"Continuavo a pensarci. Dove diavolo vanno le anatre di Central Park in inverno, quando il lago è ghiacciato?" (Holden Caufield)
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"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.
Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."
(Pablo Neruda)
PERSONAGGI e INTERPRETI:
IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.
COLEI CHE E'
NEL MARE
Nel ruolo di quelbruco.
G.
Nel ruolo di SISTER
L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR
I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.
LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA
Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.
IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.
CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.
CONTINUA...
Così, proviamo a fare un po’di ordine in queste voci su presunte caramelle a due colori e palloncini di elio. Tutto vero, e in più domenica mattina mi è preso un attacco di appendicite, una cosa abbastanza subdola visto che è arrivata quatta quatta e non si è presa disturbo di farsi annunciare. E così mentre ero lì lì per afferrare le castagne e la torta di marmellata della domenica ecco che mi ritrovo distesa su un lettino del pronto soccorso con mamma che sghignazza perché si pensava che in fondo fosse una cosa di niente. E invece qualche ora dopo eccomi in viaggio in tenuta verde chirurgico, destinazione sala operatoria, diciamo che non avevo neanche paura perché non avevo mica il tempo, di avere paura. Poi mi addormentano in un modo troppo surreale per raccontarlo e quando mi sveglio dopo poco sono lucida, e mi rendo conto che ci sono un sacco di persone, che sono venute lì, entrano nella mia stanza, li assicuro che sto bene. Arrivano delle telefonate.
Passano due giorni. In fondo sto bene, se mi guardo un poco intorno. Dopo due giorni interi, la mattina del terzo mi dimettono, e adesso sono qui. Anche se un po’ fuori gioco. E visto che come al solito si pensa e si osserva, e che lì di tempo per osservare e pensare ne hai più di quanto vorresti, ecco cos’ho pensato.
E poi vi dico che stamattina, dopo due giorni che non mangiavo, avevo una gran fame e il figlio della prima signora le aveva portato un thermos di orzo, orzo caldo e dolce, una meraviglia. La signora non mangiava da due settimane, ma me ne ha offerto un bicchiere. Io le ho detto di no e lei ha insistito.
Le parole non hanno occhi né gambe,
Non hanno bocca né braccia,
Non hanno viscere.
E spesso nemmeno cuore,
O ne hanno assai poco.
Non puoi chiedere alle parole
Di accenderti una sigaretta
Ma possono renderti più piacevole
Il vino.
E certo non puoi costringere le parole
A fare qualcosa che non
Voglion fare.
Non puoi sovraccaricarle.
E non puoi svegliarle
Quando decidono
Di dormire.
A volte
Le parole ti tratteranno bene,
A seconda di quel
Che gli chiedi
Di fare. Altre volte,
Ti tratteranno male,
Qualunque cosa
Tu gli chieda
Di fare.
Le parole vanno
E vengono.
Qualche volta ti tocca
Di aspettarle
A lungo.
Qualche volta non tornano
Più indietro.
Qualche volta gli scrittori
Si uccidono
Quando le parole
Li lasciano.
Altri scrittori
Fingeranno di averle ancora
In pugno
Anche se le loro parole
Sono già morte
E sepolte.
Fanno così
Molti scrittori famosi.
E molti meno famosi
Che
Sono scrittori soltanto
Di nome.
Le parole non sono
Per tutti.
E per la maggioranza,
Esistono soltanto per poco.
Le parole sono
Uno dei più grandi
Miracoli
Al
Mondo,
possono illuminare o distruggere menti,
nazioni,culture.
Le parole sono belle
E pericolose.
Se vengono a trovarti, te ne accorgerai e
ti sentirai il più fortunato della terra.
Nient'altro avrà più
Importanza.
E tutto sembrerà
Importante.
Ti sentirai
Il dio Sole, riderai del tempo che fugge,
Ce l'avrai fatta, lo sentirai dalle dita fino alle budella,
e sarai diventato, finché dura,
un fottutissimo scrittore che rende possibile l'impossibile,
scrivendo parole,
scrivendole,
scrivendole.
(Charles Bukowski - Le parole)
(On Air: Ludovico Einaudi - Le onde)


Un po’ deve essere
Perché è vero che in Toscana è tutto verde e sono tutti gentili, e che si mangia bene e che parlano buffo e aspirano le consonanti in un modo divertente, e che il panorama dall’autostrada è talmente bello e rilassante che guideresti per altre sei ore, senza fiatare.
Un po’ metti Rino Gaetano in sottofondo, e poi De Gregori: questa autostrada lunga lunga che passa attraverso due terzi d’Italia e gli accenti che cambiano all’autogrill ti fanno venire voglia di ascoltare musica italiana, così saccheggi tutto il porta cd della Mercedes verde, e poi Capossela e poi anche Caparezza, anche se ti sembra che quelli più vecchi, più classici, quelli degli anni settanta di quando tu non c’eri ancora ci stiano meglio, nello stereo, in fondo.
Un po’ è arrivarci in auto, con le soste quando ti va, l’aria ogni ora un pochino più fredda. La giornata inaspettatamente bella e il cappello a righe rosse e verdi tirato fuori dal cesto anzitempo. Averlo deciso la sera prima e prenotato all’ultimo momento, non a Lucca ma a Montecatini Terme, ché a Lucca posti non ce n’era da nessuna parte e già da tempo. Seguire la strada sull’itinerario di viamichelin.it stampato a casa, anche se la strada è facile perché devi andare sempre a Nord: Roma, e poi Firenze, e poi continui a salire mentre la luce sta calando e pensi che la prima cosa che farai, in Toscana, sarà di mangiare una zuppa di farro e comunque una zuppa che sia molta e sia calda, perché è ovvio che se penso sono in Toscana e fa freddo il primo concetto che collego è “zuppa”.
Ci si avventura, con l’auto, per le strade interne cercando di raggiungere Lucca da Montecatini. Passiamo attraverso piccoli paesi, il nome di qualcuno lo ricordiamo perché lo abbiamo visto in “Amici miei”.
Un po’ è quando arrivi a Lucca e ti trovi in un piccolo presepe, un centro storico di vicoli e biciclette circondato da mura, e fuori le mura prati verdi, dentro le mura caffè antichi e torri di pietra, consonanti strascicate e sole freddo. Un cortile dove si fa il mercato della frutta, me ne accorgo soltanto perché dalla strada vedo le zucche, le zucche più grandi che io abbia mai visto, zucche da cartone animato, zucche di Harry Potter. Mentre chiediamo informazioni mi accorgo che il cortile profuma di mandarini e nell’aria fredda del mattino tardi siedono al tavolo bianco di latta di un caffè piccolo e storto tre, quattro persone. Bevono cappuccino e leggono giornali locali. Ascolto le loro consonanti buffe.
E poi quando troviamo la strada, è chiaro che un po’ la giornata diventa un’immersione in qualcosa di magnifico, e che un po’ è essere qui, essere nerd, che meraviglia, consapevolmente nerd e questo mi diverte un sacco. Che parliamo la stessa lingua e quella lingua è l’elfico e il klingoniano, io personalmente so cos’è un AT Field e che il diagramma d’onda di un angelo è blu. E ho un vero secondo di mancamento ogni volta che vedo Bruno Brindisi. E mi infilo alla conferenza dei bonelliani per vedere il mio mito Paola Barbato, e poi mi mischio alle bambine allo stand della Disney, e sbircio quello che combina il disegnatore di Witch, faccio una foto seduta in panchina con Paperon De' Paperoni.
Certo se non siete nati dalle parti del 1981 non capirete perché uno possa voler passare un sabato sera al concerto dei Cavalieri del Re. Mi calo il cappello fin sugli occhi e mi guardo intorno per sorprendere gli altri a cantare: e sanno tutte le canzoni, anche più di me che in fondo ero proprio tanto piccola, e tante di queste sigle erano talmente affondate nel profondo della mia memoria che ripescarle mi dà un attimo di mancamento, avevo completamente dimenticato lo Specchio Magico, ricordo ogni singola parola, chissà come si spiega.
Oramai mi sento totalmente invasata e così compro una spilletta da giacca di Emily
Mi avvicino e comincio a riconoscere gli oggetti, dalla prima fila del bancone alla seconda e alla terza, e poi salgo con lo sguardo alle pareti di tela e alle mensole e alle spalle della ragazza al bancone e per terra, negli angoli. Riconosco tutto, e quello che riconosco, letteralmente, mi inonda. Perché c’è tutto quello che ricordavo e c’è anche quello che non ricordavo, ed è un assalto del passato e della memoria consapevole e inconsapevole, un assalto all’anima che mi fa vacillare, far diventare gli occhi lucidi per un secondo e guardare negli occhi la ragazza al bancone, senza sapere cosa dirle, cercando comprensione.
Ci sono gli Snorky, c’è
