"Continuavo a pensarci. Dove diavolo vanno le anatre di Central Park in inverno, quando il lago è ghiacciato?" (Holden Caufield)
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"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.
Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."
(Pablo Neruda)
PERSONAGGI e INTERPRETI:
IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.
COLEI CHE E'
NEL MARE
Nel ruolo di quelbruco.
G.
Nel ruolo di SISTER
L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR
I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.
LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA
Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.
IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.
CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.
CONTINUA...
Bravo, bravissimo Nico che ti sei laureato ieri mattina, vestito con il maglione bianco e la giacca e i capelli mossi e lunghetti in mezzo a tutti quanti neri e sottili, cravatta e vestito. Che non ti aspettavi per niente la lode e che fortuna che te l'hanno messa, perché nessuno di noi era arrivato in tempo per vedere la seduta e tu c'eri rimasto male. Che poi mi hai detto che durante la seduta la professoressa ti ha fatto cantare per qualche secondo una cosa di Verdi, e tutti ridevano. Che anche subito prima della proclamazione, in riga con tutti gli altri, ti sei girato e hai chiesto a qualcuno di far accendere la luce dicendo "lumiére, lumiére". Che poi hai telefonato a tua zia che è molto molto vecchia e che piangendo diceva "bravo, dieci e lode, dieci e lode". Che poi hai organizzato per la serata a casa tua ad Erchie, il posto più bello di tutta la Costiera, con la stufa accesa, le pizzette già fredde e la televisione sul festival di Sanremo per ridere. Che poi qualcuno ha portato una chitarra e abbiamo cantato le stesse canzoni che cantiamo sempre, che poi non so perché ma c'era una specie di senso di conclusione in quella stanza dove si cantava, e non c'è davvero un motivo per cui dovrebbe esserci un senso di conclusione ma il fatto che ci fosse era in fondo dolce, e rendeva più bella la sera in mezzo a quei rustici freddi. Che poi siamo scesi in spiaggia per cercarti perché eri a telefono e intanto pioveva, si sentiva il mare e le nostre voci che gridavano Nico! Nicooo! e ci veniva da ridere. Che abbiamo fatto gli spaghetti a mezzanotte e tre quarti, e io ho pensato (contenta) che è bello sapere ancora di avere quell'età che una casa vuota, una bottiglia di rum, spaghetti di notte per tutti con solo quattro forchette, ti fanno sentire un vago senso di anarchia che ti riempie e mette tutti di buon umore.

Di quel giorno che a Parigi era estate nel parco e accostando l'orecchio all'albero sentivi la musica di una piccola casa di Parigi dove abita una ragazza da sola con un paio di gatti (uno si chiama Crema) e piante di fragole.
ELECTROLITE - R.E.M.
Your eyes are burning holes through me
I'm gasoline
I'm burnin' clean
Twentieth century go and sleep
You're Pleistocene
That is obscene
That is obscene
You are the star tonight
Your sun electric, outta sight
Your light eclipsed the moon tonight
Electrolite
You're outta sight
If I ever want to fly
Mulholland Drive
I am alive
Hollywood is under me
I'm Martin Sheen
I'm Steve McQueen
I'm Jimmy Dean
You are the star tonight
Your sun electric, outta sight
Your light eclipsed the moon tonight
Electrolite
You're outta sight
If you ever want to fly
Mulholland Drive
Up in the sky
Stand on a cliff and look down there
Don't be scared, you are alive
You are alive
You are the star tonight
Your sun electric, outta sight
Your light eclipsed the moon tonight
Electrolite
You're outta sight
Twentieth century go and sleep
Really deep
We won't blink
Your eyes are burning holes through me
I'm not scared
I'm outta here
I'm not scared
I'm outta here
I padri muoiono quando sono vecchi, e tu sei grande. Allora sì può succedere che i padri muoiano, e tu spieghi ai tuoi bambini che il nonno ha chiesto un posto a Gesù nel Paradiso.
Ma i padri, adesso, non muoiono, e se muoiono non è come dovrebbe essere la vita.
Come al solito, mi è salita l'ansia.
"I giovani non possono morire,
che la vita è più loro che dei vecchi
I giovani devono ancora ascoltare i racconti antichi
e amare"
A volte mi succede questo. Sono in una situazione qualunque e succede qualcosa, per cui le mie percezioni si affinano e improvvisamente mi sento molto più lucida, come se potessi pensare a una velocità superiore o meglio: come se la realtà intorno a me si mettesse a scorrere ad una velocità inferiore, la sensazione è propriamente quella. Così con il ritmo tranquillo dei miei pensieri soliti posso coprire un arco maggiore di tempo e posso andare molto più a fondo di quanto normalmente farei, mentre gli altri se ne stanno a fare le solite cose. Questo mi scompone le immagini, seziona i suoni intorno e divide le sensazioni in piccolissime parti che posso esaminare, una per una, e tutto diventa più chiaro e più incisivo che poi, ovvio, è un’arma a doppio taglio. Una cosa incisiva se ben fatta può fare molto, molto male, ma non riesci contemporaneamente a toglierti dalla testa la sensazione che in fondo ti faccia bene, che quella precisione e quella completezza della percezione siano proprio quello che ti ci vuole, non riesci proprio a non godertele fino in fondo.
Mi succede spesso con una musica. Questa sera sono in un pub che più che altro è un corridoio, incassato in un angolo su una pedana il gruppo dei miei amici che suonano, incassata dietro un bancone che è un tavolino rialzato io con una coca-cola light in mano, il locale è abbastanza scuro e io non riesco a non pensare che i capelli non mi stanno bene, stasera, ed è un peccato perché se fossero venuti come volevo io sarebbero stati davvero bene, con i miei orecchini. Ho infilato una cannuccia nella coca-cola light, che ho ordinato solo perché sentivo lo stomaco pesante ma non pensavo in realtà di bere qualcosa, non avevo soldi e poi non avevo voglia di stare lì a bere, non avevo voglia neanche di sentirmi una cliente del bar e avrei preferito restare in piedi da qualche parte, ma mi sono ritrovata seduta e non so precisamente come. Spesso mi succede con una musica, stasera deve essermi successo con quella canzone vecchia, credo che fosse il quarto anno del liceo quando è uscita e adesso non mi piace neanche più, ho trovato grottesco che la suonassero e forse pure un pochino patetico.
Questo locale è fatto male: troppo scuro, ha delle piccole luci vorticanti inutilmente frenetiche, i tavoli non sono dei veri e propri tavoli e la pedana per il gruppo è ridicola. Una cameriera carina continua ad andare avanti e indietro senza fare apparentemente niente, ha i capelli che speravo di avere io stasera, non eccessivamente ricci in modo che le cadano ai lati del viso, appena tirati da due mollette, le tempie scoperte e i capelli morbidi a cascata, vagamente da bambina. La canzone è lenta, molto più lenta di come ricordavo. In realtà sta succedendo questo: sta rallentando di nuovo come succede ogni tanto, lasciandomi il tempo di pensare con calma e sezionare le cose, comincio col mettere a fuoco i miei amici come punti di luce all’interno del locale, più che altro anzi li percepisco senza vederli e capisco che neanche loro, adesso, mi vedono. Loro in realtà non sanno che tra poco tornerò a casa, andrò a letto, e domani dimenticherò questa serata.
Incisivo come la sensazione che anni fa non avrei dimenticato di aver passato la serata con loro, e adesso parlo poco, il meno possibile, sfuggo abbastanza quando finiscono di suonare e passo per un rapido giro di saluti. C’è Alessandra, alla mia destra, è rimasta quasi tutto il tempo in silenzio perché non voleva venire qui, non sopporta Gianni in questo periodo e credo che non sopporti specialmente la sua ragazza. C’è Francesco lì sulla pedana alla chitarra che di sicuro non voleva suonare questa roba, c’è Davide che dopo tutto non fa molta attenzione a quello che gli fanno suonare e c’è Gianni che per puro esibizionismo canterebbe qualunque cosa. Ci sono Gabriella, Danilo, Elena, arrivano altre persone che conoscono persone, il locale è pieno dopo una manciata di minuti lunga come un secolo.
Eccoli lì come punti di luce azzurro cupo sospesi nella mia percezione accelerata, e non so cos’è ma c’è qualcosa di struggente in queste canzoni, dev’essere questa lontananza che mi si è intrisa addosso e questa consapevolezza piatta, nella lucidità che mi viene. Resto incassata lì con la mia coca-cola, giurerei che mi si stanno cucendo addosso pezzi di passato, pezzi di giornate dei primi anni all’università quando mai avrei lasciato scappare un solo minuto passato con loro, pezzi di un anno fa quando sono scappata lontano perché avevo capito che si era perso qualcosa, pezzi di giornate di liceo quando era possibile vivere così ogni momento, con una percezione ampliata al di là del doloroso in ogni attimo della giornata e la volontà di nominare e dare un senso a tutto, eppure era facile dare un nome a quelle giornate e chissà perché Fata Morgana, Ho perso le parole, non mi sono mai sembrate allora patetiche e grottesche.
Ma forse tutta questa chiassosa isolachenoncè non ha tanti altri motivi che non una delusione sottile ma forte, una persona che è qui adesso e che avrei tagliato per lui qualunque pezzo del mio corpo se me lo avesse chiesto, probabilmente lo farei ancora ma non sarei più disposta a dirglielo, ed è un peccato se si pensa che ero convinta di aver stabilito uno di quei patti che sono di sangue, che sono per sempre, per la vita qualunque cosa tu decida di farne.
Gianni che ci siamo conosciuti nove anni fa sul campetto di pallavolo, un pomeriggio che le nostre classi erano lì a scuola per chissà quale conferenza e lui cantava Everybody hurts, era Aprile e io mi sentivo profondamente triste, ero una bambina comunque e pensai “se quel ragazzo biondo entra, io entro, sennò chissà”. Suppongo che possa essere per Gianni che si è dilatata la mia percezione stasera, incisivo come la consapevolezza triste che non ci parliamo quasi più, e comunque è sempre stato esibizionista e non è mai stato in grado di essere un buon amico per nessuno, non capisco perché ho pensato che saremmo stati uniti comunque, una specie di compagni di anime in vite future divise con altre persone.
Stasera c’è qualcuno di nuovo, che di solito non viene: c’è Dario che era il migliore amico di Gianni, quel giorno lontano, ed è sempre bello e alto come era quel mese di Aprile che aveva sempre una t-shirt bianca e assurdi jeans aderenti, strettissimi che un giorno stette male per questo e aveva un fratello sorprendentemente simile a lui che poi si è sposato, e stasera è al pub a sentire Gianni cantare senza un filo di barba, come pure anni fa. La mia percezione si dilata ancora quel tanto che basta per sentire che Gianni ha preso la chitarra acustica e ha mandato qualcuno fuori a cercare Dario: vuole suonare per lui quella certa canzone, quella che suonò anche per me quel mese di Aprile e che poi è rimasta nella mia mente, credo, come un’eco delle cose più belle e più dolci che sulla terra hanno il diritto di esistere. Non guarda mai nella mia direzione Gianni, quando la suona: lo trovo incredibilmente giusto perché comunque un ricordo perfetto come quello non va sfiorato, neanche con uno sguardo. Ma stasera c’è Dario che una notte di Aprile, di nove anni fa, cantava con Gianni quella stessa canzone seduti in due sotto il mio balcone, portando il tempo sul casco bianco del Pegaso 50 e aspettando che io li sentissi, e magari accendessi la luce. Ricordo che quando tornai dentro a prendere un buffo fiore di stoffa da lanciare in strada, loro se n’erano andati. Gianni sa che Dario ama questa canzone, ma tutti e due sanno che c’è molto di più che amano in questa canzone: ed è una storia lunga e forse infinita di ragazzini in motocicletta, di pomeriggi assolutamente sereni e di giornate in Costiera coi libri dei compiti portati per finta e scritte sui muri in una notte disperata e quella famosa serata in cui, in due, cantavano sotto il balcone della mia stanza quella famosa canzone. Solo un’altra persona in questo pub sa che cosa c’è da amare in questa canzone: e sono io che mi sono piazzata davanti, e guardo mentre Gianni chiama Dario su quell’assurda pedana e gli fa segno di cantare, e Dario si siede e canta con quella voce bellissima che è sempre stata più bella di quella di Gianni, che è un esibizionista e lo sa, e anche se è incredibile, non gli dispiace. Così mentre nessuno in tutto il resto del pub ha idea di cosa stia veramente succedendo, Dario e Gianni richiamano dal passato una scia che è di vento, di onde di mare, di nastro di seta finissima ed anche pentagramma di carta spessa, profumato di legno ed è Via Lattea, è una cosa che si srotola dalle note di quella canzone e soprattutto dalle loro voci, e dalla faccia che ha Dario mentre guarda Gianni senza smettere di sorridere, Gianni che non lo guarda ma io ci avrei giurato, perché so che non vuole fare davanti a noi, adesso, la faccia che farebbe se si girasse a guardare Dario, ma Dario invece lo guarda con la tenerezza con cui si guarda un fratello minore che sai già come si comporterà, prevede ogni invenzione di Gianni facendo la seconda voce, facendo la prima, fermandosi per lasciargli le parti più belle quando sa che Gianni non resisterà a salire in alto, là sopra dove quel giorno, per alcuni millenni, abbiamo vissuto noi insieme.
Quando finiscono di cantare, me ne vado.