°Marcela Serrano - L'albergo delle donne tristi° °W.I.T.C.H.° °Repubblica°
ASCOLTO...
°The Cure° °The Smiths°
GUARDO...
°Troisi°
A Jane piace...
Il mare, le colline, soprattutto se può girarci in Vespa. Camilla, la sua cagnina appena deforme, i bambini e le cose da bambini, tutti i dolci con particolare predilezione per quelli molli e colorati, budini creme e gelatine. Le piace andare in vacanza in una enorme capitale europea e girarla in bicicletta o in metropolitana e accorgersi di capirla. Leggere e soprattutto scrivere. Capo Nord, e soprattutto arrivarci in macchina ascoltando Noi non ci saremo dei CSI. Gli scrittori sudamericani, Marquez, Allende, Serrano, Amado, ma anche Calvino, Baricco, Neruda e Ungaretti, Stephen King, Jonathan Coe, Neil Gaiman e le meravigliose graphic novel di Dave McKean. Il suo poeta preferito è Nazim Hikmet che però in questa fase si contende i primi posti con Pedro Salinas. Le piace il Corso e passeggiarci di pomeriggio, preferisce da sola, se deve scegliere. Le piace il caffè Roselli e la cioccolata calda al peperoncino, ma anche un tè alla vaniglia e, lì, parlare. Ama la complessità. Ama alla follia il cinema. Le piace da morire Buffy the Vampire Slayer, il telefilm più intelligente del mondo, e ha trovato ILLUMINANTE la visione di Evangelion. Le piace cantare. Le piace il rock ma anche la musica etnica, balcanica, sudamericana, il fado e il tango argentino, ama i Buena Vista Social Club e i cantautori italiani, De André, Rino Gaetano, De Gregori. Ama la musica indie che sta scoprendo poco a poco. Idolatra gli U2 e Tim Burton. Ama l'arte, i fumetti e il teatro. Le piacciono Monet, Rodin e i Peanuts (senza i quali non sarebbe mica stata la stessa persona). Le piace recitare. Le piace chiacchierare fino a tardi con le candele e la Nutella, come si faceva in quella casa piccola di Barcellona. Ama Barcellona, parlare spagnolo e viaggiare. Ama troppe altre cose e lo spazio qui è quello che è.
A Jane NON piace...
Sentirsi ansiosa, agitata (ma le succede spesso), litigare con qualcuno al telefono, essere costretta a vestirsi bene, fingere che le stia simpatico qualcuno che non le piace, dover dire di no alle persone. Andare ai matrimoni di chi non conosce, trovarsi in un ambiente dove tutti sono all'ultima moda e ballano i successi dell'estate, i caffè alla moda del Corso, l'aperitivo per farsi vedere. Non le piacciono l'estremismo e gli intellettuali che fanno gli intellettuali. A Jane non piace vedere allontanarsi le persone anche se spesso va così. Non le piacciono le verdure e nemmeno gli insaccati, fugge davanti al salame a fette. Non le piace rendersi conto di essere grande, crescere e via discorrendo. Non le piace sentirsi invisibile, anche se a volte sì. Non le piace rendersi conto che purtroppo, per l'ennesima volta, ha sopravvalutato. A Jane non piacciono le persone superficiali e poco sensibili, e i mediocri per scelta. Non le piacciono i silenzi pesanti, ma non le piace chi parla in continuazione. Non le piace dormire poco e sentirsi stordita. Non le piacciono le bevande alcooliche a parte la sangria e qualche vino rosso, fatta eccezione per certi goliardici rum e pera. Non le piacciono i ragni, i vestiti firmati e gli orecchini di oro giallo. Non le piace il gel nei capelli e chi fa il cinico per forza.
"Modesto è l'autunno come i taglialegna. Costa molto togliere tutte le foglie da tutti gli alberi di tutti i paesi. La primavera le cucì in volo e ora bisogna lasciarle cadere come se fossero uccelli gialli: Non è facile. Serve tempo. Bisogna correre per le strade, parlare lingue, svedese, portoghese, parlare la lingua rossa, quella verde. Bisogna sapere tacere in tutte le lingue e dappertutto, sempre, lasciare cadere, cadere, lasciare cadere, cadere le foglie.
Difficile è essere autunno, facile essere primavera."
A me mi piglia la meteoropatia al contrario, mi è sempre successo.
Qualche volta capita che una giornata di sole mi metta tremendamente di malumore.
Oppure comunque agiti il mio umore ai confini del difficilmente sostenibile.
Però più che altro è come se il sole si prendesse i miei pensieri. La mia capacità di pensare.
Mi succedeva spesso quando ero ragazzina. E' una cosa che collego alle giornate di liceo. Per questo, quando mi succede, un poco è come tornare indietro in quelle giornate piene di angosce banali, dettate dalla fragilità e dall'inconsapevolezza di quell'età. E poi questa valle, che è sempre la stessa. Quando c'è una giornata di sole come questa, la valle si immobilizza e questa mattina potrebbe essere tutte le mattine, ogni mattina degli ultimi dieci anni.
Forse è per questo che io perdo il contatto con la realtà e mi sembra che la testa mi venga risucchiata, e a volte mi sento risucchiata io, per intero, e viaggio nel tempo come il tizio di Mattatoio n.5. Quelle giornate di angosce infantili tornano vicine vicine. Tutto prende ad essere innaturalmente legato al sole: fa freddo, ma in quel cono di sole è caldo, ed è per questo che io mi ci piazzo spalle alla luce e non mi muovo di un passo. Dentro, in casa, c'è qualcuno che ha fatto un caffè e me ne offre. Mi arriva un profumo di mimose forte, ma non vedo le mimose, quindi è l'aria che lo porta, e ride al mio orecchio che la primavera non è affatto lontana, anche se tu pensi di sì.
Ed è sempre successo così, che la primavera mi coglie distratta e impreparata, ed amplifica le parti sbagliate delle cose che succedono. La primavera ipotizzata in un soffio di mimose, in una giornata così bella, e una corda tesa dentro di me, di violino, in un portico.
il mio cambiamento forse è cominciato con l'appendicite, io credo.
però non è stato proprio dovuto, all'appendicite, ma è cominciato là, se mi chiedi. se ci devo pensare, penso a metà novembre, e a qualcosa che ha iniziato allora a muoversi.
mentre io mi muovevo si muovevano tutti, solo che ancora non lo sapevo. in un primo momento non siamo stati in comunicazione, solo dopo ci siamo incontrati e ci siamo detti come stavano le cose. erano le vacanze di natale. nelle vacanze di natale sono successe cose pazzesche. e non parlo soltanto di me. però credo di poter dire che in un certo senso lì tutto si sia colorato.
dice il mio guru che
dice il guru che la sua vita è coloratissima in questo momento. non c'era bisogno che lo dicesse perché lo capivo anche solo guardandolo in faccia. se lo conosco da dieci anni dovrò pure capire qualcosa della sua faccia.
se mi guardi adesso e se mi hai visto qualche mese fa, avrai notato che anche fuori mi vedi molto più colorata.
questa mattina ho ritrovato cose come il sole e la libertà di camminare senza andare da nessuna parte. ascoltavo battisti che era come rivoltarmi dentro-fuori e vedere che il sole c'era da tutte e due le parti. e suppongo di essere stata piuttosto bella, con il cappotto e il maglione giallo, bella come lo intendo io comunque, nel senso di una cosa che a vederla può far pensare che bello, come una cosa bella intendo.
e poi spuntano i jefferson airplane nell'ipod e io potevo essere uscita da un'altra epoca, comunque guardavo lontano, mentre camminavo. allora ho cominciato a pensare di nuovo al mio guru e a decifrare il modo in cui mi sento, se è possibile.
(voglio restare presente nel tempo che vivo voglio toccare le cose che il mondo mi dà)
il mio guru dice cose illuminanti tipo che se hai capito qual'è il punto, e che il punto è che ti senti di avere un sacco di cose da dare, di dare una parte o parti di te come ti sei disabituato a fare e come hai deciso che ricomincerai a fare fino ad esaurirti, fino ad esaurire tutto di te se è possibile, se hai capito il punto non importa molto di quello che avrai intorno se tu riuscirai, come dire, a darti. allora il tuo obiettivo si semplifica di molto e tu sai cosa devi fare.
il guru fa anche delle cose (mi dice) tipo mettersi a correre, alle tre di notte, e poi rendersi conto che sta correndo e sta a cinque chilometri da casa e sedersi per terra a piangere.
ecco, suppongo che il guru mi sta dicendo questo perché lui ha visto quello che ho visto io. che se guardi bene una porta mi si è aperta e tutto è in comunicazione, il giardino segreto con la strada lì fuori e anche le stanze di dentro, la polvere la vedi che vortica nelle striature di sole ma non è poggiata sopra le pareti, perché è tutto spalancato e sono venuti fuori dei colori che non ti dico.
attorno a me è come se tutti si fossero messi a correre.
è come il video di una canzone dei sigur ros dove i bambini camminano, camminano per un sacco di tempo e poi corrono, cominciano a correre verso il burrone suonando la grancassa.
quando corri verso un burrone c'è la necessità che tu ti senta completamente pazzo se lo vuoi fare con consapevolezza, e leggero. così c'è chi prende un treno alle otto e quaranta di mattina per farsi otto ore di viaggio verso una cosa che deve ancora capire. c'è chi corre per strada alle tre di notte e passa il resto della notte seduto al power point a metter su una cosa che solo a lui poteva venire in mente. e chi decide che è arrivato il momento giusto per un monolocale, e poi invita gli altri in mezzo ai cartoni stracolmi di fumetti, tre mobili e un divano, pareti rosse. una vista spettacolare, la chitarra e i capelli mooolto più corti.
io non lo so verso dove stiamo correndo, non ne ho idea. se solo penso a quante volte ci siamo trovati più o meno sulla stessa strada, su strade vicine, su parallele o fermi a qualche semaforo, per dire, negli ultimi anni. solo che questo mi sembra qualcosa di completamente nuovo, e io per prima ci sono dentro veramente fino al collo.
a partire da quando un'appendicite di domenica mattina mi ha fatto finire in un piccolo ospedale triste.
la mia amica andava sempre a trovare suo padre nello stesso ospedale, quei giorni. e poi suo padre a un certo punto non c'è stato più. ma la mia amica è forte, continua a sorridermi ostinata e qualcosa è cambiato anche tra di noi. perché quando abbracci una persona così forte il giorno di un funerale come quello, poi le cose tra te e quella persona non saranno mai più le stesse di prima.
così tutto continua a cambiare, a cambiare, a girare, potrei dire.
io non devo più scegliere tra batman e bruce wayne perché sono tutti e due. non devo più scegliere tra selina e cat woman perché non c'è scelta e gli opposti ci sono sempre tutti e due. per lo stesso motivo non devo più provare a giustificarmi quando racconto qualcosa che non mi piace. avere scelto di non difendermi mi fa sentire molto meglio, molto più rilassata, e paradossalmente più forte.
(vivo nel lato nascosto che è meglio coprire vivo cercando la chiave che il giorno mi dà)
il mio guru mi dice pure altre cose, tra cui che lui non crolla. e mò crollo, mi dice. e mò crollo! vedrai.
e io penso che a me succede una cosa strana come in quel romanzo di King, non è il romanzo migliore di King ma era un bel romanzo, e a me succede esattamente così. tra poco mi succederà, almeno. che mi accorgo di sentire le persone in un modo talmente intenso che tra poco comincierò a vedere le aure, i colori introno. le aure. osservarle è una cosa che ho sempre fatto, ma sentirle così tanto è una cosa nuova, ed è una cosa forte. anche io non dormo, e vedo le aure. vedere tutto con una chiarezza così impressionante può aiutarti ad averne meno paura, per esempio. può aprirti gli occhi sulle verità che si provano a nascondere. può trasformarti in una spugna che assorbe il meglio fino all'ultima goccia, il meglio di chiunque ti ritrovi davanti. e occhi e facce, il minimo cambio di espressione, io registro tutto. una camminata di un certo tipo, l'atteggiamento alla guida, al telefono. un sorriso improvviso in una biblioteca, un non ti aspettavo qui, un che cosa fai jane, dividiamo in tre, un sei comoda jane?, poi molti piccoli gesti oppure un regalo, un messaggio che dice vieni a fuorigrotta e torniamo a casa insieme, o soltanto delle facce, sulla poltrona a fianco, in un cinema. oppure se intercetto degli occhi all'improvviso e mi viene da ridere. o una fotografia appesa al retrovisore per prendermi in giro o stare sdraiati sul letto a leggere fumetti in francese che, chissà come, capisco.
prendo tutto, raccolgo tutto, assorbo mille volte più che soltanto un paio di mesi fa.
tutto diventa significativo e tutto diventa simbolico. un cd, un viaggio in treno, una libreria che vende "libri bellissimi". un meraviglioso angolo di mondo dove esiste solo un fiume e un ponte e una magia che fa sparire la strada dietro le tue spalle, e strade della città percorse a caso, ma in modo perfetto, l'unico modo possibile. di cui ho pensato esattamente le stesse cose, che quel pomeriggio non fosse nel tempo e nello spazio, non il solito tempo e il solito spazio: allora fuori dal mondo.
un fine settimana che mi è sembrato ricolmo di una luce purissima in ogni sua singola parte, di cui incornicerei ogni secondo.
e poi io.
con la mia faccia da bologna, nei miei autoscatti.
e poi io di nuovo qui. di nuovo a correre con tutti quanti verso quel burrone, verso quel pozzo, verso quella scogliera, chi lo sa, dato che non si vede.
(gira senza passà gira senza passà)
e poi io.
e poi napoli.
e sono altre strade, e altri nomi e altre cose e altre musiche, e soprattutto sono altre strade che partono una dall'altra, è un intrico e un intreccio e un intero planisfero come se la mappa si allargasse sempre, continuasse a crescere e si allargasse in un mese, in due, come non faceva da anni, forse da anni.
ogni cosa è contenuta in un quadro che è molto più grosso, come se non fosse mai possibile considerarle staccate una dall'altra e come se il quadro nello stesso tempo non fosse mai completo perché cointinua a crescere, fino a che corriamo verso questo famoso nonsisacosa.
(trovala cu 'mme jammola a cercà)
e poi io.
e poi tu. credevi che mi fossi dimenticata di te, scommetto.
mi piacerebbe poterti dire che ho fatto come ha fatto il mio guru, che se prendi tutte le parole inziali di ogni singola frase che ho scritto viene fuori qualcosa, un messaggio cifrato, per dire. tipo la cosa che mi piace di più di te, il motivo per il quale tu sei così meraviglioso. ma io non sono come il mio guru e ho molta meno pazienza, e non mi vengono mai delle idee così belle.
però in fondo è molto più di questo perché (adesso pensi che non te lo dovrei dire, che non ti va neanche molto di starmi ad ascoltare)
perché questa storia in fondo comincia in una piccola stanza di un ospedale un poco triste, ma non troppo, per fortuna. con un sacchetto di M&m's, giallo.
ho conservato quel sacchetto molto a lungo. non lo aprivo mai, lo tenevo lì come se fosse prezioso e invece era solo un sacchetto. giallo e stropicciato.
(in autobus, le sette di mattina e Brian Eno
a Napoli discuto del pubblico ottocentesco con contegno
pausa caffè e pioggia, sorrisi sconosciuti
a pranzo
a casa di A.
con i suoi sorrisi dolcissimi e larghi
la sua stanza potrebbe essere la mia
forse adremo insieme a teatro
c'è un ragazzo nero che forse si chiama Ali
e due ragazze dall'aria svagata
e per strada incontro lei di nuovo
proprio oggi poi
ma sono con A., e A. mi fa ridere, e non fa niente
in biblioteca
entra corrente fredda
le stanze troppo grandi, di legno scuro
via Roma freddo insolito Placebo
e PJ Harvey
il mio cappello bianco
ho fame e vado a prendere
la Cumana
alle sette di sera
per poi
tornare in macchina
col mio guru
di una vita
e ogni canzone
e ogni titolo di libro
e maledizione
direi
a me)
mai come in questi giorni sto vivendo di cose diametralmente opposte. e sto vivendo cose diametralmente opposte.
la notte e il giorno. intendo, la notte e il giorno che ci sono dentro di me. vedo le parti più belle che io ricordi da anni e le parti più orrende che io, purtroppo, ricordo da anni.
ascoltare albascura dei subsonica (per molte, molte volte), e subito dopo una musica fatta solo di tasti bianchi e tasti neri, intrisa di malinconia dolce che scorre.
la voglia di parlare e il bisogno di tacere.
così lontano così vicino.
i capelli ricci e i capelli lisci.
una malinconia estrema che mi prende alle quattro del pomeriggio e non se ne va più. e una specie di qualcosa che mi scalda il cuore, sullo sfondo, perché ci sono queste persone intorno a me. queste persone.
ti dò la mia spalla, ma voglio una spalla anch'io. una per me.
ho bisogno di dormire ma non faccio che stare sveglia.
il meglio e il peggio.
and I must be
an acrobat
to talk like this
and act like that.
I've been out walking I don't do too much talking These days, these days. These days I seem to think a lot About the things that I forgot to do And all the times I had the chance to. I've stopped my rambling, I don't do too much gambling These days, these days. These days I seem to think about How all the changes came about my ways And I wonder if I'll see another highway. I had a lover, I don't think I'll risk another These days, these days. And if I seem to be afraid To live the life that I have made in song It's just that I've been losing so long.
I've stopped my dreaming, I won't do too much scheming These days, these days. These days I sit on corner stones And count the time in quarter tones to ten. Please don't confront me with my failures, I had not forgotten them.
(Nico - These days)
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C'era una cosa che desideravi, se non mi sbaglio.
Eh sì, sì, adesso che mi ricordo. Adesso che ci penso io desideravo giornate tranquille. Vorrei, ecco, se è possibile, un po' di vita regolare.
I capelli che vengano bene e senza arruffarsi e non perdere bottoni di continuo.
Poi scrivere le belle cose che avevo per la testa e non sentirmi sempre una persona peggiore.
(perché ti senti peggiore, ogni giorno che passa).
(e ti ricordi di quella canzone:
"e cara Valentina, che fatica innaturale perdonare a me stesso di essere io...di essere fatto così male.")
E voglio continuare a sognare con le parole. Sentire che lo sappiamo e lo possiamo fare.
E' che a me piacciono tanto le parole. Le parole mi fanno venire voglia di vivere a Stranalandia, là dove tutto quello che c'è me lo invento io. Anche un animalino fatto a forma di scala che vive ai piedi di un bellissimo fiore, perché da lì aiuta gli altri animali a salire e a guardarlo. Il fiore.
Comunque tutto per dire che sai, vorrei anch'io qualche volta delle giornate tranquille, regolari. Che torno a casa e mi chiedono che hai fatto oggi? e io racconto. Che mangio bene, normale, senza pasticci infiniti. Che mi sento leggera e pure bella anche con centomila colori spaiati.
Che dormo bene e quanto basta e mi sveglio pure presto, con il sole bello del mattino di gennaio, e la lista delle cose da fare che si assottiglia fino a diventare invisibile come la carta di riso. come la carta velina. come la carta a quadretti con l'intestazione che dice:
Di questa giornata lunga e dolorosa mi ricorderò le mie mani con i guanti a mezze dita, che ho guardato per lunghissimi minuti di occhi bassi. Una mattina senza parole in una cucina e una tazza di caffè che già sapeva quello che stava per succedere, anche se ancora non era successo. Minuti altrettanto lunghi sulla soglia di un negozio, e nessuna parola, nessuna quasi mai, anche se senti di dovere essere lì.
Mi ricorderò l'espressione che devono avere avuto i miei occhi in quella cucina, provavo ad immaginarla.
E poi ancora ricorderò di sette ore senza mai togliere il cappello, la borsa a tracolla e mille scemenze a far da protezione, ancora guanti e una sciarpa nera rubata a mio fratello. La porta aperta e due, tre scappate al bar a prendere la cioccolata, un caffè, dell'acqua, respirare qualche minuto, snebbiare la testa.
Ricorderò il tratto di strada dal parcheggio al posto dell'appuntamento, alle tre del pomeriggio. Ho la testa vuota ma sento un dolore che si fa strada, sordo, in lontananza.
Ricorderò il suo maglione, il maglione viola di Alessandra fatto di fili grossi, sembra caldo, è sotto le mie dita. Le tengo sempre una mano tra i capelli, sulla fascia nera che ha messo tra i capelli rossi, sulla schiena, tocco il solito maglione.
E in sottofondo un coro di voci che è una voce unica, che è lieve e non smette neanche per un secondo, la porta è aperta e continua ad arrivare gente come per una staffetta grottesca, gente che non ho mai visto.
Ricorderò la luce della stanza in fondo, non ho il coraggio neanche di avvicinarmi.
E poi ricorderò soprattutto lei, e me. Le sue parole solamente sussurrate, qualche volta, quando dimentichiamo di farla parlare di altro, di parlarle di altro.
Angoli di mobili, angoli di sedie. Un balcone continuamente aperto e richiuso. Il cellulare che vibra, qualcuno vuole parlare con lei. Ricorderò la ringhiera fredda sotto un cielo incredibilmente stellato, mi ci appoggio con la fronte coperta dal cappello che mi ha regalato proprio lei, Alessandra, solo pochi giorni fa. Mi ci appoggio quando capisco che sto per crollare, ma non davanti a lei. Vado lì fuori, ma pochi secondi dopo arriva lei.
Si inginocchia come me e accende una sigaretta e improvvisamente siamo piccole, siamo due bambine abbracciate, sedute sul bordo di un marciapiede, sotto un cielo che schiaccia. Siamo solo io e lei e io ho in me tutto il dolore del mondo.
Poi ricorderò un vecchio album di fotografie tenuto con cura e amore infinito da un papà orgoglioso.
Ricorderò, per finire, mio padre con gli occhialini da lettura, quando rientro a casa, che mi guarda a lungo e mi dice che se voglio, mi cucina qualcosa. Che domani sarà un'altra lunga giornata e se voglio, ci penso, e gli dico cosa voglio e lui mi cucina qualcosa.
This is ground control to major tom
You've really made the grade
And the papers want to know whose shirts you wear
Now it's time to leave the capsule if you dare
This is major tom to ground control
I'm stepping through the door
And I'm floating in a most peculiar way
And the stars look very different today
For here
Am I sitting in a tin can
Far above the world
Planet earth is blue
And there's nothing I can do
Though I'm past one hundred thousand miles
I'm feeling very still
And I think my spaceship knows which way to go
Tell me wife I love her very much she knows
Ground control to major tom
Your circuit's dead, there's something wrong
Can you hear me, major tom?
Can you hear me, major tom?
Can you hear me, major tom?
Can you....
(Here am I floating round my tin can
Far above the moon
Planet earth is blue
And there's nothing I can do.)
La vecchina delle Befane passate mi racconta la storia di quando veniva a bere il nostro bicchiere di vino rosso e a mangiare le nostre prugne secche, questo le lasciavamo, chissà se avrebbe preferito dell'altro, ma noi pensavamo che essendo vecchia e brutta volesse le prugne secche. La zia ci diceva che la Befana ha mille occhi, sa tutto di te e ti spia dagli spioncini della porta. E devi dormire, perché è minacciosa la Befana, e la zia dice la Befaaaaaaaana.....con il tono spettrale e sussurrato e allora noi due bambini giù, zitti, gli occhi serrati a cercare il sonno che non veniva, per quell'inquietudine. La vecchina delle Befane passate ha il volto chiaro e appena un po' sofferto di mia nonna, con i calzettoni bianchi nelle vecchie pantofole a vegliare il mattino sui nostri regali, suo era il primo sorriso che vedevo, il caffè per papà e orecchini di perle, e un maglioncino color crema.
La vecchina della Befana presente è colorata, anche troppo per una vecchina. Ha un sorriso che non riesce a schiodarsi di faccia mentre a passo più che svelto saltella per il vecchio borgo e si infila nei negozi di giocattoli e su per le bancarelle di libri, sorridendo a tutti. Ha un cappotto a quadri che è nuovo e sembra vecchio. E buste cariche di giocattoli e mani fredde e naso arrossato e la testa leggera leggera, leggera che è una bolla e va su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su su
La vecchina delle Befane future ha accumulato tanta di quella magia che quei bambini che ci saranno avranno le loro notti di inquietudini e sogni, bicchieri di vino e leggende meravigliose, li guarderò con occhi incantati e sussurrerò: la Befaaaaaaaana.......
Quando uno torna a casa alle sei e mezza del pomeriggio in queste condizioni e la prima cosa che gli viene da fare è girare a destra per infilarsi nel supermercato e comprare per un euro e quarantadue un tronchetto di pandispagna alla nocciola e una scatola di Ciobar per dividerli col proprio fratello una volta tornata a casa, quando uno torna a casa e fa questo, secondo me c'è ben poco scampo, secondo me.
Magari ieri poteva sembrare che ci fossero disastri in corso, per cui adesso che mi è venuto in mente scrivo ancora una cosa.
Se c'è una cosa che mi ha riempito di dolcezza, negli ultimi giorni
anzi, se ci sono delle cose che mi hanno riempito di dolcezza negli ultimi giorni sono state.
Mio fratello che mi mette un braccio sulle spalle mentre guardiamo La Smorfia, distesi a pancia in giù sul letto grande di mio cugino.
Mia cugina Lucia, timidissima e silenziosa, che si fa posto su una gamba di mio cugino quello grosso, a tavola, mentre il pranzo del primo gennaio scivola nell'ora dei dolci e del pomeriggio.
Allora ci ritroviamo tutti, noi sette, sempre noi sette cugini, all'angolo del tavolo, e parliamo. Dall'altra parte si parla di roba che ci riguarda poco, di frati e miracoli e doveri cristiani. Noi ci stringiamo dal nostro lato e io comincio a raccontare di certe cose che ho studiato in antropologia culturale, e anche mia cugina quella timidissima sta studiando le stesse cose, e allora anche se lei non parla praticamente mai vedo che il discorso le interessa, cominciamo a discutere. Discutiamo proprio come si discute tra adulti, loro sono tutti più piccoli di me e ognuno ha qualcosa da dire, un commento intelligentissimo da fare. E io non lo so, ma ascolto i discorsi dall'altro lato del tavolo e li sento così lontani. Noi parliamo di cultura, di apertura della mente, di fondamento antropologico e culturale di certe credenze a cui non crediamo. Parliamo delle cose con intelligenza e disposizione ad ascoltare, ad ascoltarci. I miei cugini mi stupiscono. Sapevo che fossero intelligenti e sensibili, ma forse non era mai successo questo, parlare da adulti di una cosa seria, vederli interessati e partecipi.
E poi quello che mi stupisce più di tutti è quando Francesca, che è la terza dopo me e quello lì grosso, fa "ma guardate che cosa strana, stiamo parlando della stessa cosa, ai due lati del tavolo, ma in due modi totalmente diversi."
Se ci sono altre cose che mi riempiono di dolcezza sono una lunga, lunghissima partita a Trivial Pursuit, "grandi contro piccoli", e gli adulti di famiglia accalorati e partecipi molto più di noi. Mio fratello e mio cugino che barano sui tiri dei dadi, li truccano assolutamente tutti quanti.
E poi mio zio che mi dà un abbraccio lungo, lunghissimo, e dice "a' piccolina mia", con la sua voce confusa di chi da più di cinquant'anni ha l'udito a metà, la sua voce confusa che solo noi capiamo così bene.
E mio cugino Carmine che è venuto lo stesso, anche se non ci sono i suoi. Che è venuto per stare con noi e non si è sentito fuori posto neanche per un secondo. Così appena comincia a vincere a carte io inizio a prenderlo in giro, lo faccio ridere e lo fotografo.
E poi (soprattutto) trovare nel letto che è stato destinato a me un vecchio orso di pezza. Quest'orso di pezza ha tanti, tanti anni. Era delle nostre madri, la mia e la loro. Io e lui, quello grosso, ce lo siamo conteso sempre. Per anni. E ancora ci vediamo e si dibatte se è mio, è tuo, dammelo, fammelo tenere un po'. L'ho trovato nel letto al posto che doveva essere mio, vicino a mia cugina che dormiva, mia cugina piccola che dormiva già da qualche ora. Quando ci siamo svegliate, mi dice "lo hai trovato? te l'ho messo apposta."
Dev'essere per come è finito quest'altranno. Perché è finito così bene, che io non sapevo. E adesso sono così stanca che non ve lo so dire. E l'intensità torna a regnare nella mia testa facendomi fare cose stupide come restare qui, mentre invece è chiaro che dovrei dormire, che potrei dormire, ho finalmente il tempo per riposarmi ma il punto è che non voglio riposarmi, voglio continuare a sentire questo e a restare qua e ad aspettare e a ricordare. anche se il tempo è poco, è davvero poco, a me sembra che sia tantissimo tempo. è come quando leggi da qualche parte che quella certa tal cosa c'è sempre stata, è che quella parte di te era dentro di te da tempo, da sempre, e quando la vedi riflessa fuori il fatto è che la riconosci, la riconosci e dici ma sei tu? sei proprio tu, ti riconosco. ti conosco. ti conosco da sempre, adesso che ti vedo così bene e che la maschera si è sfaldata nella caduta, io ti conosco, ti ho sempre conosciuto.
allora è chiaro che se mi sento così adesso è perché mi sento tirare, perché sento come al solito spegnersi la mia volontà e la ragione e la capacità di restare nella mia pelle e nel mio tempo, continuare a ragionare per decidere cosa è bene fare, e non è vero che è meglio così, queste sono tutte scemenze quando poi ti ritrovi davvero a non ritrovarti più, totalmente perso dietro questa cosa che all'alba sembra l'unica fine e l'unico inizio possibile di un anno, un anno, mio dio, comincia un anno ed è successo questo, e adesso che è successo questo io cosa faccio? cosa gli dico, a quest'anno? posso a stento immaginare cosa gli dico a quello passato, quello passato lo conosco, in quello passato mi so muovere, sono ancora io, ragiono, ho fatto delle cose, ho detto delle cose, ma capivo quello che facevo. stasera è l'anno nuovo e io già non so più quello che faccio. non sono capace di gestire queste cose. non con questa stanchezza arrugginita di giorni nella testa, questi occhi inchiodati allo schermo, le mie ultime quattro ore di sonno sono state solo quattro e sono state dolci e agitate, ricordo un sacco di immagini ma poi in fondo era la stessa immagine, era sempre la stessa immagine, da angolazioni diverse. un sonno dolce come pochi. ma poco sonno. tu però non dirmi che dovrei dormire perché tanto lo sai che non lo farò. adesso se davvero volessi scrivere quello che sento partirei con le lettere sconnesse, con i tasti battuti a caso, e sarebbe tutto un ifdghjdfugoiudfguodifugoidfugoiudfoiguoidugoidfugoidiuoig
e non si capirebbe lo stesso. questo corso di pensieri senza forma non mi serve. questa canzone che uso per prolungare la notte non mi serve. i buoni propositi per domani mattina non mi servono. venticinque anni non mi servono, sono di nuovo quindici adesso.
se mi dite che perdere la capacità di ragionare è una cosa buona non mi serve, non mi serve a niente perché non è vero, questa è una sonora scemenza, sonora.
quando posso far prendere a tutto questo una forma che mi piaccia, una forma bella e colorarla come voglio, e trovare la musica che lo descriva e fargli prendere forma di onde e di parole giuste, belle, allora sì. ma quando è come adesso tutto deborda e mi fa stare
(non lo so)
male.
ogni volta che ero io il lupo si capiva subito, non riuscivo a reggere il gioco per più di qualche minuto rapidissimo. questo perché mi sentivo totalmente nel pallone e totalmente senza difese. c'era di mezzo poco, c'era di mezzo solo un tavolo e c'erano un sacco di occhi da sfuggire. e c'era solo poco a cui aggrapparsi, un mezzo clown fratello e i racconti strampalati di mamma.
il fiore verde sulla giacca, il correttore agli occhi, le fotografie alle mie mani con i guanti, le punte delle dita, e poi l'alba. che registro solo dopo, molto dopo, quando ritorno in un posto che una volta chiamavo Terra.
se non posso non desiderare tutto questo, con quale nome dovrò chiamare quest'anno che viene?