
"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.
Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."
(Pablo Neruda)
°Gein°
°BecckOnFlickr°

PERSONAGGI e INTERPRETI:
IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.
COLEI CHE E'
NEL MARE
Nel ruolo di quelbruco.
G.
Nel ruolo di SISTER
L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR
I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.
LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA
Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.
IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.
CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.
CONTINUA...
Approfitto dello stato di grazia così raro per dedicare una canzone.
Questa canzone è per Antonio e Mary, che hanno sollevato il mio umore in un'impennata di un paio di ore.
Solo perché ci sono stati, perché mi hanno fatto sentire che è più semplice di come credevo.
Perciò la dedico ad Antonio che dà i titoli alle fotografie e ti lascia sorpreso dalle curve della sua intelligenza.
La dedico a Mary, felice e incapace di esser normale.
A passeggio sul lungomare consapevoli che ridono gli altri stasera, ridono gli altri di noi.
E che questo pianino del circo con la scimmietta a manovella mi sta dicendo che è tutto semplice, che il mare è fermo e trasparente, c'è qualcuno che mi capisce, e la coca-cola sembra non finire mai.
Quindi, Mary, se è circo che vogliono circo daremo.
A voi due davvero buonanotte.
"Mi dissero una volta che me n'ero andato.
Ma quando? Però quando, se sempre sto tornando a case, quarteri, città, e mai nessuno di voi è il mio quartiere?
Barrio! Il mio barrio, così lo chiamerò il posto dove mi sentirò uno di voi e le vostre voci lontane saranno musica per il mio cuore.
Dove, amici miei, potrete bussare all'ora che volete, ci apriranno i bar quando sono già chiusi e non saremo come numeri, sui citofoni dimenticati come cani di passaggio e senza nome.
Di modo che se fossi nel mio barrio avrei spalle su cui appoggiar le mani, orecchie a cui confessarmi, e casa, e luna, e stelle che dall'alto, sull'angolo del tetto dei miei vecchi, mi direbbero: - Fermati qua... fermati qua."
(Vinicio Capossela)
Ho caldo.
Scrivo un saggio su "I Griffin": forse si potrebbe considerare un'occasione, ma non ho veramente voglia di scriverlo e viene male.
Esco a prendere un aperitivo, specificando che tornerò a casa prima che tutta la gente di questa città cominci a sciamare in giro per imbastire la propria serata.
Esco, e non ne ho veramente voglia.
Mi vesto, mi pettino, mi trucco: ma non so veramente perché lo sto facendo.
Segno sul retro di un biglietto da visita i nomi delle persone che voglio chiamare nei prossimi giorni: forse le chiamerò, ma non ne ho veramente voglia.
Vi chiedo come state, come sta andando lo stage, ma non voglio veramente saperlo.
Appena mi prende lo sconforto mi alzo, metto su della musica, fingo di cantare, accenno passi di ballo col mio cane: ma non mi piace veramente niente di quello che ascolto.
Scrivo il programma del laboratorio di scrittura creativa: ma non credo davvero che si farà quel laboratorio, perché non credo veramente che io sarò qui.
Vado a firmare le carte per lo stage: ma non ho nessun vero entusiasmo per questi due mesi di lavoro per un tizio che fa cartoni animati.
Penso che potrei passare le sere guardando i film che devo recuperare, penso che d'estate è un buon momento per leggere: ma non ho veramente voglia di passare del tempo seduta in poltrona; del resto non ho neanche veramente voglia di passarlo per strada.
Intanto ho caldo, dovrei tagliare i capelli, fare un paio di giorni di mare di cui non ho veramente voglia.

-Per la sera
nessun problema
Alzandomi
sulle punte
ci arrivo
Anche da sola
Però voglio
continuo a volere
a tutti costi
che mi portino
il tramonto
in una TAZZA-
Appena tornata a casa.
E mi ha preso una tristezza così, che avrei potuto benissimo prevedere, e in fondo l'ho prevista almeno subodorandola nell'ultimo paio di giorni.
Mi ha preso, per capirci, quando entrata in camera ho gettato uno sguardo sulle fotografie appese e ho visto i quadretti di Musante, che ho stampato io, un pomeriggio. In particolare quello che dice "Siful, Regina delle Farfalle, porta il cibo alla luna triste."
E questo per quanto mi fossi raccomandata tanto per strada, e ripetuta in testa "io non ho paura", tante volte, con la voce di tutte le persone nuove che ho conosciuto.
Non devo preoccuparmi di niente, me lo ripeterò mentre metto in ordine la valigia, ascoltando i violini dolcissimi di Mellon Collie and the Infinite Sadness.
Non riuscirei mai a raccontare con parole le cose di questi giorni, neanche se provassi con tutto il talento e il pensiero a disposizione.
Tutte le emozioni, tutto l’affetto, il calore che adesso mi prende quando guardo intorno a me questa serie di persone, ridere delle solite cose, guardarmi con infinita tenerezza come fossi una cosa da proteggere, anche se una settimana fa non ci conoscevamo.
Tutto il tempo che accelera a dismisura quando ogni giornata non ha una sola interruzione, tutta la consapevolezza che lentamente prendo, tutta la luce buona che sembra entrarmi in circolo nel sangue, misteriosamente, nel fresco di queste sere fresche come da nessuna parte al mondo.
Sento che riesco a fare la maggior parte delle cose che vedo fare alle persone intorno a me.
Per questo sento che in fondo, comunque, c’è il futuro.
Sento che io lo posso prendere in mano da un punto qualsiasi della linea del tempo e farne uno yo-yo da portare in giro per strada insieme al fiore che porto appeso al collo e a una faccia furba e divertita.
Però, detto questo, vi garantisco che a spiegarlo non ci riuscirei.
Quindi nel dubbio faccio la disinvolta, bevo moltissime creme di caffè, scatto fotografie ad attori incredibilmente carini. Mi prendo lunghe pause per ascoltare canzoni che non sentivo da secoli, passeggiare per il convento fresco, sorridere in giro.
Non è che io non abbia proprio neanche una vaga idea di come potrebbe essere una mia eventuale felicità: la intravedo.
La intravedo spesso, anche.
L'ho intravista sabato sera entrando nel solito stand di bancarelle di libri, proprio accanto al Luna Park gonfiabile per i bambini.
La intravedo spesso nelle librerie, anche se può suonarvi buffo.
E quando la mia amica mi ha fatto entrare dentro il teatro dei burattini. E c'era l'uomo che dice "i fratelli Ferraiolo ringraziano il gentile pubblico..." da circa vent'anni.
Per qualche istante devo averla intravista anche alle sette di pomeriggio, sul bordo della piscina di un hotel costosissimo che non avevamo pagato, una terrazza che dà sul mare e l'acqua del mare si confonde con quella della piscina, si confonde nel tuo sguardo.
C'era un gruppo di bambini francesci che giocavano nell'acqua e io ascoltavo i Sigùr Ros, al sole non più caldo del pomeriggio. E pensavo a una vita immaginaria o forse futura, in cui ero andata lì in quell'albergo con qualcuno che mi piace, e mi aspettava una bella serata di gelati e passeggiate e cene di pesce del Cilento, e stavo bene.
L' ho intravista pochi minuti fa, gettando un occhio ad una rivista che sta poggiata su un mobile di cucina.
Una foto della spiaggia di Rio de Janeiro, e il nome dei posti: Copacabana, Ipanema.
A me ricorda la canzone di Capossela con Toquinho, anzi di Toquinho con Capossela, perché è chiaro che è una canzone brasiliana.
Con questo voglio dire che la intravedo ogni volta che mi passa per la testa il pensiero del Sudamerica, in qualunque sua forma e questo vuol dire che sia Brasile, Messico, Cile, Argentina.
E l'ho intravista quando, in piedi su uno scoglio un paio di giorni fa, ho preso una certa decisione.
Solo che ho visualizzato la cosa, e mi sento come dentro un grande centro commerciale, se mi capite.
Io sono dentro questo megastore dove si vende praticamente di tutto, un grande ipermercato che ci si mette molto tempo per girarlo tutto a piedi.
Sugli scaffali vedo ogni genere di merce e in teoria potrei desiderare tutto.
Potrebbe andarmi di fare una torta allo yogurt questo pomeriggio, ma d'altra parte mi viene voglia di provare la salsa tex-mex con i nachos messicani originali e la sprite zero, e non vedo perché non dovrei pensare che sarebbe bello prepararsi il sushi da soli, cuocere sulla griglia degli hamburger grandi come case, provare il pane alle noci e la torta caprese appena fatta, il limoncello di Amalfi e il caffè d'orzo per la mattina, una bottiglia enorme di coca-cola light che ci sta da dio con i biscotti allo zenzero.
Immagino questa giornata che comicia con il mio caffè d'orzo adorato e posso metterci dentro quello che voglio: è tutto qui e mi basta comprarlo. Arriverà la sera con i popcorn al curry e l'Aperol spritz: il reparto spezie è nell'angolo vicino alle carni, per l'Aperol spirtz ti serve l'Aperol e che cosa? Non mi ricordo, me lo preparano di solito, farò una telefonata.
E poi c'è il reparto libri e il reparto giocattoli dove posso andare a guardare di nascosto le Barbie.
Il problema è che forse non ho soldi, oppure oggi non ho voglia di comprare: non ho davvero voglia, non so cosa mi succede.
Osservo con attenzione tutti gli scaffali e forse maneggio qualche oggetto, ma poi lo metto giù, non compro niente, vado via nella giornata piena di sole opaco.
Questi giorni, vado in spiaggia.

(E visto che, a dirla tutta, torno lunedì...
...vi lascio con un pezzo di Capossela dei più togliFiato,
che parla di tango,
que habla de tango.
"C’è il tango, la danza di sordide balere, e poi quello nobile, “Un pensiero triste che si balla”.
Il passo sensuale e immortalato in tutto il mondo da grandi ballerini e magnifiche compagnie…il tango del cinema e dell’immaginario.
C’è il tango delle grandi orchestre, quello di Gardel, quello moderno e tagliente di Astor Piazzolla.
E poi ci sono vecchie canzoni. Portegne.
Sono canzoni molto poetiche, scritte da veri poeti della vita, gente che non è nemmeno voluta uscire a piedi dal suo Barrio. Parlano del quartiere, dei fiori sulla finestra dell’amore perduto…
Canzoni che si sono cantate in stanze fumose di Barro Santelmo dove servono soltanto vino e wisky…e nient’altro.
E non si ballano, si ascoltano soltanto, obbligando ad accendere sigarette, a soffocare una lama con un’altra lama…
Le hanno cantate uomini, di quelli che stanno sul bordo della vita, come iguana, aspettando e rifiatando, che hanno mescolato il sospiro al catrame. Che la vita li riprende come una colica…li aggredisce e gliela strappa di dosso. Canzoni del ricordo, della vita, che “sin da quando sono nato, mi detiene nel passato.”
Come a volersela togliere da dosso, e non potere, perché è la propria stessa pelle, e più la si strappa, e la si scarta, più lascia scarnificati.
Canzoni che dicono
e recitano."
E a voi, a presto.)
Io sono una persona ostinata.
I miei genitori hanno previsto da anni che sarei diventata così: me lo dicevano, non con queste parole.
A casa mia si sprecavano i "capa tosta, è una capa tosta".
Da piccoli l'ostinazione però si indirizza sugli oggetti, dopo sulle idee, il che può essere una cosa buona, ma nel mio caso per gran parte delle volte no.
E' una questione di ostinazione se mi accorgo di restare aggrappata coi denti ad ogni cosa, anche la più improbabile.
Adesso, in questo momento esatto, ho un'idea nuova, che non ho mai avuto: che bisognerebbe lasciare andare.
Ma è un'idea solo di un attimo perché l'antica ostinazione ha avuto anni per crescere e andare di passione e rigoglio. L'antica ostinazione non accetta cambiamenti: non si tratta di paura, quanto piuttosto di tenersi strette le ultime gocce di qualunque cosa abbia mai contato, qualunque sia stata ritenuta bella e perfetta, qualunque della quale io abbia sperato non finisse mai. Ogni persona che mi passa di fianco e mi dà qualcosa che trovo unico e indispensabile non dovrebbe mai andarsene. Ogni momento in cui mi sento esattamente al posto giusto nel momento giusto dovrebbe durare per sempre. Se credo di aver raggiunto uno stato di perfezione, di purezza ideale, se credo di essere sufficientemente vicina a quello che volevo diventare, voglio che il tempo si fermi, voglio restare esattamente dove sono, sul lato illuminato della strada.
Ma le cose non vanno mai così ed è come quando nei film americani c'è un personaggio che resta fermo in mezzo alla folla: e intorno è New York City, la Grande Mela, una città che non resta ferma un secondo. Sei nel terminal di un aeroporto e tutti ti passano intorno senza guardarti, hanno tutti fretta di prendere qualche loro aereo, di perdersi.
La mia capa tosta non ha mai accettato questi naturali processi di vita.
La capa tosta non si arrenderà mai all'evidenza che una crepa nella perfezione rende l'edificio pericolante, instabile. Richiuderà quella crepa migliaia di volte e ogni volta metterà su la faccia sorpresa: "com'è possibile che non me n'ero accorta?"
La capa tosta non si arrenderà mai all'evidenza che aspirate anche le ultime gocce dal fondo del bicchiere poi non resta niente, forse solo ghiaccio che si scioglie, ancora colorato di latte e menta.
Visto che non si arrende, si racconta ogni genere di storia, inventa favole e stratagemmi, ha sempre la musica giusta per condire ogni momento e renderlo verosimile, così che neanche il più scaltro degli spettatori si accorga che la trama, in realtà, è debole.
I miei avevano visto giusto sulla mia ostinazione: quello che non avevano notato da subito è che quella bambina era una sceneggiatrice nata.
-Non capisco, era giorno o era notte?
- Vedi, dipende dalla musica che c'è in sottofondo.
Non dirmi che ancora non hai capito
che il colore del cielo è relativo.
- E che cosa succedeva?
- Non lo so, non mi ricordo come va a finire.
Dovresti dormire adesso.

- E questo qua?
- Lui compare all'improvviso dappertutto, è un guastatore,
ma tu lo conosci da tanto tempo ormai.
- Già, di lui mi ricordo.
- Immagino tu stia pensando che
neanche tu ti ricordi come va a finire.
- Proprio così.
- Io direi di dormire.
- Mi sembra meglio.
Non ricordavo più il parco, dove ero stata alcuni anni fa per un lungo pomeriggio di luglio all'ombra.
E non ricordavo più le bolle di sapone, anche se non sono passati tanti mesi.
Ma non è la stessa cosa e dopo poco le metto via.
Attirano l'attenzione di una bambina molto piccola.
Non ricordavo il mare e me ne sono annoiata quasi subito, sono andata via anche se ci avevo messo un po' ad arrivare.
Non ricordavo che la sera può fare molto freddo in motorino. Che la ragazza che sedeva vicino a me al liceo è il tipo di persona che prende una salvietta profumata e ti pulisce gli zigomi che si sono anneriti, con semplicità e senza fare altre domande.
Poi non ricordavo niente di quelle serate in cui te ne vai, così, senza dare spiegazioni, e nessuno viene a cercarti.
E non ricordavo di quando ti dicono che non c'è porta da cui tu possa uscire, e che devi fare tutto da solo: non lo ricordavo perché in realtà non è mai successo.
Non è mai successo neanche telefonare in giro a mezzanotte per vedere chi c'è, dove puoi andare: perché hai sempre pensato che comunque vada avresti avuto sempre posti dove andare.
E' ora che tu la smetta con questi pensieri diciassettenni, dovresti imparare ad essere meno kitsch, non così tanto da contaminare tutto quello che tocchi, le tue e-mail, i tuoi vestiti, la prefazione della tua tesi di laurea.
Potrei postare video di youtube, riprendere i libri che ho lasciato a metà, portare a termine degli impegni presi, approfittare delle occasioni: e poi andare al mare, prendere di sera una barchetta che mi porta in un paese di fiaba di piccole lucine e alici fritte nell'olio d'oliva. Salire sull'autobus e andare a guardare la galleria d'arte a Via Mercanti 80 di cui ho letto per strada, dove ci sono i quadri di Musante. Svegliarmi presto, stare addosso alla vita come un segugio come un mastino, scrollarmi non so cosa di dosso e seguire il consiglio di Maude: vi-vi! vi-vi! Ma si dà il caso che non accetto più consigli o forse non ne ho mai accettati, capite.
Invece non capite: continuate a pensare che solo perché so scrivere questo fa di me una bella persona.
