A volte le acque del lago si agitano per...

A proposito: il mio MSN livespace...
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LEGGO...

°Marcela Serrano - L'albergo delle donne tristi°
°W.I.T.C.H.°
°Repubblica°

ASCOLTO...

°The Cure°
°The Smiths°


GUARDO...

°Troisi°



A Jane piace...

Il mare, le colline, soprattutto se può girarci in Vespa. Camilla, la sua cagnina appena deforme, i bambini e le cose da bambini, tutti i dolci con particolare predilezione per quelli molli e colorati, budini creme e gelatine. Le piace andare in vacanza in una enorme capitale europea e girarla in bicicletta o in metropolitana e accorgersi di capirla. Leggere e soprattutto scrivere. Capo Nord, e soprattutto arrivarci in macchina ascoltando Noi non ci saremo dei CSI. Gli scrittori sudamericani, Marquez, Allende, Serrano, Amado, ma anche Calvino, Baricco, Neruda e Ungaretti, Stephen King, Jonathan Coe, Neil Gaiman e le meravigliose graphic novel di Dave McKean. Il suo poeta preferito è Nazim Hikmet che però in questa fase si contende i primi posti con Pedro Salinas. Le piace il Corso e passeggiarci di pomeriggio, preferisce da sola, se deve scegliere. Le piace il caffè Roselli e la cioccolata calda al peperoncino, ma anche un tè alla vaniglia e, lì, parlare. Ama la complessità. Ama alla follia il cinema. Le piace da morire Buffy the Vampire Slayer, il telefilm più intelligente del mondo, e ha trovato ILLUMINANTE la visione di Evangelion. Le piace cantare. Le piace il rock ma anche la musica etnica, balcanica, sudamericana, il fado e il tango argentino, ama i Buena Vista Social Club e i cantautori italiani, De André, Rino Gaetano, De Gregori. Ama la musica indie che sta scoprendo poco a poco. Idolatra gli U2 e Tim Burton. Ama l'arte, i fumetti e il teatro. Le piacciono Monet, Rodin e i Peanuts (senza i quali non sarebbe mica stata la stessa persona). Le piace recitare. Le piace chiacchierare fino a tardi con le candele e la Nutella, come si faceva in quella casa piccola di Barcellona. Ama Barcellona, parlare spagnolo e viaggiare. Ama troppe altre cose e lo spazio qui è quello che è.

A Jane NON piace...

Sentirsi ansiosa, agitata (ma le succede spesso), litigare con qualcuno al telefono, essere costretta a vestirsi bene, fingere che le stia simpatico qualcuno che non le piace, dover dire di no alle persone. Andare ai matrimoni di chi non conosce, trovarsi in un ambiente dove tutti sono all'ultima moda e ballano i successi dell'estate, i caffè alla moda del Corso, l'aperitivo per farsi vedere. Non le piacciono l'estremismo e gli intellettuali che fanno gli intellettuali. A Jane non piace vedere allontanarsi le persone anche se spesso va così. Non le piacciono le verdure e nemmeno gli insaccati, fugge davanti al salame a fette. Non le piace rendersi conto di essere grande, crescere e via discorrendo. Non le piace sentirsi invisibile, anche se a volte sì. Non le piace rendersi conto che purtroppo, per l'ennesima volta, ha sopravvalutato. A Jane non piacciono le persone superficiali e poco sensibili, e i mediocri per scelta. Non le piacciono i silenzi pesanti, ma non le piace chi parla in continuazione. Non le piace dormire poco e sentirsi stordita. Non le piacciono le bevande alcooliche a parte la sangria e qualche vino rosso, fatta eccezione per certi goliardici rum e pera. Non le piacciono i ragni, i vestiti firmati e gli orecchini di oro giallo. Non le piace il gel nei capelli e chi fa il cinico per forza.

Che tempo fa oggi nella valle?

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Vi siete tuffati in: *loading*


 



"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.

Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."

(Pablo Neruda)


°Gein°
°BecckOnFlickr°


PERSONAGGI e INTERPRETI:

IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.

COLEI CHE E'
NEL MARE

Nel ruolo di quelbruco.

G.
Nel ruolo di SISTER

L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR

I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.

LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA

Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.

IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.

CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.

CONTINUA...

Nei dintorni del lago c'è questo di bello:































































































domenica, dicembre 31, 2006


Time is never time at all

You can never ever leave
Without leaving a piece of youth
And our lives are forever changed
We will never be the same
The more you change the less you feel

Believe, believe in me, believe
Believe
that life can change
That youre not stuck in vain
We're not the same, we're different tonight
Tonight, so bright
Tonight

And you know you're never sure
But you're sure you could be right
If you held yourself up to the light
And the embers never fade
In your city by the lake
The place where you were born

Believe, believe in me, believe
Believe
in the resolute urgency of now
And if you believe there's not a chance tonight
Tonight, so bright
Tonight

We'll crucify the insincere tonight
We'll make things right, we'll feel it all tonight
We'll find a way to offer up the night tonight
The indescribable moments of your life tonight
The impossible is possible tonight
Believe in me as I believe in you
tonight


Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 02:04 | link | commenti (2)
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sabato, dicembre 30, 2006

(Giustiziato Saddam Hussein.
Vittorio Zucconi, su Repubblica: )

"George W. Bush ha avuto la 'pietra miliare' che ha comperato con la vita di 2.992 soldati uccisi, 42 mila feriti e 600 miliardi di dollari, ma anche questa somiglia tristemente soltanto a un'altra pietra tombale."
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 17:15 | link | commenti (1)
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Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:53 | link | commenti
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venerdì, dicembre 29, 2006

C'ho il Tokyo blues, profumato di legno che profuma.
Parlo strisciando le parole e alcune mi escono in dialetto.
Perché è più semplice e non c'è bisogno di farle passare dalla testa.
Salerno è un lustrino, scintilla. Questo è il mare delle mattine di liceo, il mare che mi agitava e più era una tavola più mi agitava. A me, mi agita il mare piatto e brillante, terso, come questo. Il mare lo vedo da lontano perché cammino dentro, sul corso, sono anni che non cammino sul mare, a Salerno.
Ma a Salerno c'è il mare che brilla e una giornata di finta primavera, una giornata stupenda da comprare, da incartarci i regali. Però io stamattina c'ho il Tokyo blues che mi stordisce e le cose passano attraverso l'acqua, l'acqua di lontano, ed è così che le vedo, così di lontano, e sono costretta ogni tanto a sorridere ma non capiscono che ho il Tokyo blues. Forse se dormissi, forse se dormo, se mi vesto meglio, se sposto questi capelli dagli occhi, se non mi confondo, se ricordo, se capisco. Se capisco, sì, un giorno di questi.

Ed è allora che sprofondo nella poltroncina nera di Feltrinelli. Intorno Salerno che gira, io nel mio regno di parole che oggi festeggia il giorno del Tokyo blues, così: il giorno del Tokyo blues, norvegian wood. Poesia più molta dolcezza più piccoli pensieri da bambini più qualche altra cosa quanto fa?

Ed è questo quello che ho visto, dietro l'acqua.









 
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 15:31 | link | commenti (4)
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domenica, dicembre 24, 2006



Mmmm...chi saranno i fortunati?



...se guardi bene, dentro, forse c'è...
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 11:16 | link | commenti (6)
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sabato, dicembre 23, 2006

C'è una persona deliziosa che ha scritto una cosa che sento mia, parola per parola. Così la riporto qui per intero, consigliandovi di fare un salto, di tanto in tanto, nel suo meraviglioso mondo di pensieri delicati. E pensando al fatto che quando si incontra un'anima vicina, e bella, è sempre una festa, che sia o non sia Natale.

"Manca poco...pochi giorni ancora e lui sarà qui.
E' tutto l'anno che aspetto, come ogni anno. Incredibile aver coltivato quest'attesa come un lento ricamo e sapere che in quegli attimi non potrò vederlo. In cuor mio sentirò che è vicino, mi sembrerà di sentire la sua risata e poi mi dirò che erano solo rumori nella notte.
Quando ero piccola fantasticavo di giocare con le renne ma poi crescendo ho capito che non si può fare. Di sicuro saranno affettuosissime e in altre circostanze potrei carezzarle e forse loro ricambierebbero in qualche modo...come fa le feste una renna, qualcuno lo sa? Ma quella notte no, poverine quanto devono correre ogni anno quella notte.
Non si può giocare, non c'è tempo. Tutto deve funzionare alla perfezione, nessuna sbavatura negli ingranaggi dell'incantesimo o si corre il rischio di perdere il sorriso di qualche bambino.
Io bambina non lo sono più per cui, in teoria, lui non dovrebbe più prendersi cura di me, lo so.
Ma mamma e papà mi hanno sempre ripetuto che lui esiste per chi ci crede sinceramente. E io ci credo.
Non gli ho spedito nessuna letterina, anche se amo scrivere lettere di carta e a volte i cassetti della scrivania straripano per quante ce ne sono. Le scrivo e non le spedisco.
Con lui non ho neanche posato la penna sul foglio perchè sono sicura che ormai ci intendiamo col pensiero.
Sa bene cosa desidero, conosce ogni increspatura dei miei sogni, ogni più lieve sussulto.
Io sono qui, ti aspetto. Ho fiducia in te. E non dar retta a chi dice che sei vecchio e sorpassato, la magia non passa mai di moda."
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:55 | link | commenti (2)
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venerdì, dicembre 22, 2006



Per come vanno adesso le cose, credo di poter salutare l'ansia, per un po', quest'agitazione di poco prima di Natale.
Per come è fredda e pulita la mattinata, in piazza a bere caffè e ridere con la mia amica siciliana che è di passaggio qui, velocissima, che non vedo da quasi due anni. Lei con i suoi sorrisi e i suoi mille stupori, le luci del corso accese anche di giorno, il mio cappotto bianco, finalmente, e poi disegni che quasi mi commuovono, per come sono attenti e delicati, per come ci ha pensato, chi li ha disegnati. E poi le carte dei regali e i cappotti di tutti: colorati, spille di fiori, di ciliegie, lana e perline di cento colori. I cappelli, il tè caldo, le sciarpe lunghissime. I sorrisi di quelli che incontro sempre sotto quest'albero gigante. Le caramelle del teatro dei burattini, con la pioggia. Poi oggi pomeriggio a fare acquisti con mio cugino, sono stanca morta, ho un sonno così profondo che adesso quasi quasi mi stendo sul tetto della mia cuccia e guardo le stelle.
Perché ci sono tante di quelle stelle, ma tante in queste notti poco prima di Natale, che non ve le immaginate. E la mia testa si è riempita di bolle che stavolta sono più forti del fumo nero, e se sarò fortunata ne vedrò qualcuna cadente, di stella, perchè pare che, a dicembre, cadono.
Posso distendermi sul tetto del canile tra le mie lampadine, intorno c'è tutto, c'è la neve, che cade a fiocchi all'uncinetto, c'è la notte e una specie di euforia che mi scende nell'anima, e si trasforma il giorno dopo in una specie di serenità, in una cosa buona che mi fa vedere solo il bello, di questo corso freddo e illuminato di giorno, e passare le scorie, il nero, tutto quello che c'era e che si è sciolto, il vento della sera di dicembre se lo porta via, per oggi.
Per come vanno le cose, credo di meritarmi di starmene qui a guardare il cielo sopra al tetto del canile, fino a che Santo Nicola arriverà sulla sua 127 trainata da cani e campanelli, per bere il mio bicchiere di latte. Stamparmi le meraviglie sul fondo degli occhi, in testa parole sparate tra gli astri, parole di cristallo.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:35 | link | commenti
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Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 03:46 | link | commenti (3)
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mercoledì, dicembre 20, 2006

E poi oggi pomeriggio dovevo andare ad incontrare proprio lei, lei in mezzo a tanti che potevo incontrare. Per non più di due secondi, il tempo di un ciao incrociato, però caspita, lei dopo almeno un anno, forse di più senza mai vederla, e proprio a lei avevo pensato, pochi minuti prima, non più di dieci minuti prima in metropolitana. Perché c'avrò pensato, poi. Facevo uno di quei corsi di pensieri, seguivo pensieri miei, pensieri che ho seguito per tutta la giornata, perché ho poche canzoni nell'ipod e la giornata è stata lunga e solitaria, senza una pausa pranzo decente.
E così nel mezzo di uno dei corsi di pensieri più paranoici della giornata la incontro. Paranoie da donne, comunque. Non che sia stata lei la parte più rilevante della mia giornata, anzi. Però mi è rimasta questa cosa, in testa. E' che io credo nelle coincidenze. Pur avendo pochissima fede in pochissime cose credo profondamente nelle coincidenze, come credo in tutte le cose che abbiano una pur vaga parvenza di poesia.
Così nello stesso pomeriggio mi capita di posare lo sguardo su questo certo libro su uno scaffale a caso della libreria più grande di Napoli. E di incontrare per strada lei, a cui avevo pensato pochissimi minuti prima, bella, anzi bellissima, come sempre. Questo lo dico senza un'ombra di astio, soltanto con ammirazione, giuro. E poi ci arriverebbe chiunque perché lei è davvero bella, con i capelli lunghi e ondulati, gli occhiali da sole vintage quanto basta, e il cappotto lungo al ginocchio, i toni caldi e marroni, il sorriso appena accennato dietro le lenti, stivali. Cammina rilassata, con amici, chiacchiera. E tu guarda chi ti incontro proprio oggi proprio dopo tutto quello che avevo appena pensato, proprio oggi che io invece me ne vado tutta trafelata e scomposta, i capelli raccolti a caso, il cappotto nero vecchissimo e rammollito, due giri di sciarpa e non un'ombra di trucco a nascondere lo sfacelo della mia mancanza di sonno. Orecchini messi di fretta, perché erano già sul comodino. Non mi daresti due lire e mentre la mia autostima già vacilla ti incontro lei, uscita dritta dritta da un film sugli anni '70. Questa giornata gira male.

Poi va a finire che per fortuna, la giornata, finisce. Me ne sto col naso all'insù tra gli angeli d'argilla, vestiti di stracci. Me ne sto, da sola, tra i vicoli. Perdo l'autobus e scende una sera fredda sui miei occhi stanchissimi da ore. Stringendomi al collo la sciarpa troppo lunga mi addormento. Credo di aver sognato qualcosa di vagamente triste, mi sento strana. Vicino a me è seduto un uomo anziano e signorile, mi piacerebbe avere un nonno. Visto che non ho la forza di parlare, mi piacerebbe questa sera ascoltare. Ascoltare, questo sì: e parlare con gli occhi. Ma qui non parla nessuno perché questa è la giornata più solitaria della storia, e già vedo che cominciate a sparire anche voi.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 23:35 | link | commenti (7)
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lunedì, dicembre 18, 2006

Ieri sera diluviava. Ero in cucina a far lavori manuali, che non vuol dire lavori di cucina. Mio padre è apparso verso le undici e mezza, credendo non ci fosse nessuno. Io lo sapevo, lui compare quando sa di essere solo, e solo allora mangia qualcosa. Però c'ero io che lavoravo, e allora ho buttato lì, con nonchalance: "Ma questo speciale su Battisti, quando vuole iniziare?"
E allora mio padre è rimasto, si è seduto sul divano.
Io incollavo con la pistola a caldo e rischiavo le mani, e intanto ascoltavamo Battisti. Mio padre era tutto sorrisi e ricordi. Almeno credo, i ricordi. Io conoscevo un sacco di canzoni, le cantavo tutte e lui si sorprendeva che le sapessi. Credo fosse sorpreso di trovare che ho saputo di quel periodo, della sua giovinezza, di quell'aria, non so, libera. Perché io non c'ero e forse mio padre pensa che la mia musica e la sua non hanno nulla in comune. Che la mia giovinezza e la sua non hanno nulla in comune.
Però io l'ho fatto restare in cucina con l'inganno e quando è rimasto credo che sorridesse anche perché ha visto che non era così, che io le sapevo, le canzoni.
Io canticchiavo e mio padre diceva "adesso senti, eh, senti qua", come se non sapesse che le sapevo, le canzoni. E intanto c'era Battisti che guardava fisso in camera e c'erano quelle canzoni, che ora non so, perché non c'ero e non lo posso sapere, ma a me mi sanno di libertà e di intensità, di una cosa romantica e fresca, giovane e per nulla complicata.
Mia mamma mi disse, una volta, che il primo regalo di papà era stato "Acqua azzurra, acqua chiara". 45 giri.
Io pensavo a loro con i capelli lunghi, nelle foto, e mi veniva un buonumore assurdo, mentre mi scottavo le mani.
E poi ho ricordato di quando ero piccola e mamma aveva quella famosa cassetta di Battisti che metteva in macchina. Sempre quella.
E io mi chiedevo cosa mai volesse dire quella canzone in cui lui pensava a lei e poi prendeva l'auto e sorpassava a destra con un gran bagliore, lontano una sirena e poi nessun rumore, lasciarti è fra i dolori quel che fa più male, tra tanta gente nera una cosa bella, tu a me uguale, tu a me uguale.
E poi papà ha detto: "vedi, quell'anno, era il '70. Io avevo: vent'anni, un Ducati 450, e i dischi di Battisti, Mina e i Pink Floyd. Penso di aver vissuto una cosa eccezionale."
E io ho pensato, sì papà, sì.


 
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 12:21 | link | commenti (17)
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domenica, dicembre 17, 2006



Scene da un camerino, un po' prima di entrare in scena.


Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 13:49 | link | commenti (3)
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sabato, dicembre 16, 2006

Penso che c’è una cosa che mi piacerebbe come regalo di Natale, sarebbe assolutamente perfetta e scaccerebbe quella sensazione strana e agitata che in questi giorni, a volte, mi prende.
Mi basterebbe dormire con mio cugino, la notte di Natale. Potrei dire con i miei cugini, ma in fondo mi basterebbe lui, il regalo sarebbe lui, più di chiunque altro.
Abbiamo sempre passato le feste di Natale dalla nonna, finché la nonna c’è stata.
Mio cugino ha sei mesi meno di me ed è alto e grosso, con le spalle larghe. Mio cugino è il primo amico che ho avuto, eravamo solo io e lui e giocavamo insieme, stavamo insieme praticamente sempre e lui era l’unico bambino che conoscevo, per un po’di tempo.
Mio cugino è intelligentissimo e ingenuo, è dolce e protettivo, ironico e pieno di talento. Disegna.
Mio cugino aveva le orecchie a sventola ed era piccolo piccolo, fin quando all’improvviso è diventato molto più grosso di me. Io facevo la grande, volevo insegnargli a leggere. Giocavamo sempre insieme, così mischiavamo i giochi da maschio con quelli da femmina, ricordo degli interminabili pomeriggi passati con Voltron5 e la Signora Minù.
Mio cugino ha i capelli vagamente rossicci e una strana barba rossa, rada.
La notte di Natale mio cugino non voleva andare a letto, giocavamo coi grandi fino a molto tardi, poi a letto aspettavamo che ci raccontassero una favola e di solito era quella di cappuccetto giallo, che mio zio si inventava ogni volta diversa, le faceva ritrovare una Ferrari dietro un albero e così arrivava a casa della nonna molto prima del lupo. Ci mettevano a dormire nello stesso letto, perché eravamo solo noi due i bambini di casa.
Eravamo agitati. Mio cugino non riusciva a prendere sonno. Poi si addormentava, molto prima di me, e io fingevo di dormire ma nel letto pensavo, aspettavo e sognavo. Ricordo i suoi pigiami azzurri identici ai miei, solo che i miei erano rosa. Ricordo i suoi capelli lisci lisci da bambino degli anni ’80, e i suoi occhi scuri, scintillanti e vivissimi, pieni di sorrisi. Ci completavamo, io chiara e bionda e piena di boccoli, lui con quello scintillio scuro e furbo, un pigiama rosa e un pigiama azzurro.
Eravamo sempre insieme, io e mio cugino.
La nonna ci adorava. Eravamo agitati, quelle notti di Natale, ma erano notti di Natale stracolme di magia e di dolcezza, io ricordo la terrazza fredda e i mandarini e i fagioli secchi della tombola, pennarelli colorati e una finestra con le persiane alzate, fissa su un cielo blu ghiaccio, e un paio di stelle che lo traforano, sicurissime e grandi più di noi due, dentro quel letto enorme. Ricordo i gatti nel cortile e il bicchiere di latte lasciato sul tavolo. E poi quella magia del tavolo della cucina, dove gettavamo un’ultima occhiata, la sera, sapendo che la mattina dopo non sarebbe stato più lo stesso tavolo: lo avremmo trovato ricolmo di regali, la magia si sarebbe compiuta. E poi i rumori che arrivavano dalla cucina quando eravamo già a letto a fingere di dormire, e sentivamo i grandi chiacchierare immaginandoli a rivelarsi chissà quale segreto.
La mattina mio cugino si svegliava prestissimo, ma ancora non si poteva andare a guardare il tavolo magico: bisognava aspettare che venisse suo padre, che non dormiva con noi perché non c’erano letti per tutti. Allora aspettavamo sempre allo stesso modo: lui cercava di spiare, guardava attraverso la porta a vetri di cucina, non ne poteva più. Io speravo che mio zio arrivasse tardi perché per me quel momento di attesa avrebbe potuto non finire mai, era intenso e intriso di un’agitazione bellissima, e poi mio zio arrivava e allora i grandi facevano il caffè, sempre questo facevano, il caffè per farci aspettare ancora un po’, perché ci godevano a vederci così elettrici e contenti, e quella piccola crudeltà mattutina era deliziosa e io sono sicura che questo lo pensa anche lui, mio cugino, quando se ne ricorda.
Così se mio cugino dormisse con me, in un lettone grande, la notte di Natale, sarebbe davvero la notte di Natale. Mio cugino dorme di un bene, di un bene che ti fa venir sonno e una gran voglia di dormire anche a te. E’ una specie di gatto, ti lascia sempre abbastanza coperta e poi ti ci puoi appoggiare, lui ha spalle larghe ed è comodo, e si sveglia tardissimo con le guance arrossate e un mezzo sorriso.

Mio cugino, dormisse con me, allora sarebbe Natale.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:52 | link | commenti (5)
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Se vuoi conoscere la completa gamma delle emozioni umane,

ti faccio vedere il film
di questa giornata.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:38 | link | commenti (6)
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giovedì, dicembre 14, 2006

(Me gustas cuando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y mi voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran volado
y parece que un beso te cerrara la boca.

Como todas las cosas están llenas de mi alma
emerges de las cosas, llena del alma mía.
Mariposa de sueño, te pareces a mi alma,
y te pareces a la palabra melancolía.

Me gustas cuando callas y estás como distante.
Y estás como quejándote, mariposa en arrullo.
Y me oyes desde lejos, y mi voz no te alcanza:
déjame que me calle con el silencio tuyo.

Déjame que te hable también con tu silencio
claro como una lámpara, simple como un anillo.
Eres como la noche, callada y constelada.
Tu silencio es de estrella, tan lejano y sencillo.

Me gustas cuando callas porque estás como ausente.
Distante y dolorosa como si hubieras muerto.
Una palabra entonces, una sonrisa bastan.
Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto. )

(Pablo Neruda)





...Io credo che egli approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 08:55 | link | commenti (1)
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mercoledì, dicembre 13, 2006



Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:31 | link | commenti (2)
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martedì, dicembre 12, 2006

E' una canzone conosciuta, ma ascoltata così acquista tutto un altro senso, un altro senso, adesso. Ho sempre pensato che lei avesse una voce magnifica. Quando entra, è come se tra le gocce di pioggia di una giornata bianca serpeggiasse un raggio di sole, ma ampio e sorprendente. E allora cambiano colore i pezzi della città, un po' come quando all'improvviso ti ricordi di cose dimenticate, e capisci che è possibile credere anche se tu avevi qualche dubbio.

Ho riletto un po' dei vecchi post del bruco. Lei adesso corre a grandi falcate verso il mare. Chissà quando leggerà quello che scrivo adesso, e cioè che mi mancherà, perché è pura e allegra, colorata e malinconica, luminosa come una giornata al mare in un vecchio marzo.

E poi in queste giornate ci sono fari e onde anomale, onde basse, increspature, onde alte. Sempre bello, però. Col tempo buono, con la tempesta, quando ci sono dieci minuti e quando ci sono ore, lunghe ore che poi prendono d'anticipo il mattino.

E adesso Molière.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 16:49 | link | commenti
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"Se scrivo ciò che sento è perché così facendo abbasso la febbre di sentire."
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 02:04 | link | commenti (6)
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lunedì, dicembre 11, 2006

Il vecchio Charlie Brown



Napoli. Ancora. Sono in Sita esattamente da due ore e dieci minuti. In una città normale, in una regione normale, ci vogliono venticinque minuti a fare questa strada. Di strada effettiva.
Ma sono le dieci e mezza e io stamattina mi sono svegliata alle sette e un quarto, per arrivare in orario. Ho un mal di testa di quelli che ti prendono al risveglio e non ti lasciano più. Sono vestita male. Con una mano sulla tempia guardo fuori: e fuori è una giornata insolitamente fredda, non smette di piovere e ovviamente la mia giacca è troppo leggera. Ho freddo perfino nell'autobus. Mi stringo al collo una sciarpetta sottile comprata a settembre, che non serve a niente, e intanto guardo fuori. Fuori c'è il solito paesaggio pieno d'acqua, triste ma non squallido, pieno di alberi, addormentato e ghiacciato. Però sto peggio io del paesaggio, addormentata e infreddolita come sono, con la testa piena di scorie di dolore.
Appena entriamo in città, il traffico diventa tre, otto, quaranta volte tanto. Un signore, seduto davanti, chiacchiera con l'autista. La filosofia dei napoletani può tanto, in una situazione frustrante come questa. Sembrano rilassati, la città collassa, i passanti si infilano nel budello di automobili rischiando la vita come automi a molla, sbandano. Si sentono sirene che si avvicinano, sono tante, fanno un rumore pazzesco. "E' gruosso o'fatto, oggi." E' una cosa grossa, oggi. Le sirene sono bloccate, si avvicinano a fatica, il traffico è un muro. Poi ce la fanno. Sono sei auto dei Carabinieri. Sei. Noi siamo ancora bloccati. "E 'e viggili arò stanno?"
"La dinto, o'vverite?", là dentro, lo vedete? fa il tizio davanti a me. Indica un bar, e poi un altro caffè, una rosticceria. "E là dinto, e là, e là."

Alle dodici scade il tempo utile per questa maledetta domanda di iscrizione. Avevo ingenuamente pensato che partire alle otto poteva bastare. Alle undici e dieci arrivo in segreteria, ma il mio versamento non va bene, manca un pagamento di sessantadue euro che non era indicato da nessuna parte, e una marca da bollo di cui nessuno sospettava l'esistenza, fino a stamattina. Ma dov'era scritto? "Ah io non lo so con chi avete parlato, di certo non avete parlato con me, io nun dico maje mezza parola, io dico sempe 'na parola intera." Non è neanche colpa sua, in fondo. Mi indica un Banco di Napoli che dovrebbe essere qui dietro l'angolo, ovviamente per strada mi perdo quasi subito, e il bello è che continuano a spuntare banche, c'è una banca in ogni angolo, banca di roma, banca di puglia e calabria, banca intesa, unicredit, banca dell'emilia romagna, ma ovviamente a Napoli non salta fuori un Banco di Napoli. Intanto piove obliquo, non apro neanche l'ombrello perché mi sto incazzando non poco. Poi un barista impietosito mi indica la strada. Il Banco di Napoli. Ci siamo. Sono davanti alla porta d'ingresso, quella col meccanismo di sicurezza. Metto la borsa nella cassetta di sicurezza. Ho in mano solo il portafogli, ma la porta si blocca. Prego depositare gli oggetti metallici. Esco. Ci penso su. Orecchini, monete nelle tasche, perfino il portafogli metto via, ho solo in mano le banconote. Prego depositare gli oggetti metallici. La guardia giurata comincia a ridacchiare, sembra una candid camera. Poi capisco. Gli stivali. GLI STIVALI. La punta rinforzata di ferro, maledetti stivali da motociclista! GLI STIVALI!
Viene fuori un impiegato, capisce la situazione, mi fa: "Sì ma se la porta suona io non vi posso fare entrare". Esce un ragazzo, mi guarda, devo avere un'espressione assolutamente incredula. "Guarda che se esci di qui, e vai a destra, e poi giri a sinistra, proprio di fronte alla Questura, insomma c'è un'altra banca dove forse non hanno la porta di sicurezza, sta vicino al mio ufficio, guarda che è facile, se esci di qua e poi vai..."
Ragazzo. Ragazzo, tu forse non hai capito. Non ho intenzione di fare dieci passi di più. Adesso tirerò un bel respiro, ti sorriderò, e poi ti dirò una cosa.
"Sai che ti dico? Ma perché devo andare da un'altra parte? Me li levo, gli stivali."
"..."
"Tanto questa giornata è così assurda che questa è la cosa meno assurda di tutte."
Mi tolgo gli stivali. Sotto ho le calze a righe, cinquemila colori. La guardia giurata ormai è divertita a pazzi, mi fa "mettili qua, te li guardo io." Entro. Scalza. Sento una vaga allegria che mi punteggia la testa. Il mal di testa se n'è andato.

Quando ho fatto coi pagamenti e tutto, torno in segreteria e metto una parola fine a questa odissea grottesca. Mando a fanculo gli altri impegni della mattinata. Al bar di fronte ordino un caffè e un cornetto alla crema. Il cornetto è caldo e sembra sfornato un minuto fa. Mangi prima, mi chiede il barista, e il caffè te lo faccio dopo? A Napoli vogliono sempre sapere quando lo vuoi, il caffè, se prima o dopo il cornetto.

Risalgo sull'autobus, di ottimo umore. Leggo uno splendido libro, seguo con lo sguardo le gocce di pioggia sui vetri.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 13:16 | link | commenti (9)
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sabato, dicembre 09, 2006

Gein a dicembre di troppe parole


C'è un motivo per cui me ne sto sempre in giro, sempre, in questi giorni, come e più di ogni anno nello stesso periodo.
C'è qualcosa che cambia nei nostri paesaggi, in queste settimane, in questi mesi. E' il mio periodo preferito dell'anno e la natura mi sembra diversa, addormentata e immobile, ma lo stesso è presente ed è viva ed esiste in un modo che è più vicino a me, che mi ricorda di come mi sento io e che mi riporta alla mente anni passati, immagini passate, colori e profumi di un po' di anni fa, tanti anni fa. Per questo amo il freddo e sono delusa quando non c'è, e le giornate come questa non mi disturbano, la pioggia e il vento colorano le cose dei colori adatti, per strada ascolto Nella Pioggia di Capossela facendo ballare l'ombrello, sola nella città addormentata anche lei. Sono le due del pomeriggio, non c'è nessuno.
Per le strade lontane dal centro, quelle che costeggiano i campi dei contadini, i piccoli orti delle frazioni di collina, sento che sono nel mio mondo. Il mio mondo è un mondo d'autunno fatto di acqua e di alberi spogli carichi di cachi maturi e piccole mele rosse, le mele annurche che stavano fredde e dure nel cesto a casa di nonna, nei giorni delle vacanze da scuola, e stanno all'aperto sulla soglia del negozio del borgo vecchio, un negozio di frutta e verdura dove mi fermo sempre un secondo, di solito in rotta verso la libreria. E conto, uno ad uno: le castagne, i broccoli di Natale, mandarini senza semi, arance, mele annurche, piccole e dure, sempre coperte d'acqua.
Qualche volta, dal negozio del fruttivendolo vedo uscire il poeta: conosco il poeta ma lui non si ricorda di me, ha sempre una coppola grigia e scarpe da tennis, giornali sotto il braccio. Mi ricordo della sua poesia, era una poesia bellissima che parlava di ciliegie. Lo incontro dal fruttivendolo. Io non compro niente, io guardo.
E poi il motivo per cui esco, in questi giorni, è la strada che mi chiama: hanno acceso le luci, esce la gente e affolla i negozi, e ancora una volta io non compro, guardo. Non riesco a pensare che ci dev'essere un motivo per cui devo uscire. Guardo le vetrine e guardo le persone, ma soprattutto guardo il borgo vecchio e a volte i piani di sopra delle case, si intravedono vecchi soffitti di legno e luci gialle, calde. I bambini sono esaltati e troppo coperti, hanno cappelli colorati. In un'angolo del borgo, tra una chiesa e un vecchio teatro vuoto, hanno messo su il teatro dei burattini. Mi piace passeggiare con un amico che ormai è un amico di sempre, e dirci che conosciamo a memoria tutti gli spettacoli. E' la sera del suo compleanno e per terra è riflesso il giallo che sta in alto, luci e pozzanghere e le nostre voci a gruppi di due, di tre, nel buio color arancio delle undici. Mi piace questo, immaginare quando passerò e ci saranno i burattini e i bambini con una moneta da un euro stretta nel pugno (a noi ci dava mille lire, mamma), e profumo di caramelle. Mi piacciono queste strade, che sono lunghe se devi camminare, ma sono anche piccole e non c'è bisogno di cercarsi, perché tanto ci si trova sempre. Mi piace quando sono al negozio della mia amica e arriva qualcuno, a volte arrivano tutti e siamo sempre vestiti colorati, veniamo guardati strani da chi sta dentro, io arrivo con cappelli colorati e fiori di lana, borse a colori che stonano, ma magari si sono abituati a me, certe volte mi sorridono. Se sono fortunata, ci sono dei bambini. Ultimamente sono fortunata, spesso. Coincidenze astrali.
E poi mi piace una vetrina, una vetrina in particolare. Anche per questo esco. C'è sempre della gente davanti a questa vetrina. Ci sono bambini incantati e ragazzine che per qualche secondo si scordano di far finta di essere grandi. Mi ci fermo ogni volta, e ci resto per dei minuti lunghi lunghi, seguo le figurine del circo e delle giostre che si muovono, giocattoli da grandi, costosissimi, incantevoli. Qualcuno passa, ogni volta, alle mie spalle, e dice a un altro "guarda....", e resta lì, anche lui. E' una vetrina bellissima.

Io e mia madre abbiamo fatto l'albero di Natale, come ogni otto dicembre. Ci prepariamo per tutta la mattina, attacchiamo i rami all'albero, sistemiamo le luci. Ma l'albero lo facciamo di pomeriggio, con la musica giusta, un vecchio cd che a lei piace tanto. Ci sono le canzoni di Natale, ma visto che noi siamo strane ci sono anche altre cose, il tema di Pinocchio di Piovani, e una vecchia canzone dello zecchino d'oro, una canzone che mi cantava lei quando ero piccola, che dice "e se ti addormenti mi addormenterò", e io ci giurerei che una volta mentre me la cantava si è addormentata, me lo ricordo come se fosse ieri e invece è almeno vent'anni fa. Lei alza la musica a un volume assurdo, e accenna sempre qualche passo storto di ballo. Fischietta. Io attacco le palline e lei i fiocchi, perché non le piace appendere le palline. Mentre le attacco, mi dice che in fondo ogni pallina le ricorda qualcosa, ricordiamo da dove vengono e quando e dove la abbiamo comprate, e le storie e i Natali che si portano dietro. Mi dice che in fondo è questo, l'albero di Natale.
Ci manca solo mio fratello, che di solito attacca ogni pallina, svogliato, alla punta di un ramo, e poi bisogna spostarle tutte daccapo, una ad una.

Esco queste sere e questi pomeriggi perché sono i pomeriggi di novembre e poi di dicembre, che sono mesi pieni di poesia e rendono le persone migliori. Penso che forse, se ne trovo uno, mi comprerò un albero più piccolo, per la mia stanza.

Sull'albero di Natale ci voglio cioccolata e burattini, pomeriggi con mio fratello a scottarci le mani con la colla a caldo, Camilla col naso bagnato, un giro alla Feltrinelli, impermeabili e stivali di gomma. Ci voglio tè verde all'aperto vicino alla stufa, bambini che mi chiamano signorina, due guanti di colore diverso alle otto di mattina, mio cugino con le spalle larghe e fiori di lana attaccati ai jeans. Eppoi ci voglio libri prestati e vecchi fumetti di papà, le quattro di notte e lo sguardo basso, Davy Jones il padrone del mare e il profumo dei mandarini senza semi, i miei genitori che comprano cioccolata, il gospel e le cinque del pomeriggio, le parole dette e le parole non dette. E un pianeta incantato, sopra uno stagno di anatre.


 





(On air)

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Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 16:35 | link | commenti (9)
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venerdì, dicembre 08, 2006



Amici, passanti, vecchi e bambini!
Correte, ché ho da mostrarvi il numero d'oggi! Vi mostro stasera, vi mostro una cosa che, se non mi credete, guardate coi vostri occhi.
E' un numero vecchio ma funziona sempre, sapete:

Lettura
del
pensiero.

Funziona con le parole e coi piccoli oggetti, un giorno si prova coi grandi, o con altre parole.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 02:47 | link | commenti (7)
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giovedì, dicembre 07, 2006

NIUS dalla Terra (if you could only see, we could clear this all up)



Da stamattina alle otto questa è la seconda mezzora libera che mi concedo. Ma in compenso.
Perdere la Sita perché passa in anticipo può essere seccante, ma poi neanche tanto se incontri alla stazione un paio di persone simpatiche e provare ad arrivare a Napoli in orario diventa un'avventura a spasso per la Campania, tutti molto sonnolenti e increduli.
A Napoli non riesco a combinare niente, il professore non c'è, il mio versamento per l'iscrizione non va bene, sto bestemmiando in ogni lingua conosciuta e poi invece va a finire che mi vado a ficcare nei vicoli pieni di rumore e di quelle cose di Natale che ci sono solo a Napoli. La signora che vende le zeppole calde coperte da un lenzuolo in un carretto che spinge per i vicoli (gridando), un carico di sedie di legno portato a spalla, odore di incenso e un cornetto enorme a settanta centesimi. Napoli. In ogni altro periodo dell'anno mi irrita bestialmente, stamattina mi intenerisce. E poi finisce che vedo il bruco, la saluto di nuovo in partenza affidando la sua sorte per mare a un mio vecchio amico.
Di nuovo a casa, mezz'ora per mangiare, via alle tre. I miei attori piccoli, però, sono bravissimi. Cerco di fargli capire che lo sono, soprattutto quelli che vedo più in difficoltà. E loro mi sorridono, mi sorridono tanto e a me i sorrisi di bambini mi sciolgono. Si fanno promettere che verranno truccati e pettinati da me, personalmente. Fanno a gara per portarmi il caffè.
Adesso il tempo di un succo di frutta alla mela, e poi in sala. E' il turno di Molière.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 17:38 | link | commenti (3)
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mercoledì, dicembre 06, 2006

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:29 | link | commenti (1)
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Banale, è molto banale in fondo sentirsi così. Sono semplicemente stanca, scrivo un post banale in cui dico che mi sento stanca perché ho fatto molte cose, negli ultimi giorni. Ho fatto cose che mi piacevano e sono state giornate intense, intenso è un aggettivo che in questo periodo torna, frequente, in tante cose. Però stasera mentre guido per tornare a casa e cerco di fare mente locale su quello che devo fare domani, e il giorno dopo magari, mentre cerco mi accorgo che sono stanca e che la mente non ritiene informazioni per più di pochi minuti. Appena ho deciso cosa devo fare, me ne scordo. Quando sono a casa lo scrivo immediatamente, prima che succeda di nuovo. Quand'è così, ho bisogno di dormire, ho bisogno di fermarmi.
Ho la testa confusa. Le cose che dovrei fare sono una serie di macchie di colore. Quand'è così, mi ricordo di quando mamma diceva a tutti che Claudia è fatta così, ha la testa nelle nuvole, vive in un mondo tutto suo. Io mi arrabbiavo quando lo diceva, ma sapevo, capivo che era vero, vivevo in un mondo che perlomeno non era il mondo di mia madre.
Stasera sono stanca, sono stanca delle solite vecchie cose stanche che succedono in questa casa, sono stanca della stanchezza dei miei genitori, che mi sembra crescere ogni giorno. Loro diventano vecchi e diventano stanchi, e io me ne stanco. Sono fisicamente stanca, ho bisogno di dormire. Sono stanca di leggere le parole sullo schermo, le vorrei leggere nell'aria e negli occhi, le vorrei leggere nella musica. In fondo sono stanca di scrivere, anche se continuo. Sono stanca di avere impegni di cui non mi interessa, ma sono stanca anche di quelli di cui mi interessa. Così, tornata, mi ficco gli auricolari bianchi nelle orecchie e ascolto Ludovico Einaudi, Le ore. Ascolto la stessa canzone per molte, molte volte, e torno ancora un'altra volta in quel famoso mondo, quello che mia mamma spifferava a tutti. Non capisco perché non sia possibile, vivere là, sopra un pianeta desolato e piccolo, veder passare nel cielo stelle marine e pagliacci, sentire la musica del circo, sentire le canzoni di natale fuori dalla porta di legno, aspettare che sia sera per guardare ventiquattro tramonti spostando ogni volta di poco la mia sedia.
E' che sono stanca e ho molta voglia di restare seduta, con le gambe raccolte, a fare cose che mi piacciono. Ci sono persone che si aspettano delle cose da me, ma stasera non farò niente per loro, magari ricomincerò domani. Per quanta fatica ci vorrà, forse domani, molto probabilmente domani ritornerà tutto, la volontà, le forze, anche la capacità, a volte, di stare zitti, ascoltare l'ennesima telefonata di papà dall'altra stanza, mentre parla a un volume impossibile con mio zio e gli dice di nuovo le stesse cose, e cercare di distrarsi per non capire quello che sta dicendo. Stare zitti quando la mia regista mi fa capire con noncuranza che non si aspetta assolutamente niente di buono da me. Stare zitti quando è ridicolo quello che sto facendo, che io stia continuando a farlo. Quando è così chiaro che questo non è il posto per me, non ci faccio niente qui. Stare zitti a volte, quando pensi sia più opportuno così, quando pensi agli altri e ti dici che in fondo non è poi un così grande sacrificio stare zitti. Oppure la forza, la capacità di andare e di fare la strada ogni mattina anche quando non ce la faccio, anche se sono stanca e se devo fare una corsa perché ho molte cose da fare, solo perché forse se vado da lei anche stamattina sarà un pochino più allegra, e distratta per qualche minuto. E poi il pomeriggio aspettare qualche telefonata di qualcun altro che vorrà qualcosa da me. Che si aspetta che io sia una buona persona, senza sapere niente di quello che mi passa per la testa. Che si aspetta che io parli, che si aspetta che io stia zitta. Dovete scusarmi, è che sono molto stanca e sto ascoltando una musica malinconica.
Ma dicevo che in quel posto che so io, tutto questo non serve e non ha alcuna importanza. Ho sempre saputo che non esisteva, ma io continuo ad andarci, ve lo confesso, tutte le volte che posso. In questo posto è possibile anche restare per delle ore ad ascoltare la stessa canzone, pensare che fingere di essere delle onde del mare cambierà la testa delle persone, provare a sorridere a tutti per vedere chi ti risponde. E' possibile anche credere di scorgere una bellissima luce negli occhi di qualcuno, sentire una malinconia che ti assale, improvvisa, in una sera da niente in cui non è successo nulla, davanti ad un foglio d'agenda dove hai scritto le cose da fare domani, quattro libri sul comodino che apro ad un ritmo estremamente lento e affaticato. La solita montagna di cose: libri, bambole, specchi, cappelli, fotografie, fumetti, colori, quelli dappertutto. Nel solito posto famoso di cui vi parlavo, ci sono veramente molti colori, anche quando non si vedono, anche quando tutto è a due dimensioni o meglio ancora quando tutto è immaginato, quando tutto si nasconde dietro all'aria che si scurisce di una sera, a una sciarpa, a cinque minuti di musica, agli occhi, quando la smetterò io di concentrarmi sugli occhi. Poi ci sono come sempre i residui di ieri sera, le cose dello spettacolo ancora sparse in giro, questa stanza sembra un campo di battaglia, qualcuno non lo capisce e ancora mi chiede come possa essere così disordinata, non riesce ancora a capire, dopo tanto tempo, non ha capito che qui si combatte perché ci sono un sacco di cose con cui dovrei fare pace.
Gli ultimi cinque minuti, un altro giro per quel posto che conosco, alzo il volume fino a che nelle cuffie diventa un fastidio, è troppo alto. Mi ricordo, quanto mi dava fastidio quella frase, lei vive in un mondo tutto suo, lei, Claudia, vive in un mondo suo. Forse è che non avevo alcuna voglia che fosse tutto mio. Era così bello che ci avrei invitato volentieri qualcuno.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:34 | link | commenti
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martedì, dicembre 05, 2006

"Io ti chiesi perché i tuoi occhi
si soffermano nei miei
come una casta stella del cielo
in un oscuro flutto."

(H.Hesse)
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:40 | link | commenti (12)
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adesso non ho parole, ne avrò domani.
mi sento leggera, leggera leggera, e mi viene da ridere.
(l'unica cosa è che poi non ho avuto tempo, e modo.)

(aggiunta di mezzanotte e trentacinque: non POSSO proprio dormire. come potrei?)
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:22 | link | commenti (5)
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lunedì, dicembre 04, 2006

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 12:15 | link | commenti (3)
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Buona la prima



Adesso che si è fatta quasi mezzanotte ed è finita questa giornata che sembrava interminabile, lo posso dire. Che bello. Che bello questo spettacolo. Che bello esserci quando si apre il sipario, com'è scontato eppure com'è bello. Guardare il telo appeso alla tua sinistra, non vedi il pubblico in sala ma lo senti, lo percepisci. Quell'attimo non si ripete mai più nel corso dello spettacolo. E' una cosa da niente che rischia di sfuggirti, devi concentrarti, devi sapere che è lui. Quando il sipario si apre e tu sei già sul palco è un attimo eterno e infallibile, ti senti bello, ti senti come quando pensi che potresti non morire mai.
Getto uno sguardo alla mia compagna che mi sta di fronte, ha gli occhi sorridenti, occhi molto verdi e grandi. Mi viene da sorridere. E non posso, perché devo stare immobile. E' un attimo in cui senti le luci, gli sguardi, e il tuo corpo, come mai i normali livelli di attenzione ti consentono.

Prima dello spettacolo sono di buon umore e allora scherzo con tutti, mi lascio andare a un livello di confidenza che di solito non ho con gli altri, perché non sono una di quelle persone estroverse. Ma quando si è in costume le cose cambiano, l'ho sempre sostenuto. Così familiarizzo con i due bambini travestiti da strilloni, una è piccola e bella come una bella bambola, mi scappa prendendomi in giro mentre cerco di farle una fotografia. E poi mi accorgo di quanti bei sorrisi ci sono in giro, alcuni dolci in maniera sorprendente. Scambio qualche battuta tesa e divertita, un paio di sinceri complimenti, su tutto c'è Renata che è una farfalla, come è sempre. C'è una bella atmosfera. E quando finisce è lo stesso, perché lo spettacolo ci avvicina, dappertutto sento ridere e vedo sorrisi, io sono una che ci rimane sempre un po' di fronte ai sorrisi. E poi sento bravo, bravo, brava, tanti bravo e brava incrociati che sono la normale amministrazione quando finisce uno spettacolo eppure credo che siano sinceri eppure mi piace starli a sentire ogni volta, perché mi sembra una cosa, non lo so, così nobile, che gli attori si dicano bravo tra di loro. Mi piace stare a guardare e a sentire quello che succede, e allora finisce che sono sempre l'ultima, ad andarmi a cambiare. Quando vado via la sala è vuota, resta Renata e pochi altri, il mio umore è di un bello che mai avrei immaginato, una manciata di ore fa.

Il mio umore è ballerino e funambolo, mi ricorda la bambina a cui sto insegnando a fingere di camminare sulla corda. Sì, in fondo è l'immagine giusta. Una bimba che cammina su una corda invisibile, ma forse cade davvero. Certo, finge di cadere. E' tutto un gioco. Probabilmente. Forse.

Non c'è niente da fare, mi sento la mente lanciata, lanciata nel lirismo un'altra volta, ormai mi succede sempre a quest'ora, ci vorrebbe qualcosa tipo l'angolo della poesia, la lirica della notte, ci vorrebbero quelle musiche meravigliose di qualche ora fa, ma sempre, averle come colonna sonora quando ti svegli molto prima della sveglia, quando spegni le luci della stanza perché ti sei accorta che fuori c'è la luce di luna piena, quando le tre e mezza di notte ti sembrano del tutto fuori dal mondo, e a letto sotto tre coperte senza riuscire in alcun modo a prendere sonno ti dici che questo momento può a tutti gli effetti considerarsi di un altro tempo, di un altro spazio, di un altro pianeta che non è questo, dove la notte si inoltra al di là della mia stanchezza dentro qualcosa che non mi so spiegare e che mi inonda, e dove il mio umore cambia in un pugno di ore e diventa leggerezza punteggiata di domande, piccole e grandi come in un cielo disegnato. Su tutte una, comunque. Una domanda molto semplice, molto molto semplice, una domanda talmente semplice che