Gaetano, De Gregori. Ama la musica indie che sta scoprendo poco a poco. Idolatra gli U2 e Tim Burton. Ama l'arte, i fumetti e il teatro. Le piacciono Monet, Rodin e i Peanuts (senza i quali non sarebbe mica stata la stessa persona). Le piace recitare. Le piace chiacchierare fino a tardi con le candele e la Nutella, come si faceva in quella casa piccola di Barcellona. Ama Barcellona, parlare spagnolo e viaggiare. Ama troppe altre cose e lo spazio qui è quello che è.

A Jane NON piace...

Sentirsi ansiosa, agitata (ma le succede spesso), litigare con qualcuno al telefono, essere costretta a vestirsi bene, fingere che le stia simpatico qualcuno che non le piace, dover dire di no alle persone. Andare ai matrimoni di chi non conosce, trovarsi in un ambiente dove tutti sono all'ultima moda e ballano i successi dell'estate, i caffè alla moda del Corso, l'aperitivo per farsi vedere. Non le piacciono l'estremismo e gli intellettuali che fanno gli intellettuali. A Jane non piace vedere allontanarsi le persone anche se spesso va così. Non le piacciono le verdure e nemmeno gli insaccati, fugge davanti al salame a fette. Non le piace rendersi conto di essere grande, crescere e via discorrendo. Non le piace sentirsi invisibile, anche se a volte sì. Non le piace rendersi conto che purtroppo, per l'ennesima volta, ha sopravvalutato. A Jane non piacciono le persone superficiali e poco sensibili, e i mediocri per scelta. Non le piacciono i silenzi pesanti, ma non le piace chi parla in continuazione. Non le piace dormire poco e sentirsi stordita. Non le piacciono le bevande alcooliche a parte la sangria e qualche vino rosso, fatta eccezione per certi goliardici rum e pera. Non le piacciono i ragni, i vestiti firmati e gli orecchini di oro giallo. Non le piace il gel nei capelli e chi fa il cinico per forza.

Che tempo fa oggi nella valle?

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Vi siete tuffati in: *loading*


 



"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.

Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."

(Pablo Neruda)


°Gein°
°BecckOnFlickr°


PERSONAGGI e INTERPRETI:

IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.

COLEI CHE E'
NEL MARE

Nel ruolo di quelbruco.

G.
Nel ruolo di SISTER

L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR

I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.

LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA

Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.

IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.

CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.

CONTINUA...

Nei dintorni del lago c'è questo di bello:































































































lunedì, ottobre 29, 2007

E' un po' che ho una sensibilità ipersviluppata, e tutto quello che leggo e che vedo e che ascolto lo sento come se fosse l'ultimo giorno della Terra, con tutti i sensi del mondo e anche di più. E' come se le mie percezioni si fossero enormemente affinate, qualunque stimolo esterno mi arriva moltiplicato per mille. Sento con più chiarezza e vivo ciò che vivono loro. Li sento vivi: anche quelli che non lo sono, che non sono mai esistiti. Ma sono sicura che è esistito Robert Jordan con la pancia tesa sugli aghi di pino del terreno e una gamba rotta mentre aspetta che i fascisti arrivino a portata di mirino. Sono stata con lui su quelle montagne di tranelli mentre diceva a Maria che, se fosse andata via, l'avrebbe portato con lei e sarebbe stato l'unico modo per salvarlo, e lei sarebbe stata tutto quello che rimaneva di lui. Sono stata con lui, mentre sulla panchina del Vomero avevo gli occhi rossi e la mano sulla bocca come una signorina dell'Ottocento. Sono con Jeff Buckley all'Olympia ogni volta che suona Dream Brother, me lo immagino con uno sguardo sofferente e antico, i capelli appena lunghi e nelle vene la stessa cosa che sento scorrere io. Sono Janis Joplin ad ogni Summertime, lascio sfilare e sfilacciare la voce alla fine di ogni strofa, sento scorrere in gola le parole ruvide, granuli intensi, sento quell'assolo di vecchia chitarra come una cosa che mi scava la pelle. Sono in una piccola stanza che affaccia su un giardino tranquillo insieme ad Emily Dickinson, e le parole sono le più giuste possibli, chiare e limpide eppure infinitamente malinconiche, come di una malinconia che è nata con te. Sono Il violino che si sente affiorare nelle ultime battute del tango di Schindler's list: o meglio quel violino lo sento parlare, dialogare con gli altri violini, aggiungere una fortissima nota drammatica che si incide come un segno rosso su quella musica dolcissima e triste, come un urlo non ascoltato, come strepitare in un deserto dove nessuno ascolta chi batte le mani. E sono la notte sul canale di Lubecca quando Vinicio racconta la storia dei vecchi pianoforti che si corteggiano e poi ballano, e così dimenticano il passato, o perlomeno, provano.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 21:26 | link | commenti
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giovedì, ottobre 25, 2007

(Libreria Feltrinelli, Piazza dei Martiri, pomeriggio)



"E' assurdo
dice la ragione
E' quel che è
dice l'amore

E' infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
E' vano
dice il giudizio
E' quel che è
dice l'amore

E' ridicolo
dice l'orgoglio
E' avventato
dice la prudenza
E' impossibile
dice l'esperienza

E' quel che è
dice l'amore"


(E' quel che è - Erich Fried)
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 10:24 | link | commenti (2)
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lunedì, ottobre 22, 2007

... difficile credere a ciò che trovate appeso alle pareti
della cripta di Apple.





Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 11:30 | link | commenti (2)
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sabato, ottobre 20, 2007

Apple chiamò a raccolta tutti i pupazzi della stanza, anche quelli brutti.
Aveva bisogno di un parere, ma quel giorno i pupazzi sembravano distratti.
Erano distratti: guardavano fuori dai vetri, il vento limpido di quella giornata così insolitamente fredda.
Apple si diede da fare per richiamare la loro attenzione.
Alle pareti della cripta il vento si sentiva bussare appena, era tutta roccia molto spessa, mattoni grigi pesanti. Però i vetri erano sottili sottili come sfoglie di zucchero.
"Andiamo, statemi a sentire!", grida Apple indispettita.
E' che si sente un poco confusa, si è svegliata storta dopo una notte a pezzetti. Ha avuto bisogno di mangiare certi biscotti che teneva nascosti, a una certa ora della notte. Ha riunito un'assemblea dei pupazzi morti appena è stata certa che tutti si fossero svegliati.
"Ho bisogno di sapere", dice esitando, "cosa credete che dovrei fare. Ho bisogno di sapere come la pensate sul mondo dei vivi. Se credete che dovrei fare di tutto per tornare là, come abbiamo sempre detto."
Un grosso ragno di peluche prende la parola.
"Apple, tu sei morta. Sei una di noi. Nel profondo di te stessa, lo sai."
"Ragno, ognuno di voi qui vorrebbe essere tra i vivi. Ne abbiamo parlato tanto, e abbiamo deciso che ci avrei provato. Non ricordi?"
I topolini di campagna si sedettero tutti impettiti. Il pipistrello lillà chiedeva la parola. Tutti si drizzarono a sedere sui loro cuscini, perché lo conoscevano come un tipo saggio e navigato della vita dei morti.
"Vedi Apple", cominciò dolce, "tu sei morta. Questo l'hai sempre saputo. Quando guardi fuori da quelle finestre tu vedi un campo giochi dove i bambini vivi sembrano spassarsela un mondo. Ciò non toglie che tu sia tecnicamente morta."
Apple ascoltava, visibilmente confusa.
"Ora, il caso vuole che siamo venuti casualmente a conoscenza che la tua morte non è una condizione irreversibile. Abbiamo fatto un piano accurato, a questo proposito, riguardo alle mosse che dovresti attuare per ritornare ad una condizione di....come dire....vita."
Apple e gli altri ascoltavano, visibilmente partecipi.
Il pipistrello lillà guardo la bambina con una dolcezza lontana, antica, della quale non tutti seppero spiegarsi il senso.
"Vedi, Apple, tutto potrebbe funzionare per il meglio, se solo tu fossi convinta di voler ritornare in vita. Ma io so che tu, nel profondo, non lo sei. Tu, nel profondo, non lo sai."
Apple tacque. Lanciò uno sguardo carico di intensità interrogativa al di là di quei vetri sottili e crepati. Trattene nelle pupille bianche la scena, non più del tempo necessario per distinguere segni di gessetto sull'asfalto, numeri e saltelli.
Il mondo era fuori, la vita pure. A quella vita aveva detto addio, ormai quando? Non lo ricordava più. Aveva dato per scontato di essere una bambina morta, aveva degli amici morti. Qualcosa in quel mondo di orsetti cadavere le metteva addosso una malinconia, uno struggimento dolce, l'appartenenza calda che traboccava dallo sguardo delicato del pipistrello lillà. Apple non sapeva cosa fare, e i suoi amici non l'aiutavano. Avevano avuto la stramaledetta idea di lasciare che fosse lei a scegliere.
"Tu sei una codarda, Apple", squittisce all'improvviso uno dei topini, il più piccolo del gruppo.
"Sei una codarda. Non hai il fegato per restare qui in mezzo a tutti noi, continui a guardare quei bambini vivi come se desiderassi davvero di essere là a lanciare sassolini e saltellare. E non hai il fegato per andartene, per ritornare."
Ritornare? Pensava Apple.
Ma cosa vuol dire, poi, ritornare?
E' che quando si parla di queste cose Apple ci capisce poco e si perde quasi subito.
Decide di volerci dormire su: manda via tutti, e chiude tutte le imposte della cripta, che diventa, appunto, una cripta. Apple è triste.
Del resto è solo una piccola bambina morta.


Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 16:56 | link | commenti (1)
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venerdì, ottobre 19, 2007

Testa in stand-by.
Stand-by.
Mezzi pubblici, tanti passi da sola, pioggia, sole, freddo, Feltrinelli, monolocale di F., aperol spritz, pullman, Hemingway, metro, funicolare, coinquilini, Hemingway, mattine, mattine e ancora mattine.
Stand-by: nessun segnale, nessun rumore, funzionamento in automatico. Telefonate, piazza Dante, e-mail, una pizza, il lavoro, il lavoro? Le illustrazioni, il caffè, il cappuccino, ci vuole un po' di cacao? Giovanni Allevi e la colonna sonora del Postino, la natura umana. La cattiveria, il coraggio, Julien Sorel nei salotti parigini. Parigi, Milano, il futuro il passato e il presente. L'alcool che lentamente entra in circolo, nel monolocale di F. La mia mente è questa eeeeeeee

funicolare, sunnyside of the street, i miei colori, ti trovo più magra, più bella, più luminosa, non so. Pioggia, dormo, spegnimi la luce per favore, non mi svegliare. Abbracci, sonno, tre amici, la macchina, la musica punk, il policlinico, il Janefratello. La televisione, la sera. House, Gilmore Girls, Grey's Anatomy. Io dentro, io fuori, io forse. Via dei Mille, i fiori, il PAN, il viaggio, una strada verso il mare. House, Gilmore Girls, Grey's Anatomy. Io non so come vivere in un mondo in cui lui non c'è più.

"Le mie mani si muovono

E stanno ferme

Ma più spesso si muovono

La mia testa si muove

E sta ferma

Ma più spesso si muove

I miei capelli crescono ed io

Io li coloro

E loro ricrescono

 

La mia mente pensa

E a volte no

Ma di solito si perde

In pensieri di niente

 

La mia mente è questa

Io lo so

Quando capita è che

Significa è

Un pensiero di niente

 

Io non so cosa dirti

E cosa darti

Se fuggirti o cercarti

Finchè la vita e non la morte

Ci separa

Ne parliamo domani

I pensieri non tornano

Perché vanno

E vanno lontano"

 

(Petra Magoni e Ferruccio Spineti - Pensieri di niente)

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 21:18 | link | commenti (4)
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domenica, ottobre 14, 2007

Fine settimana che pare rasserenante.

Venerdì, aperitivo e film a casa, con mamma.
Un bel film italiano e pure intelligente.
Sabato pic-nic e libri di poesia sulla spiaggia di Erchie.
Il posto dove si rifugiano i sentimenti stanchi di combattere.
Noi insieme a Neruda, Hikmet e Ungaretti: il sole e una compagnia illustre.
La sera, Stardust al Multisala dove non entravo da mesi, un sacchetto di smarties e coca-cola, una maglietta con la Superchicca bionda.
Domenica, una giornata intera al centro commerciale.
Pranzo al Pork Haus, acquisti utili e inutili pagati dalla mamma e dalla zia, Janefratello, giornata assolata e fredda, tranquillità.
Allora mi chiedo come mai l'agitazione mi sale come febbre. Come febbricola.

Devo trovare un equilibrio. Devo trovarlo subito, perché presto sarà tardi.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 20:23 | link | commenti (2)
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sabato, ottobre 13, 2007

In Parte_nope



Quando in una città che si chiama col nome di una sirena tu sei invisibile, puoi averne molti vantaggi.
Se riesci a renderti invisibile come gli spiriti dell'aria, allora diventi una naiade di un bosco che è di nuovo un bosco di pietre, solo più grande, diventi un piccolo nano magico nascosto dietro un albero del bosco di pietre, diventi un essere piccolo e incappucciato, comunque piccolo. Ti senti invisibile a tal punto che puoi anche entrare in un posto dove non entreresti mai, sicura di non essere riconosciuta, puoi anche tenere le cuffie dell'ipod perché nessuno ti vedrà e si sognerà mai di fare dei commenti inopportuni. Puoi entrare anche, poniamo, in una chiesa.

Nella città-sirena la giornata si soppesa da quanta luce entra dalle finestre del Vomero, da quanto freddo si sente nella prima ora della mattina, quella dei primi rumori del palazzo, dei ragazzi nell'altra stanza. La porta del bagno a soffietto che per chiudere bisogna sbattere. Il televisore con i cartoni animati di Barbie. Poi ecco che diventi invisibile e guardi gli stivali che hai messo, riflessi nelle vetrine: in quelle nere si vede meglio, come sai. Solo stivali, stivali che se ne vanno a spasso da soli, percorrono lunghi corridoi sottoterra e scavano buchi nei fianchi delle colline, le colline hanno nomi come la collina del Vomero, la collina di Posillipo. Io sono sicura di essere invisibile ma poi un po' mi viene il dubbio, allora mi vesto di verde perché così è sicuro che mi trasformerò, tanto posso essere un affare fatato tipo un pixie col le alette ancora per un giorno soltanto, perché non ho bisogno di parlare con nessuno e ho bisogno solo di camminare, misurare ancora con i passi questa città dove le strade della sirena hanno nomi tipo via dei Mille, via Chiaia, via Scarlatti e via Bernini, funicolare di Chiaia, funicolare del Vomero, piazzale Tecchio alle nove di mattina dove faccio per la prima volta la conoscenza del sole: ogni mattina fa un po' meno caldo. Allora porto sempre questa giacca verde, nel treno faccio mentalmente la differenza tra: me e le signore anziane, me e i ragazzini del liceo, me e la signora con la busta della spesa, me e gli universitari. Per me nessun esame, nessun appunto da ripassare, nessuna preoccupazione eccessiva per una laurea che pare ingombrante ma non lo sarà. Posso leggere in qualunque momento della giornata Per chi suona la campana, posso scendere a Piazza Amedeo e camminare in silenzio per via dei Mille a tempo di Alfama dei Madredeus, a via dei Mille ci sono i fiori più belli di tutta Napoli ai banchetti ai lati della strada, fiori spessi e coperti di goccioline, di tutti i colori che esistono e anche quelli che non ti immaginavi. Poi puoi girarti e guardare alle tue spalle all'improvviso come se avessi dimenticato qualcosa e notare la collina, con i palazzi come castelli che occhieggiano in mezzo a certi rami di certi parchi, e restare stordito dalla bellezza di questa città che in fondo hai sempre detestato senza sapere perché, come quando decidi di andare a guardare il mare ma quando ti affacci vedi soltanto la strada, così, un mare di automobili con i primi fari della sera e alberi e solo un pezzetto di mare lontano e un padre che gioca con il bambino, che gioca a far finta di farlo cadere dal muretto, e i ragazzini che ti chiamano e ti prendono in giro per la strada, allora ritorni indietro sui tuoi passi e quando ti volti senza capire passa uno stormo di qualcosa che è un tipo di uccello che non sai, ma: elegante, lento, uccelli che volano come se si fossero dati uno slancio di anni che sta arrivando al termine solo adesso, al termine, lento, verso qualcosa che hanno scordato. E questi uccelli tracciano una cosa come un solco nel tuo occhio e in un cielo freddo e stranamente luminoso, strano perché sono le otto di sera e la luce se n'è andata, dietro gli uccelli c'è piazza Plebiscito che è molto più grande di come ricordavo, e appena sopra la piazza ci sono profili neri dei tetti dei palazzi, antenne. Ti pare di capire improvvisamente molte cose su questa sirena, ti mozza il respiro la bellezza di questa scena, ancora dietro vedi le luci di questa sera appena iniziata e il passeggio delle persone che riflettono soltanto sui negozi e assaggiano le tortine alla frutta e il caffè caldo, i tacchi sui sampietrini e le macchine della Polizia. E tu non ci stai davvero pensando perché sei pur sempre invisibile e anche se per una qualche ragione incomprensibile avessi smesso di esserlo allora vi imploro, almeno stasera, mentre mi stringo la giacca verde in un tentativo inutile di prendere un po' caldo, imploro invisible please, please let me be-lieve-this.

Nel numero centottantuno delle sei di sera vengo distratta da molti discorsi incrociati, ascolto parlare le signore belle del Vomero, leggo continuamente i nomi delle fermate e cerco di capire dove sono, cerco di farmi un'idea di questa geografia imprecisa e impossibile da memorizzare ancora dopo tanto tempo. Ma in realtà è tutto nuovo a partire dalla mia giacca verde e da questi capelli così corti, nell'ipod Madredeus e Janis Joplin, Carla Bruni e i soliti Okkervil River, CSI e David Bowie, un ipod da pazzi. Ed eccoti la sirena che mi mozza il respiro di nuovo, nel fumo del tramonto delle sei mi piazza le isole, una dietro l'altra, e il mare. Si sale e si scende, la città è anche più obliqua di quanto la ricordavo, nel treno e nel pullman e in funicolare ho tutto il tempo di leggere di Robert Jordan che è andato lì soltanto per far saltare un ponte, e poi succede quel che succede.

Così mi si sono alternati alle costole questi strani personaggi che disturbano parecchio quando uno vorrebbe solo starsene solo e invisibile, fatine vestite come Barbie gli dei del cartone di Pollon, spiriti giapponesi dell'acqua nella mezzora di pioggia fuori dalle finestre di Tilapia, e poi l'intero equipaggio islandese della Hekla in rotta verso il mitico Vinland, e poi quei mille piccoli esseri fastidiosi che mi vivono in testa e hanno forma di zucca e di bambina-pesce, o di bambina-cadavere o di bambina-sirena, come è giusto in una città come questa. Sono venuti con me tutta la giornata, mi hanno trasformato in mille cose diverse, è stato faticoso ma per fortuna nessuno poteva vedermi e allora nessuno poteva vedere lo sfacelo ché ero invisibile.
Così com'ero, invisibile, con le cuffie bianche dell'ipod e le mani strette nelle tasche per il freddo imprevisto, sono entrata in questa chiesa di Chiaia che era come se chiamasse, con le luci giallo-arancio della messa della sera e l'aria di candele. Ho visto una signora in ginocchio e ho fatto la stessa cosa istintivamente. Ho chiesto una cosa, una cosa soltanto, e non ci crederete ma non era neanche per me. L'ho chiesta per tanto tempo e per così tante volte che credo di aver cominciato a ritornare visibile, allora mi sono alzata e sono andata via, perché non avevo neanche tolto le cuffie dell'ipod e mi sembrava una presa in giro essere lì, inginocchiata in quel posto in cui non credo.
Ma era tardi, Dio aveva già sentito, incredibile perché io ci stavo parlando tanto per provare. E ha fatto quello che gli chiedevo.
Pare che una cosa, dopo tutto, gli riesca sempre. Ed è sempre quella, quella di quando gli chiedo di proteggere, ovunque proteggere la grazia di un qualche cuore.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:04 | link | commenti (1)
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giovedì, ottobre 11, 2007

"Cosa ha ucciso Jack Kerouac? L'uomo che ha scritto con più amore della vita. Cosa l'ha ridotto a ridursi in pantofole e wishkey davanti alla televisione in casa della madre? Forse è stata la colpa, perché c'è sempre una colpa dietro ogni divorio, quando in piedi sui letti si urla alla vita nel pieno dell'orgia e le bottiglie si rovesciano nei motel aggrappati al mattino, e i portieri ci vogliono cacciare. Oppure è che si è consumato tutto.... e dove è finita la gioia? La guida dei nostri passi, la GIOIA? Quale fastidio l'ha uccisa, quale invidia, quale distrazione? Come è stato trovarsi davvero lì nel grotto indiavolato dove la cosa sta succedendo, dove Charlie Parker esce come un uccello impazzito dal safari di Night in Tunisi? Che cosa lo ha ucciso? E a noi quand'è che è successo? Quando la strada ci si è slacciata sotto come vita aperta e spazio nella notte? C'è stata ricchezza per noi e oro e diamanti, e abbiamo avuto bisogno di spazio, di spazio ancora più che di tempo. E la macchina romba in corsa con l'alba e si fa a gara solo per cercare di essere dappertutto, quando abbiamo urlato nella notte la grazia, il suo scuro segreto ci ha scrostati nell'oscurità, le lacrime, le calde lacrime di bellezza, quando la bellezza ci ha rotto come cristalli? Quando la bellezza ci ha fatto paura? Soffrire così tanto per quella cosa, la cosa che si è intravista all'alba e non si vede più, e non si sa come prendere la vita, dopo. Il cammino dopo è sempre più sotto. Due voka sour più sotto! Allora vecchio, che cos'è che gli ha tolto tutto? Perché se lui l'ha perso, tutti noi possiamo perderlo! E perché quello che succede dopo non c'entra neppure con questa tristezza? E che cos'è che fa cadere così, senza tenersi niente da parte? E se tutta la faccenda è gioventù, quand'è che succede? Quando si cede al proprio solitario rancore e si lascia, e si abbandona, e si appende lo spazzolino al chiodo? Allora quand'è vecchio, quand'è che iniziano a pesare i passi? Perché i piedi possono essere ferro o piuma... ma quand'è che da rondini si diventa mosconi? Quando definitivamente granamignosi di cuore, di soldi e di tempo? Quando quattro passi per strada diventano più di quanto uno possa sopportare? Perché voglio trovarmi lontano, allora. Guidare nella notte, trovarmi ancora sulla strada del nostro andare. Così come divide, unisce."



"Dov'è che siam rimasti a terra Nutless
dov'è lo sparo
il botto
dov'è la strada
dove noi
e la sera arriva presto troppo presto
per poter andare

dov'è che siam rimasti

dov'è che siam restati soli Nutless
dov'è che i muri si sono chiusi addosso
muri che avevamo costruito
nella sabbia e per la sabbia
forse per avere ancora a tiro l'onda

tutta questa clandestinità dov'è che è nata
questo andare a letto presto
quando è iniziato?
che potevamo andarcene a ragazze
o giù al lido
affanculo questa serietà
questa lealtà
tutta questa impresa
e poi il sabato all'iper a far la spesa


buttarci a piedi pari
nella vasca del campari
abbattere la notte
a raffiche di gordon rouge
I see friends
shaking hands
oooh how do you do
they're really saying
chabidubidù


dov'è che abbiam ceduto il capo al sonno
al vapore alla cucina al caldo al televisore
tu in un letto e lei in un altro
dove quei bagliori visti da lontano
fuori in punta di pennello
tutto napoleone
dipinto in un bottone

cara cosa hai fatto oggi e cosa hai fatto tu
cara cosa hai fatto finché non si è fatto
boom
boom
boom
boom

lo vedi adesso che cos'è successo nutless?
abbiam dovuto richiamare in campo i veterani
quelli che la battaglia grossa
credevano di averla fatta
e invece eccoci tutti
in groppa alla lealtà!

le fontane di berlucchi
le cascate di garofani
they're really saying
I love you

e quando ce ne andremo tutti nutless
sarà quando l'aria è più vicina al cielo
veglierò per sempre
per vedere il bagliore da vicino

finché prenderemo d'anticipo il mattino.

non è più tardi ora
non sarà tardi più
non è più tardi ora
non sarà tardi più"



"
Pulito come un solitario, mi scrollerò di dosso l'obbedienza... la brucerò come un'efelide nell'acido della mia insonnia... sarò solo nervo e niente grasso... scintillante come una moneta nella benzina... scaltro come un affamato... veloce come un voltafaccia... disobbediente come un evaso... leggero come un salasso... nervoso come una rapina. Avrò febbre addosso... suderò impazienza come grasso... mi metterò nelle mie mani... giocherò di prima... forte come un epilettico... arrabbiato come una faina... mi toglierò di dosso i sogni con una lametta... li lascerò sotto il cuscino... mi scrollerò il sonno... veglierò per sempre... dormirò vestito... come un affittuario... rapido a partire... starò addosso alla vita... come un segugio... come un mastino... non guarderò mai più l'orologio... e prenderò d'anticipo il mattino."

(Vinicio Capossela)

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 12:59 | link | commenti (1)
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mercoledì, ottobre 10, 2007

In casa di F., rifletto una volta di più sul fatto che l'ambiente in cui le persone vivono e si muovono dice tanto delle persone. A me piace molto guardare gli ambienti delle persone. Quando entri in casa di qualcuno, sei entrato dentro di lui: è uno dei contatti più intimi che si possano immaginare, e spesso è quello che ti frega.
L'ambiente che sta intorno alle persone, riflette Jane allo specchio, è le persone.
C'è la stanza di G. che è fatta a strati: strati di oggetti dei quali si è perso il contatto col fondo, G. ha perso il contatto col fondo proprio come quando comunica con sé stessa: e se cerchi una cosa ne scoperchi tante altre, ma non arrivi mai in fondo, perché hai deciso di ignorare dov'è.
C'è la casa di F. che è piena di dettagli, di attenzioni: niente è lasciato al caso, ma non c'è nemmeno ordine, non c'è volontà di controllo a tutti i costi. C'è consapevolezza che gli oggetti sono oggetti, e che, in quanto tali, passano. Ma c'è grande cura per quelli che sono lì in quel momento, c'è armonia di colori, c'è proporzione e bellezza, e tutto è apparentemente semplice anche se sai benissimo quanto non lo è.
C'è la stanza di G. detto il guru, che è di passaggio da una vita, abusivo da una vita, inquilino da una vita. La stanza di G. non è nemmeno più la stanza di G., e questo dice proprio tanto sulla vita di G., adesso.
C'è la stanza di mio fratello detto il Janefratello, ordinata e semplice, con i fumetti di Rat-Man, i libri di biologia, e gli armadi pieni per metà di magliette psichedeliche e per metà di vecchie cose di mia madre.
C'è la casa di A., il francese: è la casa di uno che ti dice con ogni gesto, con ogni parola fino a quelle nondette, che lui è di passaggio, che sta per andar via. E' la casa di uno che ostenta passaggio, che quindi non si disturba neanche a comprare un bicchiere di vetro. Nel frigorifero solo acqua e alcool.
C'è la stanza di S. detta qb., dove ci sono poche cose, ma sono tutte importanti.
E' una stanza che non domentica niente, che non cancella niente, e ogni cosa ha uno spazio e una vita, giureresti che lei, la mattina, dà il buongiorno agli oggetti, uno per uno. Alle pareti poche fotografie e qualche disegno di significato profondo. Sullo scaffale, smemorande di anni passati, lettere e pastelli a colori.
C'è la stanza di Mucio, i suoi mobili di legno chiaro Ikea, Winnie the Pooh classics e fumetti francesi, e un grande letto comodo.
C'è poi la stanza di D., dove invece tutto è lasciato al caso.
Mi sono data da fare per riempire quella stanza per anni, poi ho notato che tutto quello che c'era ce l'avevo portato io: è stato il momento in cui ho capito che qualcosa non andava. C'erano i miei poster e il mio Lego di Harry Potter e il mio maiale gigante e il mio subcomandante marcos e la mia tazza di gardaland e il mio calendario di spiderman, il mio tiro a segno per le freccette, il mio boccino d'oro volante e le mie matite, gommine, scemenze prese da svariate parti del mondo. e allora c'è qualcosa che non andava: quella non era mica la MIA stanza, e avrebbe dovuto insospettirmi constatare che lui non avesse mai sentito l'esigenze di farne, davvero, la SUA.
E c'è poi la MIA stanza. Dove nessuno che non sia io è in grado di mettere piede senza poi perdersi e finire a cercare l'uscita per settimane. Dentro ci sono labirinti e gorghi, demoni e meraviglie, venti e maree.
La mia stanza la visualizzo come: io, che esplodo e mi tramuto in pezzi e fogli e colori, e mi distribuisco tra le pareti le mensole, il pavimento e il copriletto, i fogli di sughero e perfino angoli di soffitto.
C'è tanta di quella roba che alle volte mi viene il dubbio che ci sia ancora io.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 11:17 | link | commenti
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domenica, ottobre 07, 2007

Il bambino ha circa un mese e mezzo, si chiama come mio fratello minore.
E' vestito appena troppo pesante dato che la stanza si va riempiendo, e l'aria riscaldando.
Il bambino non sembra accorgersi di quello che gli succede intorno, mentre lo prendo con infinita attenzione con tutte e due le braccia, me lo avvicino mentre sento già i muscoli della schiena irrigidirsi, come se non avessero chiaro in che modo posizionarsi. E' un contatto insolito, ogni parte del mio corpo lo vive con un'inquietudine sottile.
Sono seduta, il divano è grande e il bambino non rischia niente. Capisco dopo pochi istanti come tenerlo, comunque: poggio la sua testa piccola sull'incavo tra il braccio sinistro e il corpo, così come sono seduta riesco a guardarlo dall'alto, sembra assonnato e poco consapevole della stanza, di me. 
Il bambino è tiepido, ha un peso dolce. Ogni cosa in lui è arrotondata e ricurva.
Lo vedo dall'alto, ma da vicino. Con la mano rimasta libera gli tocco le dita minuscole: lui subito mi afferra un dito con ogni mano, le sue dita sono innaturalmente piccole, di una fragilità incredibile. E' tutto incredibile, è incredibilmente piccolo, incredibilmente inconsapevole, incredibilmente dipendente da ogni mio movimento.
Mentre lo tengo in braccio i muscoli della schiena non si rilassano: penso ai movimenti che potrebbero infastidirlo, a quelli che potrebbero svegliarlo. Poi arriva la calma.
Ed è difficile da spiegare perché anche la calma è innaturale, come decontestualizzata, senza ragione.
Ma la ragione c'è: è il bambino, il suo peso piccolo e il suo respiro impercettibile, la stretta sempre meno presente della sua mano intorno alle mie dita, mentre scivola nel sonno.
Ha un profumo di bambino, ma si avverte appena.
E mi fa sentire, improvvisamente, chiaro quello che devo fare.
Che devo fare per essere in grado di guardare un giorno in faccia mio figlio, dirgli che può stare tranquillo, che non deve avere paura di niente.

Di niente, neanche lui.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 23:04 | link | commenti (1)
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sabato, ottobre 06, 2007

HUSH...





Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 15:03 | link | commenti (1)
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giovedì, ottobre 04, 2007

"Call'd Robin Goodfellow: are not you he
That frights the maidens of the villagery;
Skim milk, and sometimes labour in the quern
And bootless make the breathless housewife churn;
And sometime make the drink to bear no barm;
Mislead night-wanderers, laughing at their harm?
Those that Hobgoblin call you and sweet Puck,
You do their work, and they shall have good luck:
Are not you he?"
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 11:53 | link | commenti
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mercoledì, ottobre 03, 2007

Ho sbagliato.
Adesso non c'è altro da aggiungere.
Ho sbagliato, ma non sono sbagliata.
Ho perso di vista le cose. Le ho dimenticate.
Poi le ho ricordate.
In questo lago ci sono io.
Ho preservato il lago dalla mia vita reale perché non volevo che nulla di reale toccasse questa "io".
Per cui, io sono anche Jane.
Jane è un po' romanzata, lo so.
Però Jane sono io.
E io ho sbagliato.
Però adesso ho ricordato.
Guardo quello che è successo e penso che non mi appartiene più.
Anche Jane mi è servita, in questo:
qualcuno ha protetto la grazia del mio cuore.
E quella verrà fuori.
Mi risplenderà intorno, chiara, prima o poi.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 11:56 | link | commenti (1)
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