"Continuavo a pensarci. Dove diavolo vanno le anatre di Central Park in inverno, quando il lago è ghiacciato?" (Holden Caufield)
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"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.
Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."
(Pablo Neruda)
PERSONAGGI e INTERPRETI:
IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.
COLEI CHE E'
NEL MARE
Nel ruolo di quelbruco.
G.
Nel ruolo di SISTER
L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR
I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.
LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA
Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.
IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.
CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.
CONTINUA...


E' un po' di tempo che non vado a trovare mia nonna al cimitero, ma se non ci vado è perché io non sono veramente convitna che lei sia in quel cimitero. Ricordo di aver pensato la prima, la seconda volta che ci sono andata, che proprio non mi riusciva, che non vedevo nessun nesso tra la nonna e quel marmo, quelle aiuole di piccoli fiori dove mia madre e mia zia piantavano gerani colorati, e soprattutto con la vista che dal cimitero di Salerno dà sull'autostrada, sui palazzi sbiancati e sul cielo azzurro che stona. Così per parlare con la nonna probabilmente fissare quella roba di marmo e una sua vecchia foto non è il modo migliore. Mi è venuta voglia di parlarci, con la nonna, in realtà ho voglia sempre di parlare con lei ma soprattutto negli ultimi giorni, perché mi è capitato di andare a due funerali di nonni in una settimana e come al solito ho pensato, ho pensato tanto ai funerali e soprattutto ai nonni e soprattutto alla mia, a mia nonna. Nonna Francesca, nonna Franca.
Dopotutto si sa che un nonno prima o poi muore, e quando succede un po' è normale, perché è una persona anziana, perché magari era malato e quando uno è malato a settanta, a ottant'anni, non è che proprio si guarisce, non sempre, forse quasi mai. Però tutto questo sono soltanto storie perché se tu, di quel nonno, sei un nipote, in realtà non ti aspetti proprio che lui, lei, possa veramente morire. E se succede, quando succede, è strano. Ho ricordato di quando morì la nonna e che soprattutto quello che pensavo, ma forse più che sentivo, era che la nonna c'era sempre stata, era lì prima che nascesse mia madre, era lì da tanti anni prima che ci fossi io e non c'era nessuna ragione per cui non dovesse continuare ad esserci per sempre. La nonna era la nonna, nonna Franca era quella intorno a cui girava la famiglia, nonna Franca era la madre ed era la nonna ed era la persona più importante, era la sua casa e soprattutto era la nostra infanzia. Per cui che nonna Franca non ci fosse più, non lo so, allora pensai che era strano e non capivo perché lo trovassi così strano. Non lo capii allora ma mi ci vollero pochi mesi per rendermene conto: morta nonna Franca, la nostra infanzia era finita.
Nonna Franca abitava vicino alla ferrovia, in un posto che non si vede dalla strada, non si vede dalle vie che ci sono intorno, non si vede da nessuna parte. Soltanto anni dopo ho capito qual'era l'unica strada dalla quale era possibile vedere il suo cortile, un cortile piccolo incassato tra due palazzi, al piano terra, incollato ai binari del treno, con solo una rete in mezzo. Quel cortile è stato la nostra vera casa per tutta la nostra infanzia, io e gli altri sei, mio fratello e i cugini, tutti più piccoli di me che ero la nipote grande. Si giocava con il cane e quando il cane non ci fu più si giocava con i gatti, infiniti gatti che vanivano ad abitare nella cuccia del cane e poi partivano a cercar fortuna sui binari, e micini che nascevano e io avevo sempre paura, per loro, per via dei treni. Si giocava a bambole e a pallone. Si giocava a correre e a costruzioni, e io leggevo il Topolino perché io sono sempre stata quella che leggeva. Quando arrivava il treno si sentiva parecchi secondi prima, allora noi bambini uscivamo fuori qualunque cosa stessimo facendo, emozionati, e salutavamo con la mano. A volte salutavamo con la mano lunghissimi treni merci, su cui non c'era assolutamente nessuno.
Nonna Franca lavorava alla Sip, che si chiamava proprio Sip e io uscivo con mamma e leggevo Sip scritto su certi tombini, sui contatori del telefono, e pensavo che questo voleva dire che la nonna faceva un lavoro importante. Era giovane nonna Franca perché aveva avuto mia madre a ventidue anni e poi aveva avuto i miei zii, uno dopo l'altro, così fu una mamma giovane e, qualche anno dopo, morì mio nonno e tutti e quattro i figli rimasero soli con lei, quattro bambini di pochi anni e allora essere così giovane, forse, fu difficile per nonna Franca. Io però non so molto altro di quando era giovane, di quando era una mamma, perché nonna Franca era la nonna e faceva cose da nonna, voleva sempre giocare a tombola e si arrabbiava se perdeva, ma faceva anche cose strane, fumava troppo e portava sempre i pantaloni, adorava i telefilm polizieschi e soprattutto Perry Mason. Aveva i capelli corti che tingeva biondi e passava la lucidatrice ogni giorno, e si arrabbiava se strisciavamo per terra con le scarpe. Nonna Franca comprava sempre gelati per noi e quando arrivava mio padre diceva "preparate il caffè a Mimmo", aveva il telefono grigio con la rotella dei numeri che girava e ci faceva bere l'acqua del rubinetto. Non so perché era speciale nonna Franca perché forse era solo una nonna normale, ma in casa sua c'era il Natale e i regali chiusi a chiave nello studio di zia, il presepe nell'ingresso dove io andavo a mettere un po' di ovatta, di nascosto, nella culla di Gesù per scaldarlo. I cioccolatini appesi all'albero che cercavamo di rubare e i libri di medicina di mia zia che tentavo di leggere a mio cugino, facendo finta di capire. C'erano i giornaletti di Topolino e i nostri giocattoli disseminati dappertutto. Giocavamo con i cuscini del salotto che diventavano i nostri cavalli e quando eravamo stufi c'erano le zie che ci portavano alle giostre e se non volevano portarci c'era il cortile, "il terrazzo di nonna", e se alzavamo troppo la voce veniva mamma a sgridarci, perché la nonna si svegliava.
Nonna Franca era affettuosa, si innervosiva di continuo e noi sapevamo che non faceva sul serio, pur essendo bambini intuivamo che quando la nonna si arrabbiava era un po' come quando ci arrabbiavamo noi, per avere un po' di attenzione. Il giorno che è morta non sono mai entrata nella sua stanza. Ammetto di non aver voluto sentire che quella morte era reale, forse non ci sono mai più riuscita. Non era così logico che morisse perché in fondo aveva sessantotto anni, e io che ero la più grande avevo diciassette anni compiuti da poco. Fuori, nel solito terrazzo, abbiamo letto fumetti in silenzio aspettando che si facesse l'ora del funerale. Francesco sembrava così tranquillo e poi quando in chiesa arrivò la bara pianse, ma pianse più forte di tutti e tutto insieme. Io stavo lì in cortile e pensavo che era strano che non venisse mamma a dirmi che la nonna si svegliava.
Allora nonna, mi sono laureata, qualche settimana fa. Ti sarebbe piaciuto, ho messo sul vestito la tua spilla celeste, c'erano tanti fiori e tu me ne avresti portato uno, io ti avrei chiesto un ramo di ortensie, quelle belle del tuo giardino, e tu me le avresti portate perché sai quanto mi piacevano. Ti saresti seduta composta nell'aula, ti piaceva stare in mezzo alla gente anche se ti lamentavi e fingevi di essere vecchia, ma si vedeva che ti piaceva vestirti bene e mettere gli orecchini di perle, prendere il braccio a Francesco, fare la nonna, fare la capofamiglia. Ti sarebbe piaciuto. Marco vedessi com'è diventato, è alto e più bello e gli cresce perfino un poco di barba. Fa l'Università e vuole fare il ricercatore. Ma non è cambiato: ride, è allegro sempre e riempie ogni stanza in cui entra. Non è cambiato nessuno, ma forse è per come li vedo io, piccoli, i miei cugini piccoli e la nipote grande.
Ho capito, lo sai, che il cortile si vede solo da via Luigi Guercio, ogni tanto ci sbricio quando passo, ma veloce veloce, perché guido, e ci lancio un pensiero, ma non si vede mai bene perché la bouganville, te la ricordi, è altissima, e il cortile è piccolo, è nascosto e incastrato tra i palazzi. Io penso sempre che è meglio, così non lo vede nessuno, e resta il nostro giardino segreto. Se passa un treno, immagino bambini, sette, che salutano.
Giorni belli, ma proprio belli. Tante cose, tante e mi hanno detto che è bene, che meno male che mi tengo impegnata e che faccio tante cose. Credo che sia vero ma in realtà non ho pensato più di tanto a tenermi impegnata e ho fatto tante cose perché succedevano, perché mi venivano e non mi sentivo stanca quasi mai.
E' venuta a casa quelbruco e davvero dopo due giorni e mezzo avrebbe potuto restare per altri e altri, perché è così facile abitare con quelbruco dopo averlo fatto per sei mesi. Io che non ho mai sopportato alcun tipo di convivenza. In macchina si sentono canzoni e si fanno discorsi epocali, per strada si gira con le collane e le spille di lana e si ha continuamente fame. Si guardano film sonnolenti e si inventano parole, insomma tutto già visto eppure immensamente bello.
Poi c'è stata la mia festa di laurea, e poi c'è stata Pasqua con il balcone pieno di sole e i miei cugini fuori, e poi guardare Madagascar tutti quanti. E poi c'è stata Pasquetta con la pioggia ma, lo stesso, il barbecue. Anzi, la fornacella. Facce che mi ricorderò perché poche volte sono così contente, fiori in testa e scarpe gialle, risate. E poi c'è stato un incontro nel cuore di Salerno e della blogosfera, la sera di Pasqua. Uh, sono stanca, adesso, però.
P.S. Grande Niù Entry
Qui il video incriminato del famoso incontro nei bassifondi salernitani...per un'utile trascrizione fonetica io farei un saltino qui.
Un post ancora più lungo ma necessario. Dall'Unità online di oggi:
Ci sarà un'Italia
di Furio Colombo
Ha colto nel segno l’Unità di ieri: Berlusconi se ne va. È la vera, la grande notizia che cambia la vita italiana, compensa la fatica e la tenacia di chi non ha smesso mai - come questo giornale - di indicare in lui il pericolo per la Repubblica, la profonda distorsione che aveva travolto e deteriorato la realtà. Fino al punto da non vedere più l’enormità di ciò che ci stava accadendo e che i vicini d’Europa e la stampa del mondo continuavano a farci notare, cercando di risvegliarci, meravigliati dalla curiosa impassibilità di illustri commentatori e validi giornalisti di fronte a un pericolo che si vedeva bene anche da lontano.
Ma in Italia ti dicevano: «E basta con ‘sto conflitto di interessi». E «smettiamola di demonizzarlo, perché se no facciamo il suo gioco». Ma lui il suo gioco, a causa del gigantesco conflitto d’interessi, che si estende dal suo banchiere Fiorani ai suoi giornalisti che lo mettono in onda quando vuole, con fiero disprezzo di quella miseria della “par condicio”, lo ha fatto come ha voluto.
Lo ha fatto impiegando senza scrupoli tutti i suoi mezzi, col pieno uso e abuso del suo potere di dire quello che vuole, quando vuole.
L’incubo finisce nel momento in cui siamo autorizzati dai risultati elettorali a usare i verbi al passato. Berlusconi era il caimano, e non c’era niente di grottesco o di esagerato, o di «attacco che fa il suo gioco» in quella scena finale del film di Nanni Moretti. Effettivamente Berlusconi esce dalla scena del suo potere illegale (illegale perché esercitato in pieno conflitto di interessi e dunque contro le regole non solo della democrazia ma anche del codice civile e del corretto capitalismo) dopo avere distrutto tutto quello che poteva distruggere: fiducia e rispetto fra gli italiani, immagine del Paese, condizioni morali (la sua protervia di inquisito che definisce «infami» i giudici) e condizioni materiali (la crescita zero, unica al mondo fra le democrazie industriali).
Ma, come se non bastasse tutto il danno che ha accumulato (insieme al ridicolo e al risibile con cui ha divertito alle nostre spalle il resto del mondo) Berlusconi ha combattuto casa per casa, prima di lasciare (come lascerà, splendida prospettiva) il potere. Nell’assemblea della Confindustria, a cui teoricamente appartiene, si è battuto per fare tutto il danno possibile, dividendo, accusando, diffamando, mostrando che il suo scopo era di lasciare solo rovine. Nell’assemblea della Confcommercio ha insultato con deliberata volgarità metà del Paese, e dunque metà di coloro che lo ascoltavano, intento a provocare ancora più spaccatura, ancora più animosità, ancora più rancore, ancora più sospetto, ancora più impegno a combattersi fra italiani (e persino nel mondo del consumo, che tipicamente cerca armonia, perché la gente incattivita non compra).
Dalle tribune delle sue incursioni elettorali nel mondo dei media, che per lui ha spalancato le porte del conflitto di interessi e del dominio illegale delle notizie, ha usato tutto il talento negativo di cui è dotato, tutte le risorse distruttive che sono la sua arma di comunicazione, per aumentare la spaccatura dentro il Paese. Nella conferenza stampa, cupa, allarmante, da Repubblica di Weimar, che ha tenuto nel pomeriggio dell’11 aprile, Berlusconi propone minacce. Sono minacce pesanti, se pronunciate da un uomo che può comprare di tutto, e che non si da pace di non aver potuto piegare più di metà del Paese.
Non c’è alcun precedente, nelle culture democratiche, di un lavoro così intenso e continuo di attacco e screditamento con cui Berlusconi ha tracciato i confini di un suo virtuale campo di concentramento mentale nel quale relegare le figure e le immagini che non si devono vedere e non si devono sentire. Ho detto «campo di concentramento mentale». Ma non dimenticate che è molto forte la capacità mentale di un uomo immensamente ricco e disposto a governare violando leggi e decenza, e sfuggendo alle sentenze per corruzione e falso che lo inseguono, di trasformare in fatto fisico, in evento reale ciò che desidera. Voci hanno taciuto e figure sono scomparse in questi anni. E in questi anni scomparire dalla radio, dalla televisione, dai grandi giornali, vedersi tagliare con scrupolosa pignoleria ogni pubblicità e moltiplicare, attraverso l’immensa compiacenza dei volontari, le fonti di denigrazione, è un buon modo per rendere effettiva e reale la lista di proscrizione che un primo ministro in apparenza democratico ha imposto all’Italia.
Una tale cappa di conformismo e silenzio è disceso sul mondo della gran parte della informazione italiana, da separarla drasticamente dalla informazione del mondo. Per sapere quanto è grande questa differenza vi basterà osservare che i senatori eletti all’estero, con l’eccezione di uno, hanno aderito a Prodi e al governo dell’Unione. Perché ciò che sanno dell’Italia lo hanno appreso da corrispondenze e commenti e dalle televisioni dei Paesi in cui vivono e in cui non vige né il dominio della Rai Pionati-Vespa, né quello di alcuni commentatori italiani di buona firma. Infatti, anche in queste ore, mentre nella sede della Lega Nord di Milano gli uomini di Bossi si stanno prendendo a botte, c’è chi si preoccupa sinceramente (per la milionesima volta, ma senza imbarazzo) di quanto sia diviso il centrosinistra e di come si farà a governare.
E se lo chiedono mentre tutti sostiamo su detriti e macerie della legge elettorale più vergognosa, la «porcata» che la gente di Berlusconi ha preparato come trappola per rendere l’Italia ingovernabile.
L’intento distruttivo è stato forte e purtroppo continua. Senza uomini come Marcello Pera alla presidenza del Senato, come Roberto Castelli alla Giustizia, come Tremonti a manomettere i conti dello Stato, riuscirà difficile a Berlusconi imporre i suoi interessi e far votare con la consueta fretta e il consueto voto di fiducia (mentre intanto si blocca il respiro economico del Paese) le sue leggi vergogna.
Ai suoi tempi, che finiscono adesso, Berlusconi non ha avuto bisogno di fatti veri e di risultati realmente ottenuti. Gli bastava andare - o mandare - in televisione, ospite in case amiche di proprietà o d’affitto, e dire ciò che riteneva utile dire, inventando fatti e inventando cifre. Tanto nessuno, tra gli illustri interlocutori dei migliori giornali, e tra i direttori delle migliori testate, si sarebbe permesso di interrompere il monologo o di correggere anche una sola cifra falsa. Sapevano tutti di avere di fronte un primo ministro ricco, potente e vendicativo.
Sarà immensamente difficile governare. È già annunciata l’intenzione di scatenare guerriglia parlamentare. La Casa delle Libertà ne ha già dato l’annuncio. Sono gli stessi che chiamavano «ostruzionismo» la presentazione di emendamenti migliorativi alle loro terribili leggi.
Sarà immensamente difficile. Ma certo non gioverà a Berlusconi il confronto quotidiano e continuo con la persona normale Romano Prodi, senza cerone, senza tacchi, senza violenza offensiva, senza il seguito sottomesso che tocca solo a chi è più ricco del sultano del Brunei e ha fama di essere più generoso con chi lo compiace.
Il confronto fra la artefatta invenzione dello spettacolo e la vita vera di un cittadino competente che sa quello che fa, governa con cognizione di causa e si prepara, atto per atto, a rendere conto, non gioverà all’uomo dell’immagine. Invece dell’abbaglio televisivo che si protrae per infinite puntate, la “audience” (meglio definibile come i cittadini della Repubblica che hanno votato) avrà di fronte un normale governo, come in ogni altro normale Paese democratico.
Questo Paese, prima di Berlusconi, ha avuto una sua buona e solida reputazione nel mondo. Prodi lo vuole riportare in quel punto, al livello di prestigio che l’Italia aveva quando è entrata - tra l’incredulità di molti, ma con i conti in ordine - nell’Europa dell’Euro.
Noi sappiamo che Berlusconi e i suoi cortigiani faranno il possibile perché ciò non avvenga. Sono responsabili di un disastro e vogliono farci credere che quel disastro è dovuto a cause di forza maggiore. Ogni atto di governo, adesso, li inchioderà all’evidenza dei loro clamorosi errori. Potete scommettere che, alla faccia del loro sbandierato patriottismo, si batteranno perché, grazie alla guerriglia di opposizione, l’Italia diventi ancora peggiore. Non risparmieranno ogni possibile sabotaggio. La parola è dura ma va sottolineata perché è un preannuncio, un appuntamento da ricordare, fra poco. È ciò che si apprestano a fare come “contributo” per il Paese che hanno così gravemente manomesso.
Ma noi sappiamo che Prodi è un ostinato, uno che mantiene le promesse. Ci sarà un Italia. E non sarà quella offesa e umiliata e spinta dal vanesio e incompetente primo ministro che sta per andarsene, alla crescita zero.
Il lungo Postelettorale
Giorno 1°
Ore 15.00 – Jane finisce di mangiare e accende la tv, scegliendo accuratamente la rete, e dopo il tre-due-uno-zero ascolta un exit poll che dice quasi “è fatta”. Sussulta.
Ore 15.00/18-30 – Messenger si popola, Jane conversa con innumerevoli persone, si scambiano battute e link per seguire tutto in tempo reale e intanto si segue Raidue per sentire le stesse cose ma da una voce umana. Alle sei circa messenger tace: i dati stanno cambiando e Jane deve andare a recitazione.
Ore 21.00 – Jane torna da recitazione. Il mondo è capovolto e Jane, dopo un paio di occhiate allo schermo del pc, decide di uscire e di aspettare i risultati da qualche parte, fuori dalla sua casa purtroppo forzista. Mette la giacca violetta e va.
Ore 21.30 in poi – Jane va al Punto Blu, localino frequentato come fosse casa incassato in un angolo del centro storico. Al Punto Blu ci sono Davide, Gabriella, Francesco, Rocco, Alfredo, e qualche altro. Un televisore è acceso su Matrix e si guarda tutti lì. Il tempo non passa mai e Jane entra ed esce, beve una coca light, impara a memoria le percentuali ripetute dalla tv ottocento volte, tesa come dovesse fare un esame e stesse aspettando dalle otto di mattina, e fossero le sette di pomeriggio. La testa comincia a farle male.
Ore 00.15 – Non si capisce più niente e Jane e gli altri decidono lo spostamento alla sede di Rifondazione, dove, dicono, c’è una tv e un telefono che non smette di squillare. Arrivati vengono salutati da tutti, prendono una sedia, si siedono. Jane guadagna una mezza poltrona. Si va su Raduno e Raitre, Alfredo proprio alla destra di Jane è preoccupato come Jane non l’ha mai visto, c’è Christian che beve tequila e Rocco che fuma molto e un altro paio di ragazzi conosciuti chiusi nel mutismo intervallato da bestemmie. Ci sono due ragazzine molto truccate, una ragazza bionda e qualche personaggio noto di città: il dottore Musumeci candidato a sindaco quattro anni fa, un paio di signori barbuti, Franco che vende salvadanai di latta caricati su una specie di carretto, e girovaga sempre per strada. Le ore passano e i dati non significano niente, si fa shhhh ogni volta che qualcuno dice Viminale, inizia a piovere.
Ore 01.20 – La Campania è andata al centrosinistra. Squilla il telefono e c’è un accenno di euforia. Si sa che i risultati dell’estero arriveranno domani: Jane e gli altri non ne possono più, vanno a casa.
Ore 03.30 – Davanti alla tv accesa della stanza del Geinfratello, Jane scopre che la Camera è vinta. Rincuorata a metà si congeda dalla giornata, intanto Prodi sbuca nella piazza lì nella televisione, dice che lui ha vinto, la piazza esplode, Jane pensando all’espressione dialettale “l’arte dei pazzi” sprofonda piano nel sonno.
Giorno 2°
Ore 11.00 – Jane si sveglia e senza neanche il caffè accende il pc, apre repubblica online. Non c’è quasi dubbio, i senatori esteri sono 4 per noi, forse 5. La convocazione via messenger è “alle dodici in piazza”. Prosegue in realtà con “non ci sono dubbi, se n’è andato a fanculo”.
Ore 12.15 – Jane mezza stordita, testa dolorante, giacchetta marrone e t-shirt bianca, faccia del sonno, capelli sconvolti, in piazza in cerca di Alfredo nella mattina piena di vento. Arriva Rocco, arriva Francesca, arriva Frank con i giornali sotto al braccio. Habemus governum dice Rocco, ridiamo e cominciamo a realizzare, c’è una specie di incertezza anche se ormai si sa cosa è successo, è come se un pezzo di stanotte ci fosse rimasto incollato addosso, siamo frastornati ma ci abbracciamo.
Ore 13.00 – Venti persone, non di più, coi fogli dei dati elettorali stampati che passano di mano in mano, intorno a due tavoli bianchi a stappare una bottiglia di spumante. Le stesse facce della sera prima a Rifondazione, qualcuna nuova. Uno legge la scritta sulla maglia di un altro: Vuoi vedere che l’Italia cambia davvero. Dice “alla nuova primavera che inizia”, e Jane non riesce a trovarlo retorico e brinda. Lo spumante sparato addosso ai presenti le finisce sulla maglietta nuova. Compra Repubblica e il Manifesto.
Ore 21.00 – Di nuovo al Punto blu mentre piove e si è rimesso a freddo, Jane vestita più pesante e con i capelli ancora più sconvolti, teme che non arrivi nessuno e invece arrivano tutti, tutti quelli della notte prima con uno zaino misterioso che in realtà nasconde due bottiglie di vino e una pila di bicchieri rossi, come quelli delle lauree. Nella sera che sembra di Novembre si fa festa mentre Rocco improvvisa comizi, finisce la prima bottiglia, qualcuno dice “al nuovo clima culturale che comincia da oggi”, Fabio, che è il gestore del bar, si fa versare un bicchiere del nostro vino rosso e fa qualche foto con noi, offre cornetti senza far pagare.
Ore 23.00 – Brindisi cubani al rum, due euro e cinquanta il rum e pera, tre euro il rum invecchiato, i ragazzi si danno arie da signori dandosi pacche sulle spalle. Si tira fuori la seconda bottiglia di vino: è di vetro scuro, Francesca ci ha incollato sopra un grosso adesivo rosso del Che. C’è un’allegria smisurata per così poche persone, non ci si stanca dei comizi che diventano sempre più alcolici, mi salutano anche persone che non conosco e colgo con la coda dell’occhio qualche abbraccio. E’ una bella serata. Inimmaginabile ventiquattro ore prima, e ce lo diciamo, e Rocco continua a parlare di “nuovo clima culturale”.
Ore 23.30 – Bella Ciao intonata nel vicolo scuro del bar Punto Blu, appena a fianco dell’ex pretura, di fronte alla chiesa del Purgatorio, nel Borgo Scacciaventi, a Cava De’Tirreni piccola città del Sud che ha votato per il 70% Forza Italia. Lo facciamo un po’per scherzo ma intanto la cantiamo (“a metà fra i Modena e il coro degli alpini” commentano), la canta pure chi faceva il tipo più distaccato e poi passa un gruppo di persone adulte e giurerei che qualcuno ci ha guardato con un mezzo sguardo compiaciuto e questo si vede che lo notano tutti perché si canta più forte, più convinto.
Ore 00.45 – Piove e si torna a casa, dopo varie risate finali e fotografie sbiadite col cellulare e dopo una serata che abbiamo scelto di vivere bene, contenti, dimenticandoci della mezza delusione e del paese spaccato, del fatto che al 50% delle persone che vivono in questo paese non è bastato affatto il vaccino di cui parlava Montanelli. Le sappiamo queste cose ma in fondo abbiamo ventanni e qualcosa ed oggi, a conti fatti, è successo esattamente quello che speravamo. Per cui ci siamo goduti questa notte e ci siamo messi in spalla delle nuove speranze per il futuro, comunque pulite, e camminato tra le pozzanghere di Cava de’Tirreni, veloci, verso il parcheggio.

BUON GIORNO

Il silenzio stampa è finito, il governo di Silvio Burlesconi pure. Ieri è stato il pomeriggio, la serata e la notte più assurde della mia vita, ho un mal di testa cane, eppure stasera, con tutti i se e i ma del caso, stapperemo una bottiglia di spumante.


QUESTO BLOG E LA SUA SCHIERATA FONDATRICE SONO IN SILENZIO STAMPA FINO A LUNEDì POMERIGGIO, MAGARI SUL TARDI.
IN BOCCA AL LUPO A TUTTI.
Galeotta fu la spilletta. Eccola qua, in duplice copia, sulla giacca mia e sulla borsa di mio fratello, ce ne siamo fatte due uguali e stasera le metteremo adesso che usciamo, per una provocazione puerile eppure che io, e forse mio fratello, sento come una cosa necessaria. Non me ne vergogno né me ne dispiaccio perché certe cose ti riempiono di rabbia al punto che fare una cosa puerile può essere molto utile. A tavola si tocca l'argomento coglione e allora mio padre fa per dare in escandescenze; si cambia discorso dirottando la conversazione sull'insalata, sul sale, sui babà alla nutella.
Non capisco mio padre, non riesco a capire perché lui non capisca la scelta mia e di mio fratello. E di tutti i coglioni che domani voteranno come noi. Come non riesca a capire che questa scelta dipende da certi valori di giustizia e di dignità che proprio lui ha tenuto ad insegnarci.
Votate, votate, votate, e siate più coglioni che potete.

Sole Silenzioso - Subsonica
Danza la coscienza
Nella domenica ipnotica
Delle verità svendute,
Dell’adunanza catodica
Nebbia di mercanti
Di nuovi traffici e farisei,
Di gendarmi riverenti
Dentro di te un sole silenzioso
Picchiano le armi
Nella domenica ipocrita
Delle morti intelligenti,
Nel sangue della legalità
Batte il cuore, batte a fondo
Gli occhi non ti si confondono.
Batte quando non è spento
Dentro di te il sole silenzioso
Di chi disubbidirà
Lungo la terra di chi
Sempre disubbidirà
Nella giustizia di chi,
Di chi disubbidirà
Quando il futuro è con chi
Sempre disubbidirà
La storia fatta di chi…
Gein e la laurea

Gein quando si tratta della laurea, come per tutte le cose importanti della sua vita, non riesce proprio a stare tranquilla. Si agita, si emoziona, le sembra un giorno enorme, spaventoso e però poi si riempie di amici che arrivano e di zii e cuginette e fiori rossi e tutti che compaiono nell'aula per lei e le fa meno paura, però resta un giorno enorme e così Gein, come per tutte le cose, non è tranquilla. Che poi è anche meglio così perché allora se lo ricorderà a lungo, il suo vestito verdino, la spilla della nonna, gli stivali e il sole forte, i prati dell'Università pieni di gente, le canzoni del Geinfratello in macchina e poi chiacchierare con due ragazzi seduti vicino a me, sorridersi l'uno con l'altro di tensione e di elettricità, e poi fiori, un sacco di fiori che la fanno ridere per quanti sono e poi il fratello con la cravatta della Guinnes e le zie commosse, e quell'aula caldissima e i professori che mi fanno mille domande e che dicono "ha risposto bene" ma mi sbagliano il cognome, e poi ancora gente e telecamere e fiori e caldo e i capelli sulle spalle e una bottiglietta d'acqua di plastica verde, un paio di regali e gli altri laureati eleganti e io col vestitino verde, gli stivali coi cuori, quel buffo libro nero con la bocca rossa. Poi fiori fiori fiori. Meglio così: mettere un link alle foto, e fare da soli. Tanto Gein lo sa che, questa della laurea, è una di quelle cose che non è in grado di raccontare a parole, con logica.
(more at: http://spaces.msn.com/ThisWayOrThat/Photos/ ) 