A volte le acque del lago si agitano per...

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°Marcela Serrano - L'albergo delle donne tristi°
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A Jane piace...

Il mare, le colline, soprattutto se può girarci in Vespa. Camilla, la sua cagnina appena deforme, i bambini e le cose da bambini, tutti i dolci con particolare predilezione per quelli molli e colorati, budini creme e gelatine. Le piace andare in vacanza in una enorme capitale europea e girarla in bicicletta o in metropolitana e accorgersi di capirla. Leggere e soprattutto scrivere. Capo Nord, e soprattutto arrivarci in macchina ascoltando Noi non ci saremo dei CSI. Gli scrittori sudamericani, Marquez, Allende, Serrano, Amado, ma anche Calvino, Baricco, Neruda e Ungaretti, Stephen King, Jonathan Coe, Neil Gaiman e le meravigliose graphic novel di Dave McKean. Il suo poeta preferito è Nazim Hikmet che però in questa fase si contende i primi posti con Pedro Salinas. Le piace il Corso e passeggiarci di pomeriggio, preferisce da sola, se deve scegliere. Le piace il caffè Roselli e la cioccolata calda al peperoncino, ma anche un tè alla vaniglia e, lì, parlare. Ama la complessità. Ama alla follia il cinema. Le piace da morire Buffy the Vampire Slayer, il telefilm più intelligente del mondo, e ha trovato ILLUMINANTE la visione di Evangelion. Le piace cantare. Le piace il rock ma anche la musica etnica, balcanica, sudamericana, il fado e il tango argentino, ama i Buena Vista Social Club e i cantautori italiani, De André, Rino Gaetano, De Gregori. Ama la musica indie che sta scoprendo poco a poco. Idolatra gli U2 e Tim Burton. Ama l'arte, i fumetti e il teatro. Le piacciono Monet, Rodin e i Peanuts (senza i quali non sarebbe mica stata la stessa persona). Le piace recitare. Le piace chiacchierare fino a tardi con le candele e la Nutella, come si faceva in quella casa piccola di Barcellona. Ama Barcellona, parlare spagnolo e viaggiare. Ama troppe altre cose e lo spazio qui è quello che è.

A Jane NON piace...

Sentirsi ansiosa, agitata (ma le succede spesso), litigare con qualcuno al telefono, essere costretta a vestirsi bene, fingere che le stia simpatico qualcuno che non le piace, dover dire di no alle persone. Andare ai matrimoni di chi non conosce, trovarsi in un ambiente dove tutti sono all'ultima moda e ballano i successi dell'estate, i caffè alla moda del Corso, l'aperitivo per farsi vedere. Non le piacciono l'estremismo e gli intellettuali che fanno gli intellettuali. A Jane non piace vedere allontanarsi le persone anche se spesso va così. Non le piacciono le verdure e nemmeno gli insaccati, fugge davanti al salame a fette. Non le piace rendersi conto di essere grande, crescere e via discorrendo. Non le piace sentirsi invisibile, anche se a volte sì. Non le piace rendersi conto che purtroppo, per l'ennesima volta, ha sopravvalutato. A Jane non piacciono le persone superficiali e poco sensibili, e i mediocri per scelta. Non le piacciono i silenzi pesanti, ma non le piace chi parla in continuazione. Non le piace dormire poco e sentirsi stordita. Non le piacciono le bevande alcooliche a parte la sangria e qualche vino rosso, fatta eccezione per certi goliardici rum e pera. Non le piacciono i ragni, i vestiti firmati e gli orecchini di oro giallo. Non le piace il gel nei capelli e chi fa il cinico per forza.

Che tempo fa oggi nella valle?

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Vi siete tuffati in: *loading*


 



"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.

Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."

(Pablo Neruda)


°Gein°
°BecckOnFlickr°


PERSONAGGI e INTERPRETI:

IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.

COLEI CHE E'
NEL MARE

Nel ruolo di quelbruco.

G.
Nel ruolo di SISTER

L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR

I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.

LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA

Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.

IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.

CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.

CONTINUA...

Nei dintorni del lago c'è questo di bello:































































































mercoledì, novembre 29, 2006

Una di quelle cose sconclusionate che


Metto un sacco di carne al fuoco, mi metto in moto. Forse è una reazione all'ospedale, tre giorni di inattività assoluta, altri giorni di inattività nervosa, con mille dolori e poca autonomia fisica. Allora quando sto appena meglio, riesco a camminare senza dovermi sedere dopo poco, mi metto in moto e faccio mille cose. Esagero, lo so. Alla fine della giornata ho l'affanno, ho proprio poca aria come se avessi corso, come se avessi fatto qualcosa per cui il mio corpo fatica a starmi dietro.

Solo ieri pomeriggio ero indecisa se tentare o no di andare alle prove, sapevo che sarebbero state tre ore di prove e mi spaventava. Pure, non volevo perdermi il Caffè della Memoria, io non mi perderei il Caffè della Memoria per niente al mondo, è uno spettacolo talmente intenso e meraviglioso che ognuno di voi, sono sicura, vorrebbe essere su quel palco. Solo ieri pomeriggio sono entrata in sala guardandomi attorno come se avessi paura di camminare, Renata mi ha mandato subito al mio posto (mi ha abbracciato prima), mi ha indicato dove dovevo sedermi e cosa dovevo fare, non ha messo in dubbio che avrei partecipato neanche per un attimo, e allora non l'ho messo in dubbio neanch'io, ho fatto come se tutto fosse normale ma un po' mi guardavo intorno, stranita. Non riuscivo a inserirmi nei discorsi delle mie amiche, era come se mi fosse rimasto qualcosa addosso, qualcosa di diverso, di diverso dal solito e di diverso dalla situazione, non so. però era il Caffè della Memoria e alla fine ci sono rimasta, sono trascorse le tre ore, ho pensato che ce l'avevo fatta e piano piano quella sensazione di straniamento mi si cancellava di dosso. Sono tornata a casa. Nella casella di posta c'era la mail di un professore che mi diceva che sono proprio brava. Gli ho scritto un paio di articoli per una specie di rivista sulla fantascienza e la cultura di massa, mi sono messa in testa che voglio fare anche questo, mi piacciono tanto gli studi sulla cultura di massa. Mi ha scritto sei proprio brava, io sono stata contenta come una bambina, l'ho detto ai miei genitori, confido nel fatto che voi sappiate che non lo scrivo per vantarmi di questo.

Mi sono svegliata tardi, ho ancora del sonno da recuperare da sabato notte, sabato. Ho messo gli stessi panni che mettevo prima dell'operazione, maglietta a righe, jeans oversize di mio fratello, sempre lui. Mio fratello mi ha detto "è vero che vieni con me?", sentiva anche lui che il momento di riprendere l'usanza della passeggiata del mattino era arrivato, fuori c'è ancora il sole, c'è l'aria che c'era qualche giorno fa, prima dell'ospedale. Siamo usciti, io camminavo piano, lui ovviamente mi prendeva in giro. Mi sentivo affaticata ma ero contenta di essere uscita. Sono stata a scuola di mia madre, sto seguendo la recita di Natale dei bambini di una sua certa classe, gliel'ho scritta io, oggi l'abbiamo messa in scena ed è stato un divertimento pazzesco, e poi mi davano del voi e io a dirgli dammi del tu, non mi chiamare professoressa, non mi chiamare signorina. Mio fratello costruiva burattini in un'altra aula con altri bambini, siamo usciti dalla scuola nell'aria già fredda delle cinque, mio fratello aveva una tuba nera di cartone in testa e un burattino in mano, la gente lo guardava strano e lui non la toglieva. La tuba. Abbiamo comprato stoffe e poi mi è arrivata una telefonata, ed era la scuola elementare dove ho fatto domanda come esperto esterno di lingua inglese, non credevo che mi avrebbero mai chiamato e in realtà si tratta di lavorare con i bambini di cinque anni, se mi prenderanno. Poi è arrivata un'altra telefonata, ed era mia zia che dice che un'amica, una collega, ha messo su una specie di teatro e cerca gente da assumere, non so per fare cosa, mi ci farà parlare. Sto leggendo un manuale di sceneggiatura per fumetti prestato da un amico. Nel frattempo so che devo cominciare a pensare a certi regali di Natale prima che sia tardi. E poi ovviamente c'è il Caffè, e c'è Molière, il nostro spettacolo principale, tra un paio di settimane.

Sto mettendo tanta tanta carne a cuocere, mi rendo conto che lo faccio per reazione, forse una reazione eccessiva. Ma penso che sia una cosa buona. Ho rimesso il poncho nero di lana e la collana con le coccinelle di legno, sono uscita. Avevo qualche dolore ma mi auguravo di riuscirci, volevo che fosse una serata normale, mi auguro di avere spalle larghe, spalle larghe in questi giorni per un'amica a cui servono le mie spalle larghe, devo dire che mentre ero là nel solito locale ho pensato con un poco di malinconia che ancora non ci riuscivo, che non mi sento utile quanto vorrei, mi sentivo stanca e affannata, la ascoltavo parlare ma non riuscivo quasi a parlare io, a dire le cose che le avrei detto qualche giorno fa, prima dell'ospedale. So anche che non dovrei pretendere troppo da me stessa ma la necessità delle spalle forti è adesso, intendo continuare a provarci. Siamo rimasti un po' lì al caldo come tante altre sere, ma non è tante altre sere, questo lo avverto, è il freddo nuovo forse, il Caffè che si avvicina, tutta questa carne al fuoco, quel sentore di cambiamenti che avvertivo qualche sera fa, l'inquietudine nuova, queste meravigliose canzoni che ho in testa.

Torno a casa con un po' di freddo nelle ossa e molti pensieri come bolle o come uccelli, con una gran voglia di parlare e dire mille cose, non trovo nessuno in messenger, ho voglia di scrivere e allora viene fuori un post così, che buffo, un post che sembra uno di quei post che io non ho mai scritto, dove racconti cos'hai fatto, cosa ho fatto oggi, cosa ho fatto ieri. Intanto le anatre nel lago si sono messe a girare in circolo e l'acqua risplende di mille luci bianche sotto una luna dove forse vive un uomo, un uomo solo che viveva nella Luna sul serio. Mi sento la testa svagata e romantica, come un violino in una strada parigina sotto l'insegna del metrò, come una bicicletta in vicoli che conosco in sere illuminate di lucine e saporite di miele e cannella e stecche di zucchero da succhiare. Dev'essere questa scena di teatro meravigliosa che mi rimane in testa, con un balcone fiorito e la fisarmonica insieme al violino, i pensieri che mi ondeggiano ballerini, una serenata e una luna appesa, con un'unica persona che ci vive, e accende un lampione.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:09 | link | commenti (9)
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domenica, novembre 26, 2006



(L'angolo della poesia.)
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 12:27 | link | commenti (4)
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sabato, novembre 25, 2006

Arrivo qua con una gran voglia di scrivere, ma poi non so di cosa. Forse è che a questa festa dove stavo mi è sembrato, ad un certo punto, che ci fosse come aria di cambiamento. Lo penso mentre sto seduta da sola su un divanetto bianco, perché non riesco a stare in piedi a lungo.

Cambia la mia famiglia, perde pezzi. Cambia la faccia e l'altezza dei miei cugini, cambiano i nostri ruoli di cugini, impercettibilmente. Cominciamo a prenderci più cura l'uno dell'altro, sentiamo forse che qualcosa nel ruolo che era dei nostri genitori sta lentamente passando a noi. Cambia il ruolo dei nostri genitori che regolano rapporti familiari che non sono più in grado di regolare, con stanchezza e un filo di ipocrisia. Capiamo molto più di quello che vogliono farci capire, mia cugina piccola diventa grande e ha una luce nuova, negli occhi. La festa è per i diciotto anni di mio cugino piccolo, che era piccolo. Io non sono precisamente di malumore, ma perplessa, non so neanche perché. Con la scusa del dolore me ne sto seduta, mi guardo intorno, osservo.

La verità è che quando si ha la testa così piena di scorie non si dovrebbe neanche scrivere. Sto pensando a quella tartaruga che dormendo, sott'acqua, soffia bolle in cui nascono dei mondi. Alla mia camicia a righe messa a forza perché dovevo scegliere qualcosa di largo che non minacciasse i punti sulla ferita, non mi sento io. Mi sento a disagio in questa festa ma non precisamente a disagio. Ho l'impressione che mi serva. Di dover capire qualcosa. Di poter immaginare una nostra proiezione futura, sperare che saremo migliori dei nostri genitori adesso, più leggeri e senza ipocrisia. Che se non lo saremo non dipenderà da noi. Che certe coincidenze sono solo coincidenze, anche se io penso di no. Che è necessario pensare che lo siano, che sia solo una coincidenza.

Probabilmente la verità è che tolte le fondamentali passeggiate del mattino, quelle con il sole trafugato di novembre, resta qualcosa che vuole mettersi in moto e non può. Che potersi muovere fisicamente è una base fondamentale per qualunque processo mentale, e questo non l'avevo capito, prima. Non ne faccio una tragedia, sto solo dicendo che


On Air : Nicola Piovani - Il viaggio
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 03:23 | link | commenti (3)
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venerdì, novembre 24, 2006

E rallegriamoci un po', và.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 13:49 | link | commenti
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mercoledì, novembre 22, 2006

Così, proviamo a fare un po’di ordine in queste voci su presunte caramelle a due colori e palloncini di elio. Tutto vero, e in più domenica mattina mi è preso un attacco di appendicite, una cosa abbastanza subdola visto che è arrivata quatta quatta e non si è presa disturbo di farsi annunciare. E così mentre ero lì lì per afferrare le castagne e la torta di marmellata della domenica ecco che mi ritrovo distesa su un lettino del pronto soccorso con mamma che sghignazza perché si pensava che in fondo fosse una cosa di niente. E invece qualche ora dopo eccomi in viaggio in tenuta verde chirurgico, destinazione sala operatoria, diciamo che non avevo neanche paura perché non avevo mica il tempo, di avere paura. Poi mi addormentano in un modo troppo surreale per raccontarlo e quando mi sveglio dopo poco sono lucida, e mi rendo conto che ci sono un sacco di persone, che sono venute lì, entrano nella mia stanza, li assicuro che sto bene. Arrivano delle telefonate.

Passano due giorni. In fondo sto bene, se mi guardo un poco intorno. Dopo due giorni interi, la mattina del terzo mi dimettono, e adesso sono qui. Anche se un po’ fuori gioco. E visto che come al solito si pensa e si osserva, e che lì di tempo per osservare e pensare ne hai più di quanto vorresti, ecco cos’ho pensato.

Un ospedale comunque, anche quando te ne vai, ti lascia un’indefinibile malinconia di ospedale addosso. E’ questa che spero che se ne vada subito, perché so razionalmente che c’è da essere di buon umore eppure mi sento malinconica, e spero che una dormita nel mio vero letto, mentre fuori è maltempo, possa aggiustare almeno un po’ le cose.

In ospedale fai un’immersione nella sofferenza umana e questo ti tocca. La sofferenza di cui parlo non è la mia, ma quella delle due signore che ho visto distese per tre giorni alzandosi molto di rado nei letti di fronte. Le signore sono anziane, figli e nipoti vengono a trovarle, ma non sanno quando usciranno e non hanno modo di passare il tempo, così si lamentano. Non starò a raccontare di tutte le piccole, minime cose che ho pensato e osservato, in quelle notti color giallo debole. Notti che finiscono alle cinque e mezza del mattino, quando si alzano le persiane per vedere com’è il tempo oggi, che comunque sarà un’altra giornata in cui non si uscirà all’aperto. Devo dire che non lo farò perché mi immalinconisce moltissimo pensare a certe cose. Però due cose ve le dico. Per esempio che una delle due signore si lamentava spesso, aveva qualcosa di brutto per cui era stata operata ed era lì da più di due settimane. Questa signore è anziana. Ma l’altra è più anziana ancora, a letto anche lei e non sapeva fino a quando, però ogni volta che la prima signora si lamentava lei chiedeva, che fosse notte o giorno: “signò, che è?”, e se poteva si alzava, e la aiutava.

E poi vi dico che stamattina, dopo due giorni che non mangiavo, avevo una gran fame e il figlio della prima signora le aveva portato un thermos di orzo, orzo caldo e dolce, una meraviglia. La signora non mangiava da due settimane, ma me ne ha offerto un bicchiere. Io le ho detto di no e lei ha insistito.

In una situazione come quella dell’ospedale ti ritrovi ad attaccarti a certi istinti umani base che ti mettono in difficoltà, perché comunque non ci sei abituato, perché il problema dell’umanità, di tenertela stretta, in certe situazioni diventa il problema principale e già porti questo problema ti sembra ti allontani dalla tua umanità di sempre. Di base, cerchi di conservare l’immagine che hai di te stesso lavandoti, se puoi farlo. Per me, non ho voluto restare col pigiama, di giorno, e ho messo la maglietta a righe che avevo domenica. Mi sono legata i capelli. Però io potevo farlo, io potevo alzarmi. E poi c’è il cibo: una fetta biscottata, una bustina di zucchero, un piccolo tetrapak di succo di frutta che diventano enormemente importanti. Ora capite che cosa vuol dire offrire del cibo, il tuo.

Non si può capire la sensazione di gratitudine che si prova verso uno che, tecnicamente, ha fatto una cosa che ti ha salvato la vita, fino a che non la si prova. In questa tipologia di sensazioni rientra quando rivedi, nel corridoio o vicino al tuo letto per pochi istanti, il chirurgo che ti ha operato.

Poi c’è il pensiero bello, ed è del mio angolo di stanza: un angolo che si è trasformato nell’angolo del mondo delle favole, così dicono, invaso di fumetti e custodie di dvd divertenti e oggettini di plastica appesi al cellulare, al lettore mp3. Ma soprattutto se questo è un pensiero bello lo è diventato per merito delle persone, le persone che sono venute di continuo e mi hanno portato regali, e mentre stavo là ho capito che solo un modo c’è per tenerti stretta la tua umanità mentre sei in un ospedale: e sono le persone. Così il pensiero veramente bello in questi giorni color verde acqua e giallo pallido sono loro: i miei cugini subito dopo l’operazione, che mi sorridono alle undici di sera, un sacchetto di caramelle di zucchero e di confetti di cannella, mia zia che intravedo, nel dormiveglia, forse le dico “scusa se dormo”. Papà con l’aria sollevata, che fa battute e che ride. Mamma che chiacchiera con la signora del letto di fronte e l’aiuta a sedersi mentre io leggo la trilogia extraterrestre di Dylan Dog prestata. I medici che ironizzano sui miei fumetti. Una busta di libri allegri, da ridere, con sopra il cartellino “attrezzatura buonumore”. E poi loro: che sono venuti ogni volta che hanno potuto e che sono arrivati sempre con un piccolo pensiero: fumetti di Paperino, un braccialetto di legno, un sacchetto di M&M’s tirato fuori da una tasca con un sorriso, perché poi non posso mangiarli. E che si intrufolano dopo la fine dell’orario delle visite e facciamo riunione di condominio sul pianerottolo.

Però se metto da una parte il pensiero bello, in un posto dove è inattaccabile, la malinconia mi resta, anche adesso che sono a casa e che non aspettavo altro. Forse un po’ è che fuori piove, un po’ che comunque cammino male e mi viene qualche fitta, ho bisogno di stare distesa e per un po’ dovrò rinunciare alle mie meravigliose passeggiatine assolate del mattino. Però, sapete? In fondo è altro. Anche questo post è stato difficile da scrivere. E’ una questione di immersione, di umanità, di una veste che poi devi sfilarti di dosso.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:42 | link | commenti (10)
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sabato, novembre 18, 2006

Le parole non hanno occhi né gambe,
Non hanno bocca né braccia,
Non hanno viscere.
E spesso nemmeno cuore,

O ne hanno assai poco.
Non puoi chiedere alle parole
Di accenderti una sigaretta
Ma possono renderti più piacevole
Il vino.
E certo non puoi costringere le parole

A fare qualcosa che non
Voglion fare.
Non puoi sovraccaricarle.

E non puoi svegliarle
Quando decidono
Di dormire.

A volte
Le parole ti tratteranno bene,
A seconda di quel
Che gli chiedi
Di fare. Altre volte,
Ti tratteranno male,
Qualunque cosa
Tu gli chieda
Di fare.

Le parole vanno
E vengono.
Qualche volta ti tocca
Di aspettarle
A lungo.

Qualche volta non tornano
Più indietro.

Qualche volta gli scrittori
Si uccidono
Quando le parole
Li lasciano.

Altri scrittori
Fingeranno di averle ancora
In pugno

Anche se le loro parole
Sono già morte
E sepolte.

Fanno così
Molti scrittori famosi.

E molti meno famosi
Che
Sono scrittori soltanto

Di nome.
Le parole non sono

Per tutti.
E per la maggioranza,

Esistono soltanto per poco.
Le parole sono
Uno dei più grandi

Miracoli
Al
Mondo,

possono illuminare o distruggere menti,
nazioni,culture.
Le parole sono belle

E pericolose.
Se vengono a trovarti, te ne accorgerai e
ti sentirai il più fortunato della terra.
Nient'altro avrà più
Importanza.
E tutto sembrerà
Importante.
Ti sentirai

Il dio Sole, riderai del tempo che fugge,
Ce l'avrai fatta, lo sentirai dalle dita fino alle budella,
e sarai diventato, finché dura,
un fottutissimo scrittore che rende possibile l'impossibile,
scrivendo parole,

scrivendole,
scrivendole.


(Charles Bukowski - Le parole)


(On Air: Ludovico Einaudi - Le onde)

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 13:59 | link | commenti (15)
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venerdì, novembre 17, 2006

 


Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 10:30 | link | commenti
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giovedì, novembre 16, 2006

Questo post si autodistruggerà tra meno di alcune ore
(perché bassa ha l'estetica, la pregnanza e la morale)

La sera una bestemmia per la strada che poi non è una bestemmia, un attimo prima di capire, la strada vuota risate. Uno che se ne va uno che ritorna la necessità di andare la necessità di tornare. Mio padre, sessanta euro, lo spettacolo di Benigni, gli occhi, sempre loro. Ma anche le parole, le immagini, le fotografie. I mondi che nascono nelle bolle sognate da una tartaruga che dorme. Gli uccelli. Nella testa. Apro la porta, li lascio volare. Una sera, una cena, il solito posto. Una telefonata, due, il bambino che fa i compiti con me il pomeriggio, la sua stanza spoglia e fotografie di un papà che forse non c'è. La piscina. Le macchine bagnate, umidità che si respira liquida. Due multe, ho preso due multe in pochi giorni. Non ho idea di dove prenderò i soldi per pagarle. Però se le ho prese è chiaro che ho la testa altrove, come sempre del resto, da quando sono nata. E allora mi dicono cresci, pensa, attenzione! ATTENZIONE! Tu non fai attenzione ma sai non è vero, perché io faccio attenzione e anche troppa attenzione solo non alle cose che credi tu. Guardo le parole e i toni di voce e i gesti che si fanno e quelli che non si fanno e quello che si dice facendo e quello che si dice non facendo. I vestiti il cambio di stagione mio fratello a Napoli. Cento euro, ho speso cento euro di multe, cento euro assolutamente buttati che avrei potuto tenere o spendere per cazzate, che ne sai, se avessi fatto attenzione. Ah, le caldarroste per strada. Quest' anno non ne ho mangiate quasi mai, ha fatto caldo fino a poche settimane fa, e adesso non fa precisamente freddo ma fa umido, Cava De' Tirreni in provincia di Salerno, fa umido qua, fa umido e lo sanno pure i sassi. Domenica andiamo in bicicletta, vieni con noi? Ti regalo un braccialetto di gomma, scegli tu quale. Grazie, sei molto brava a disegnare, scelgo quello azzurro cielo con sopra scritto believe, credi. Hai dodici anni e non capisco perché mi fai un regalo, ci conosciamo da tre giorni. Non capisco perché. Perchè vi fidate di me? Io non sono una persona affidabile. Io sono un bravo ragazzo, perché mi disapprovate tutti? Io sono muta come una tomba, puoi parlare con me. Parla perchè il silenzio è dei colpevoli, se resti in silenzio continuerò a chiedermi cosa stai pensando, sai io sono un tipo che fa molte congetture. I serpenti sull'aereo, gente che va, gente che torna, gente che ritorna ad andare, le parole che non ti ho detto, le parole che mai ti dirò. I serpenti sull'aereo e mamma che alle sei del pomeriggio dice vuoi le mele cotte? Le faccio per me, ma se vuoi, le faccio pure per te. Il mal di testa nella cucina illuminata di giallo e un cucchiaio di zucchero, si scioglie nella pentola delle mele, sono troppo calde, mi scotto la lingua. Un caffè, un caffè per favore. Se no queste tre del pomeriggio non passeranno mai - se solo avessi qualcosa da fare, se solo avessi del tempo libero, ma sei stupida? hai tutto il tempo che vuoi, è solo che mi servirebbe nell'ordine: il sole, una giornata più lunga, parlare a lungo, a lungo. Parlatemi, volete? Parlami, vuoi? Va bene anche se mi scrivi o se mi regali un braccialetto di gomma o se vai a fare il mio test pensando di conoscermi o se mi chiedi se mi hanno ammesso al master o se mi dici ci scappa un caffè? o se mi dici ci vediamo domani o se mi dici non sono sicuro di ricordare bene, ma forse tu abiti dall'altra parte della montagna. o se mi dici Milano chiama Cava o se mi dici mi ricordo che ne abbiamo parlato, come se fosse ieri. Va bene anche se mi dici vienimi a trovare, e poi se hai un cortile pieno di gatti, un piccolo prato, un panorama fumoso e profumato appena di bruciato, i colori opachi dell'autunno di qui, intrisi d'acqua, va bene anche un gatto solo. E poi le spalle grandi e il letto a una piazza e mezza, mi stendo vicino mentre dormi, fai finta che ti dia fastidio, abbiamo dormito insieme tremila volte, eravamo piccoli ed era un letto grande ed era della nonna. Se c'era la nonna, quest'anno, vedrai che li metteva a posto lei, non avrebbe accettato neanche per un secondo che il natale non andasse come diceva lei, si sarebbe incazzata e avrebbe buttato tutto per aria come quando giocava a carte, lei voleva vincere sempre. Sono tornata con questa multa intrisa di umido pensando che è una disperazione non avere più due lire per pagarla, e poi averla presa per un quarto d'ora, che beffa. Pensando che è già giovedì, tornerà mio fratello prima che sia sera e con la fame e una cosa buffa da raccontare. E sarà sera e sarà mattina, e adesso senza ics sul calendario non c'è più scansione del tempo passato, ma non c'è neanche per il tempo futuro. Allora quello che devo fare è staccarmi da questo computer, che guaio hai fatto quando mi hai comprato il computer portatile.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 01:05 | link | commenti (11)
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martedì, novembre 14, 2006

Chi semina

raccoglie



(on air: Friday I'm in love - The Cure)
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 21:12 | link | commenti (8)
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lunedì, novembre 13, 2006

Ho bisogno di una inframuscolo di autostima. E di fiducia in sé stessi.

Io sono il tipo che rende molto, ma molto, solo quando è sotto pressione. Tempo fa lo ero, ero sotto pressione perché ogni cosa che facevo dipendeva esclusivamente da me. E allora ecco l'autostima, ecco la fiducia, ecco la sorpresa deliziosa di capire che ero in grado di fare ciò che nessuno aveva sospettato, trattandosi di me. Poi ho detto addio a quella me ed eccomi a necessitare di flebo di autostima.

Ho giusto un attimo di calo di positività. Sono alcuni mesi che non faccio che ripetermi che si tratta solo di provare, provare provare e provare. E insistere e non pensare di lasciare, perché mio padre mi dice da una vita questa frase da serial americano, noi non molliamo mai.

Però mi sono stancata di pensare che ci devo provare, se ci devo provare solo io.

Se mi vengono ficcate in mano tre pagine di copione dicendomi che si spera che sarò in grado di recitarle, perché in fondo è quella la mia unica apparizione nello spettacolo.

Se mia madre mi confessa con candore di non avere idea che io stessi preparando uno spettacolo.

Se mio padre mi dice "non hai tolto neanche la frutta dalla busta", sottolineando che non voglio fare mai un cazzo, senza alcun motivo per dirmelo visto che me ne stavo per i fatti miei a leggere e non infastidivo nessuno.

Se mi rendo sempre più conto che sono carini i messaggi che mando a innumerevoli amici per organizzare uscite serali, e che comunque li sto pregando perché loro non si sognerebbero neanche di mandarmi un messaggio, se non lo facessi io.

Se mentre provo quel maledetto pezzo di recitazione sono io la prima a non crederci, e a perdere la pazienza dopo dieci minuti.

Se continuo a chiedermi come mai non ho resistito e anche questa volta sono rimasta qui, invece di andare a rischiare qualcosa fuori.

Se questo Natale sarà un Natale di merda, visto che mio padre e mio zio litigano al telefono, mia zia non parla con mio zio, le facce dei cosiddetti adulti della famiglia sono tutto un programma e non c'è più da troppi anni una nonna che adesso sarebbe stata più che mai necessaria.

Se non trovo mai uno straccio di commento sul mio blog di msn: i miei amici, quelli che mi conoscono, non sono poi così interessati a quello che io ho da dire.

Se una persona che conosco da quando sono nata continua a dimostrarmi in tutti i modi la sua ostilità e la sua poca stima.

Se mi faccio fregare seduta ad un tavolo da persone che chiacchierano disinvolte delle loro borsette da duemila euro, e mi sento inadeguata e fuori posto, ma non al tavolo, proprio nella vita.

Se quello che dico, che scrivo, riesce ad essere frainteso ai limiti dell'incomunicabilità.

Vi dico una cosa, una novità: io smetto di interessarmi ai vostri problemi, finché voi non vi interesserete ai miei.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 23:48 | link | commenti (10)
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Ma io continuo
a volare
negli occhi tuoi belli



(che sono blu come un cielo trapunto di stelle)
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 10:50 | link | commenti (6)
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sabato, novembre 11, 2006

Ho fatto un pensiero strano.
Ieri sera, alla famosa serata del tributo, c'era una ragazza che conosco di vista e sono sicura che anche lei mi conosce di vista. Era lì perché è la sorella di uno dei ragazzi della band. C'era lì anche sua madre: se ne stava seduta al tavolo da sola, poco lontano da noi. Era molto benvestita e giovanile, con i capelli perfettamente lisci dalla sfumatura appena viola sul rame, vestiti eleganti e stivali, rossetto. La mamma di questa ragazza era da sola, e cenava ad un piccolo tavolo, finché non è arrivata lei: è venuta lì con il suo ragazzo che non avevo mai visto, un tipo biondo coi capelli legati, vestito senz'altro troppo male per gli standard della madre della ragazza, un'aria simpatica. Lei, la ragazza, deve essere una ragazza piccola: diciotto, diciannove anni al massimo. La vedo in giro continuamente, deve essere una che, come me, tanto tempo in casa senza uscire a camminare non ci riesce a stare.
E' arrivata lì con il suo ragazzo e la madre, molto ingioiellata, le ha sorriso, ha chiesto "mangiate?", io guardavo con la coda dell'occhio cercando di non far capire che guardavo. Si sono seduti.
E' che questa ragazza è una ragazza molto strana, se mi capite. Credo sia il tipo di persona che sta istintivamente molto, molto antipatica, e credo che lei tenti di suscitare esattamente questo effetto in chi la guarda. Quando la incontri per strada di solito ti guarda, ed è sempre uno sguardo torvo e al limite del disprezzo, vuole essere senz'altro uno sguardo molto cattivo anche se lei, a guardarti così, ci prova con due occhioni chiari ed enormi su un corpo esile al limite dell'anoressia, da bambina cresciuta all'improvviso. E' estremamente magra e vestita solitamente di nero: porta calze nere velate e manicotti neri, stivali da motociclista e lunghi trench di jeans, ed è quello il massimo del colore che le si vede addosso. E poi ha lunghi capelli color miele che porta disordinati e lisci come una fatina dei boschi con lo sguardo cattivo, e si trucca pesante perché, dicevo, vuole fare lo sguardo cattivo.
Suona il basso e si dà un sacco di atteggiamenti da maledetta: questo basterebbe, in una circostanza normale, per farmela odiare. Ma ieri sera era una circostanza anormale perché c'era suo fratello che suonava, perché c'era sua madre, e il suo ragazzo. Si è seduta sorridendo alla mamma, io ci sono rimasta perché era la prima volta che la vedevo sorridere. Giuro. Quando sorride ha un'altra faccia: non sembrava assolutamente la stessa ragazza e questo ha dirottato la mia attenzione, ho continuato a guardare cercando di non lasciar capire che guardavo.
La madre ha tentato fin da subito di farla mangiare: ha continuato a ordinare piatti che lei guardava con una mezza disperazione dissimulata, agitando la forchetta per distrarre l'attenzione degli altri, assaggiando qualcosa ogni parecchi minuti. Intanto, però, guardava suo fratello, e diceva al suo ragazzo: "Hai visto? Hai visto com'è bello, stasera?", con un'espressione da sorella, quella che credo di avere io a volte, parlando del Janefratello. Pensavo si sarebbe innervosita per come la mamma tentava di convincerla a mangiare, ma lei non si innervosiva: continuava a sorridere alla mamma e al suo ragazzo, guardava entrambi con un'espressione che mi è sembrata, non so, adorante. E poi io forse mi sono sbagliata, ma guardandola mentre guardava credo di aver letto nell'espressione degli occhioni truccati esattamente queste parole: come sono felice di stare qui con mia madre, allo stesso tavolo, perché non succede spesso. Come sono felice di stare qui con questo ragazzo per il quale farei qualsiasi cosa, se me lo chiedesse. E come sono felice di stare con tutti e due nello stesso momento, come si fa nelle famiglie.
Forse mi sono sbagliata perché non so assolutamente niente di lei, l'unica cosa che so è che ad un certo punto è arrivata una telefonata alla mamma, e dopo che ha risposto la ragazza le ha chiesto: "e questo, adesso, chi era?", con un mezzo sorriso da complice e da preoccupata insieme, e poi "e cosa vuole da te?", continuando ad essere complice e preoccupata. Era un amico, diceva la mamma. La mamma aveva troppi gioielli e troppi bei vestiti, per una serata del genere, e sembrava triste, quand'era da sola al tavolo, però poi è arrivata lei e hanno smesso di essere tristi, perlomeno così mi sembrava.
Io guardavo e mi dicevo che ha davvero un viso dolce, quella ragazza, quando non gioca a fare la bassista cattiva. Sembrava più piccola e poi sembrava piena di affetto, di cose buone verso le persone che aveva intorno, e penso che resterebbe inorridita se scoprisse che qualcuno lo sa, che lei prova delle cose buone per loro. E mi sono ricordata di tutte le volte che la incontro per strada e lei mi guarda male, ma proprio come se mi volesse male, e in realtà c'è una grande tristezza dietro quel male, su questo sono sicura di non sbagliarmi, sulle cause forse sì, sulla causa di quella tristezza, non posso credere di sapere perché è triste ma sono sicura di questo: tutto quel male è una gran tristezza, profonda, inconsolabile.
E allora ieri ho pensato che per com'è quella ragazza, piccola, e con quei capelli lunghi da fatina dei boschi, quando mi guarda così male non mi viene da odiarla, ma da aiutarla. E mi piacerebbe che ci conoscessimo e che lei si fidasse di me per un mezzo secondo, e mi facesse un mezzo sorriso.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 19:24 | link | commenti (2)
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Così adesso mi chiedo perché finora non ho mai scritto niente su di lui. Su di lui che ho scoperto solo da poco tempo, che si è inventato qualcosa per cui oggi, ancora, le persone gli vogliono bene. Proprio bene, più che semplice ammirazione è bene, affetto. E sembra presente alla serata del suo tributo, l'ennesima serata di tributo che vado a sentire, e insieme ad un amico beviamo sangria appoggiati ad una balaustra di legno e cantiamo di guitti sbilenchi con la tuba e le scarpe da tennis, sentendo che comunque lui c'è, nel locale fumoso e un po' caro.
Se voi mi leggete, sappiate che vi sarebbe piaciuto, a venirci.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 01:14 | link | commenti (5)
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giovedì, novembre 09, 2006



Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:33 | link | commenti (1)
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mercoledì, novembre 08, 2006

Napoli, esame di ammissione per il Master in Scrittura per audiovisivi, colloquio orale.

La Prof. della commissione ad una Jane affranta, convinta di aver fatto uno scritto assolutamente orrido:

"Ah, il suo lavoro ci è proprio piaciuto! Anche perché ci ha dimostrato che lei sa come si scrive per il Web!"

EH? COSA? COOOOOOSA????????

...Oggi il mondo gira al contrario e pensa un po', s'è dimesso pure Ronald Rumsfeld.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 20:10 | link | commenti (10)
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martedì, novembre 07, 2006

Un po’ deve essere la Toscana.

Perché è vero che in Toscana è tutto verde e sono tutti gentili, e che si mangia bene e che parlano buffo e aspirano le consonanti in un modo divertente, e che il panorama dall’autostrada è talmente bello e rilassante che guideresti per altre sei ore, senza fiatare.

Un po’ metti Rino Gaetano in sottofondo, e poi De Gregori: questa autostrada lunga lunga che passa attraverso due terzi d’Italia e gli accenti che cambiano all’autogrill ti fanno venire voglia di ascoltare musica italiana, così saccheggi tutto il porta cd della Mercedes verde, e poi Capossela e poi anche Caparezza, anche se ti sembra che quelli più vecchi, più classici, quelli degli anni settanta di quando tu non c’eri ancora ci stiano meglio, nello stereo, in fondo.

Un po’ è arrivarci in auto, con le soste quando ti va, l’aria ogni ora un pochino più fredda. La giornata inaspettatamente bella e il cappello a righe rosse e verdi tirato fuori dal cesto anzitempo. Averlo deciso la sera prima e prenotato all’ultimo momento, non a Lucca ma a Montecatini Terme, ché a Lucca posti non ce n’era da nessuna parte e già da tempo. Seguire la strada sull’itinerario di viamichelin.it stampato a casa, anche se la strada è facile perché devi andare sempre a Nord: Roma, e poi Firenze, e poi continui a salire mentre la luce sta calando e pensi che la prima cosa che farai, in Toscana, sarà di mangiare una zuppa di farro e comunque una zuppa che sia molta e sia calda, perché è ovvio che se penso sono in Toscana e fa freddo il primo concetto che collego è “zuppa”.

Ci si avventura, con l’auto, per le strade interne cercando di raggiungere Lucca da Montecatini. Passiamo attraverso piccoli paesi, il nome di qualcuno lo ricordiamo perché lo abbiamo visto in “Amici miei”.

Un po’ è quando arrivi a Lucca e ti trovi in un piccolo presepe, un centro storico di vicoli e biciclette circondato da mura, e fuori le mura prati verdi, dentro le mura caffè antichi e torri di pietra, consonanti strascicate e sole freddo. Un cortile dove si fa il mercato della frutta, me ne accorgo soltanto perché dalla strada vedo le zucche, le zucche più grandi che io abbia mai visto, zucche da cartone animato, zucche di Harry Potter. Mentre chiediamo informazioni mi accorgo che il cortile profuma di mandarini e nell’aria fredda del mattino tardi siedono al tavolo bianco di latta di un caffè piccolo e storto tre, quattro persone. Bevono cappuccino e leggono giornali locali. Ascolto le loro consonanti buffe.

E poi quando troviamo la strada, è chiaro che un po’ la giornata diventa un’immersione in qualcosa di magnifico, e che un po’ è essere qui, essere nerd, che meraviglia, consapevolmente nerd e questo mi diverte un sacco. Che parliamo la stessa lingua e quella lingua è l’elfico e il klingoniano, io personalmente so cos’è un AT Field e che il diagramma d’onda di un angelo è blu. E ho un vero secondo di mancamento ogni volta che vedo Bruno Brindisi. E mi infilo alla conferenza dei bonelliani per vedere il mio mito Paola Barbato, e poi mi mischio alle bambine allo stand della Disney, e sbircio quello che combina il disegnatore di Witch, faccio una foto seduta in panchina con Paperon De' Paperoni.

Certo se non siete nati dalle parti del 1981 non capirete perché uno possa voler passare un sabato sera al concerto dei Cavalieri del Re. Mi calo il cappello fin sugli occhi e mi guardo intorno per sorprendere gli altri a cantare: e sanno tutte le canzoni, anche più di me che in fondo ero proprio tanto piccola, e tante di queste sigle erano talmente affondate nel profondo della mia memoria che ripescarle mi dà un attimo di mancamento, avevo completamente dimenticato lo Specchio Magico, ricordo ogni singola parola, chissà come si spiega.

Oramai mi sento totalmente invasata e così compro una spilletta da giacca di Emily la Strana e un paio di vecchi Dylan Dog imperdibili, libretti sulla cultura pop (uno ha il delizioso titolo “Nerd Power”), un piccolo Naruto per mio fratello, un vecchissimo Grande Blek a mio padre (che mi ha chiamato apposta per chiedermelo con un mezzo tono nostalgico nella voce), una stupenda Rei in tenuta da combattimento bianca. Però in fondo quello che veramente mi piace è vagare in questa specie di fiera delle cose finte che esistono solo nella testa e nel passato e quindi una fiera di meraviglie, e sentirmi così nerd. L’anno prossimo ci tornerò travestita anch’io, è ovvio.

Però però, però in tutto questo una cosa è seria, ed è quello che mi succede di fronte a uno stand nel padiglione antiquari, mi avvicino perché vedo, da lontano, una cartella verde (una cartella, non uno zaino), una cartella verde acqua di Poochie appesa su in alto.

Mi avvicino e comincio a riconoscere gli oggetti, dalla prima fila del bancone alla seconda e alla terza, e poi salgo con lo sguardo alle pareti di tela e alle mensole e alle spalle della ragazza al bancone e per terra, negli angoli. Riconosco tutto, e quello che riconosco, letteralmente, mi inonda. Perché c’è tutto quello che ricordavo e c’è anche quello che non ricordavo, ed è un assalto del passato e della memoria consapevole e inconsapevole, un assalto all’anima che mi fa vacillare, far diventare gli occhi lucidi per un secondo e guardare negli occhi la ragazza al bancone, senza sapere cosa dirle, cercando comprensione.

Ci sono gli Snorky, c’è la Pimpa, ci sono le Cabbage Patch e i Barbapapà, c’è Lady Oscar e Poochie (fermacapelli, timbri di Poochie), ci sono i Master e gli Orsetti del cuore, e poi c’è una cosa che quando la vedo mi inonda e ho la percezione chiara del tempo risucchiato, che mi risucchia e mi fa rotolare in un posto dove è ora di merenda e c’è mamma che mi apre una Girella e c’è Bonolis a Bim Bum Bam alla TV, e io sono ancora figlia unica e non ho nessun fratello e un fratellino piccolo mi nascerà tra un poco e davanti a me sulla pagina bianca del quaderno c’è scritto Testo libero, e ho l’astuccio dei colori dei Tantegambe macchiato d’inchiostro e un Minipony verde acqua, l’unico che ho, sul comodino vicino al letto. E il topolino, quando viene la notte, sotto al bicchiere ti lascia duemila lire.

Così l’ho comprata, perché non potevo rischiare che la comprasse qualcun altro. E lì ho capito bene quello che diceva Proust, a proposito della madeleine.

E poi ce ne siamo andati al concerto dei Cavalieri del Re e quando il concerto è finito a passeggio per le vie gelate di pietre e di biciclette di Lucca, e poi a infilarci in una trattoria per quella famosa zuppa di farro.








Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 17:44 | link | commenti
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Ed ecco cosa ho fatto sabato sera.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 11:23 | link | commenti (6)
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Ognuno ha la sua madeleine.
Cioè, Proust la sua madeleine, io lei.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 00:59 | link | commenti (7)
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venerdì, novembre 03, 2006



e ci vediamo domenica!
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 08:20 | link | commenti (1)
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mercoledì, novembre 01, 2006

Halloween Revisited

Girovago per strada, che poi è quello che faccio sempre. Non sapevo che fosse così, non da noi: ma i gruppetti di bambini ci sono eccome, sono ovunque, sono stupita perché gli altri anni non uscivo di pomeriggio e quindi non lo immaginavo neppure. Ma i negozianti invece lo sanno: loro sì che hanno preparato qualcosa, in ogni piccolo negozio del centro c'è un cestino dietro il bancone, e qualcosa lì dentro per loro. I mostri.
Questo lo scopro perché mi infilo nei negozi con nonchalance quando vedo che uno dei gruppetti di mostri li sta puntando. Mi infilo in libreria: è quello che faccio sempre. Arrivano quattro streghe con un cestino, meravigliose, con i capelli viola. Dolcetto o scherzetto? Mi viene da ridere, non pensavo che avrei mai visto davvero questa scena, qui, nel SUD ITALIA. Mi viene da ridere, ci vorrei essere anch'io là, con i capelli viola, mai come adesso desidero di avere quei quindici, diciassette anni in meno. I commessi della libreria tirano fuori quattro ovetti di cioccolata da un cestino invisibile. Le bambine ringraziano educate, escono, e io le seguo.
I ragazzini più scaltri si sono organizzati, bande di demoni e nani orridamente mascherati sfrecciano da un porticato all'altro, suonando all'impazzata i citofoni di chi ha osato mettersi sulla loro strada. Se non gli allunghi perlomeno due o tre Goleador loro ti riempiranno l'ingresso del negozio di farina, e sarà la fine, per te. I mostri che girano in gruppo sono rumorosi, ridono un sacco e a me viene voglia di avvicinarmi e di chiedere ma funziona? Ma davvero ve le danno, le caramelle?
Invece mi metto a seguirli non vista, tentano di intrufolarsi per la seconda volta dallo stesso tabaccaio, perché quella montagna di Morositas e di Tronky che si intravede dalla strada dev'essere un incentivo niente male. E poi ci sono le bambine: gruppi di streghe tutte con lo stesso cappello a punta nero, hanno messo le scarpe col tacco della mamma e hanno capelli lunghi e ondulati nel vento leggero della sera, sono spettrali davvero, loro sì, le bambine-streghe, truccate con rossetti color sangue stringono in mano sacchetti di plastica strapieni, io incredula continuo a chiedermi ma davvero? Ma davvero ve le danno, le caramelle?
E poi ci sono i bambini piccoli: quelli li hanno vestiti e truccati le mamme e si vede, perché sono accuratissimi, luccicanti. Vanno in due, tre, a volte anche uno da solo, a passeggio con la mamma che li accompagna nei negozi oppure magari aspetta fuori, così loro possono entrare e fare dolcetto o scherzetto da soli e sentirsi molto molto cattivi e mostruosi. Passano alcune bambine molto piccole che si tengono tutte per mano e sono deliziose, streghette minuscole con i cappelli neri pieni di stelline, si tengono per mano formando una fila lunga lunga (saranno sette, otto bambine), le mamme sono dietro e io dietro le mamme, perché non potrei mai perdermele queste qui, che entrano nei negozi tutte per mano, minuscole come sono.
La sera finalmente è fredda ed è la sera giusta per i mostri, sera d'autunno e di cioccolata e gomma da masticare. Dei bambini si infilano nella bottega del fruttivendolo. Lui, senza scomporsi, gli allunga quattro mandarini.


Così non importa se non ho potuto travestirmi e se non ci sono state zucche da intagliare quest'anno. Perché adesso sulla mia mensola c'è LUI


che veglia sui sogni agitati dei bambini e combatte i mostri, quelli che vengono dalla testa invece che da sotto il letto. I mostri del letto mi sa che sono suoi amici e pure quelli dell'armadio. Comunque non c'è niente da temere se c'è con te il Re delle Zucche, la notte, su una mensola.

E poi mi sveglio con una sensazione strana, quasi da mattina di Natale, chi lo sa. Un tantino a pezzi la schiena, ma è normale, se passi la notte in un orto di cocomeri.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:27 | link | commenti (4)
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