A volte le acque del lago si agitano per...

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LEGGO...

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GUARDO...

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A Jane piace...

Il mare, le colline, soprattutto se può girarci in Vespa. Camilla, la sua cagnina appena deforme, i bambini e le cose da bambini, tutti i dolci con particolare predilezione per quelli molli e colorati, budini creme e gelatine. Le piace andare in vacanza in una enorme capitale europea e girarla in bicicletta o in metropolitana e accorgersi di capirla. Leggere e soprattutto scrivere. Capo Nord, e soprattutto arrivarci in macchina ascoltando Noi non ci saremo dei CSI. Gli scrittori sudamericani, Marquez, Allende, Serrano, Amado, ma anche Calvino, Baricco, Neruda e Ungaretti, Stephen King, Jonathan Coe, Neil Gaiman e le meravigliose graphic novel di Dave McKean. Il suo poeta preferito è Nazim Hikmet che però in questa fase si contende i primi posti con Pedro Salinas. Le piace il Corso e passeggiarci di pomeriggio, preferisce da sola, se deve scegliere. Le piace il caffè Roselli e la cioccolata calda al peperoncino, ma anche un tè alla vaniglia e, lì, parlare. Ama la complessità. Ama alla follia il cinema. Le piace da morire Buffy the Vampire Slayer, il telefilm più intelligente del mondo, e ha trovato ILLUMINANTE la visione di Evangelion. Le piace cantare. Le piace il rock ma anche la musica etnica, balcanica, sudamericana, il fado e il tango argentino, ama i Buena Vista Social Club e i cantautori italiani, De André, Rino Gaetano, De Gregori. Ama la musica indie che sta scoprendo poco a poco. Idolatra gli U2 e Tim Burton. Ama l'arte, i fumetti e il teatro. Le piacciono Monet, Rodin e i Peanuts (senza i quali non sarebbe mica stata la stessa persona). Le piace recitare. Le piace chiacchierare fino a tardi con le candele e la Nutella, come si faceva in quella casa piccola di Barcellona. Ama Barcellona, parlare spagnolo e viaggiare. Ama troppe altre cose e lo spazio qui è quello che è.

A Jane NON piace...

Sentirsi ansiosa, agitata (ma le succede spesso), litigare con qualcuno al telefono, essere costretta a vestirsi bene, fingere che le stia simpatico qualcuno che non le piace, dover dire di no alle persone. Andare ai matrimoni di chi non conosce, trovarsi in un ambiente dove tutti sono all'ultima moda e ballano i successi dell'estate, i caffè alla moda del Corso, l'aperitivo per farsi vedere. Non le piacciono l'estremismo e gli intellettuali che fanno gli intellettuali. A Jane non piace vedere allontanarsi le persone anche se spesso va così. Non le piacciono le verdure e nemmeno gli insaccati, fugge davanti al salame a fette. Non le piace rendersi conto di essere grande, crescere e via discorrendo. Non le piace sentirsi invisibile, anche se a volte sì. Non le piace rendersi conto che purtroppo, per l'ennesima volta, ha sopravvalutato. A Jane non piacciono le persone superficiali e poco sensibili, e i mediocri per scelta. Non le piacciono i silenzi pesanti, ma non le piace chi parla in continuazione. Non le piace dormire poco e sentirsi stordita. Non le piacciono le bevande alcooliche a parte la sangria e qualche vino rosso, fatta eccezione per certi goliardici rum e pera. Non le piacciono i ragni, i vestiti firmati e gli orecchini di oro giallo. Non le piace il gel nei capelli e chi fa il cinico per forza.

Che tempo fa oggi nella valle?

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Vi siete tuffati in: *loading*


 



"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.

Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."

(Pablo Neruda)


°Gein°
°BecckOnFlickr°


PERSONAGGI e INTERPRETI:

IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.

COLEI CHE E'
NEL MARE

Nel ruolo di quelbruco.

G.
Nel ruolo di SISTER

L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR

I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.

LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA

Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.

IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.

CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.

CONTINUA...

Nei dintorni del lago c'è questo di bello:































































































martedì, febbraio 28, 2006

Bravo, bravissimo Nico che ti sei laureato ieri mattina, vestito con il maglione bianco e la giacca e i capelli mossi e lunghetti in mezzo a tutti quanti neri e sottili, cravatta e vestito. Che non ti aspettavi per niente la lode e che fortuna che te l'hanno messa, perché nessuno di noi era arrivato in tempo per vedere la seduta e tu c'eri rimasto male. Che poi mi hai detto che durante la seduta la professoressa ti ha fatto cantare per qualche secondo una cosa di Verdi, e tutti ridevano. Che anche subito prima della proclamazione, in riga con tutti gli altri, ti sei girato e hai chiesto a qualcuno di far accendere la luce dicendo "lumiére, lumiére". Che poi hai telefonato a tua zia che è molto molto vecchia e che piangendo diceva "bravo, dieci e lode, dieci e lode". Che poi hai organizzato per la serata a casa tua ad Erchie, il posto più bello di tutta la Costiera, con la stufa accesa, le pizzette già fredde e la televisione sul festival di Sanremo per ridere. Che poi qualcuno ha portato una chitarra e abbiamo cantato le stesse canzoni che cantiamo sempre, che poi non so perché ma c'era una specie di senso di conclusione in quella stanza dove si cantava, e non c'è davvero un motivo per cui dovrebbe esserci un senso di conclusione ma il fatto che ci fosse era in fondo dolce, e rendeva più bella la sera in mezzo a quei rustici freddi. Che poi siamo scesi in spiaggia per cercarti perché eri a telefono e intanto pioveva, si sentiva il mare e le nostre voci che gridavano Nico! Nicooo! e ci veniva da ridere. Che abbiamo fatto gli spaghetti a mezzanotte e tre quarti, e io ho pensato (contenta) che è bello sapere ancora di avere quell'età che una casa vuota, una bottiglia di rum, spaghetti di notte per tutti con solo quattro forchette, ti fanno sentire un vago senso di anarchia che ti riempie e mette tutti di buon umore.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:52 | link | commenti (7)
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venerdì, febbraio 24, 2006

 Di quel giorno che a Parigi era estate nel parco e accostando l'orecchio all'albero sentivi la musica di una piccola casa di Parigi dove abita una ragazza da sola con un paio di gatti (uno si chiama Crema) e piante di fragole.

ELECTROLITE - R.E.M.

Your eyes are burning holes through me
I'm gasoline
I'm burnin' clean

Twentieth century go and sleep
You're Pleistocene
That is obscene
That is obscene

You are the star tonight
Your sun electric, outta sight
Your light eclipsed the moon tonight
Electrolite
You're outta sight

If I ever want to fly
Mulholland Drive
I am alive

Hollywood is under me
I'm Martin Sheen
I'm Steve McQueen
I'm Jimmy Dean

You are the star tonight
Your sun electric, outta sight
Your light eclipsed the moon tonight
Electrolite
You're outta sight

If you ever want to fly
Mulholland Drive
Up in the sky
Stand on a cliff and look down there
Don't be scared, you are alive
You are alive

You are the star tonight
Your sun electric, outta sight
Your light eclipsed the moon tonight
Electrolite
You're outta sight

Twentieth century go and sleep
Really deep
We won't blink

Your eyes are burning holes through me
I'm not scared
I'm outta here
I'm not scared
I'm outta here

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 15:06 | link | commenti (6)
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martedì, febbraio 21, 2006

I padri muoiono quando sono vecchi, e tu sei grande. Allora sì può succedere che i padri muoiano, e tu spieghi ai tuoi bambini che il nonno ha chiesto un posto a Gesù nel Paradiso.

Ma i padri, adesso, non muoiono, e se muoiono non è come dovrebbe essere la vita.

Come al solito, mi è salita l'ansia.

 

"I giovani non possono morire,

che la vita è più loro che dei vecchi

I giovani devono ancora ascoltare i racconti antichi

e amare"

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 20:41 | link | commenti (4)
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sabato, febbraio 18, 2006

A volte mi succede questo. Sono in una situazione qualunque e succede qualcosa, per cui le mie percezioni si affinano e improvvisamente mi sento molto più lucida, come se potessi pensare a una velocità superiore o meglio: come se la realtà intorno a me si mettesse a scorrere ad una velocità inferiore, la sensazione è propriamente quella. Così con il ritmo tranquillo dei miei pensieri soliti posso coprire un arco maggiore di tempo e posso andare molto più a fondo di quanto normalmente farei, mentre gli altri se ne stanno a fare le solite cose. Questo mi scompone le immagini, seziona i suoni intorno e divide le sensazioni in piccolissime parti che posso esaminare, una per una, e tutto diventa più chiaro e più incisivo che poi, ovvio, è un’arma a doppio taglio. Una cosa incisiva se ben fatta può fare molto, molto male, ma non riesci contemporaneamente a toglierti dalla testa la sensazione che in fondo ti faccia bene, che quella precisione e quella completezza della percezione siano proprio quello che ti ci vuole, non riesci proprio a non godertele fino in fondo.
Mi succede spesso con una musica. Questa sera sono in un pub che più che altro è un corridoio, incassato in un angolo su una pedana il gruppo dei miei amici che suonano, incassata dietro un bancone che è un tavolino rialzato io con una coca-cola light in mano, il locale è abbastanza scuro e io non riesco a non pensare che i capelli non mi stanno bene, stasera, ed è un peccato perché se fossero venuti come volevo io sarebbero stati davvero bene, con i miei orecchini. Ho infilato una cannuccia nella coca-cola light, che ho ordinato solo perché sentivo lo stomaco pesante ma non pensavo in realtà di bere qualcosa, non avevo soldi e poi non avevo voglia di stare lì a bere, non avevo voglia neanche di sentirmi una cliente del bar e avrei preferito restare in piedi da qualche parte, ma mi sono ritrovata seduta e non so precisamente come. Spesso mi succede con una musica, stasera deve essermi successo con quella canzone vecchia, credo che fosse il quarto anno del liceo quando è uscita e adesso non mi piace neanche più, ho trovato grottesco che la suonassero e forse pure un pochino patetico.
Questo locale è fatto male: troppo scuro, ha delle piccole luci vorticanti inutilmente frenetiche, i tavoli non sono dei veri e propri tavoli e la pedana per il gruppo è ridicola. Una cameriera carina continua ad andare avanti e indietro senza fare apparentemente niente, ha i capelli che speravo di avere io stasera, non eccessivamente ricci in modo che le cadano ai lati del viso, appena tirati da due mollette, le tempie scoperte e i capelli morbidi a cascata, vagamente da bambina. La canzone è lenta, molto più lenta di come ricordavo. In realtà sta succedendo questo: sta rallentando di nuovo come succede ogni tanto, lasciandomi il tempo di pensare con calma e sezionare le cose, comincio col mettere a fuoco i miei amici come punti di luce all’interno del locale, più che altro anzi li percepisco senza vederli e capisco che neanche loro, adesso, mi vedono. Loro in realtà non sanno che tra poco tornerò a casa, andrò a letto, e domani dimenticherò questa serata. 

             Incisivo come la sensazione che anni fa non avrei dimenticato di aver passato la serata con loro, e adesso parlo poco, il meno possibile, sfuggo abbastanza quando finiscono di suonare e passo per un rapido giro di saluti. C’è Alessandra, alla mia destra, è rimasta quasi tutto il tempo in silenzio perché non voleva venire qui, non sopporta Gianni in questo periodo e credo che non sopporti specialmente la sua ragazza. C’è Francesco lì sulla pedana alla chitarra che di sicuro non voleva suonare questa roba, c’è Davide che dopo tutto non fa molta attenzione a quello che gli fanno suonare e c’è Gianni che per puro esibizionismo canterebbe qualunque cosa. Ci sono Gabriella, Danilo, Elena, arrivano altre persone che conoscono persone, il locale è pieno dopo una manciata di minuti lunga come un secolo.


         Eccoli lì come punti di luce azzurro cupo sospesi nella mia percezione accelerata, e non so cos’è ma c’è qualcosa di struggente in queste canzoni, dev’essere questa lontananza che mi si è intrisa addosso e questa consapevolezza piatta, nella lucidità che mi viene. Resto incassata lì con la mia coca-cola, giurerei che mi si stanno cucendo addosso pezzi di passato, pezzi di giornate dei primi anni all’università quando mai avrei lasciato scappare un solo minuto passato con loro, pezzi di un anno fa quando sono scappata lontano perché avevo capito che si era perso qualcosa, pezzi di giornate di liceo quando era possibile vivere così ogni momento, con una percezione ampliata al di là del doloroso in ogni attimo della giornata e la volontà di nominare e dare un senso a tutto, eppure era facile dare un nome a quelle giornate e chissà perché Fata Morgana, Ho perso le parole, non mi sono mai sembrate allora patetiche e grottesche.
Ma forse tutta questa chiassosa isolachenoncè non ha tanti altri motivi che non una delusione sottile ma forte, una persona che è qui adesso e che avrei tagliato per lui qualunque pezzo del mio corpo se me lo avesse chiesto, probabilmente lo farei ancora ma non sarei più disposta a dirglielo, ed è un peccato se si pensa che ero convinta di aver stabilito uno di quei patti che sono di sangue, che sono per sempre, per la vita qualunque cosa tu decida di farne.
Gianni che ci siamo conosciuti nove anni fa sul campetto di pallavolo, un pomeriggio che le nostre classi erano lì a scuola per chissà quale conferenza e lui cantava Everybody hurts, era Aprile e io mi sentivo profondamente triste, ero una bambina comunque e pensai “se quel ragazzo biondo entra, io entro, sennò chissà”. Suppongo che possa essere per Gianni che si è dilatata la mia percezione stasera, incisivo come la consapevolezza triste che non ci parliamo quasi più, e comunque è sempre stato esibizionista e non è mai stato in grado di essere un buon amico per nessuno, non capisco perché ho pensato che saremmo stati uniti comunque, una specie di compagni di anime in vite future divise con altre persone.
Stasera c’è qualcuno di nuovo, che di solito non viene: c’è Dario che era il migliore amico di Gianni, quel giorno lontano, ed è sempre bello e alto come era quel mese di Aprile che aveva sempre una t-shirt bianca e assurdi jeans aderenti, strettissimi che un giorno stette male per questo e aveva un fratello sorprendentemente simile a lui che poi si è sposato, e stasera è al pub a sentire Gianni cantare senza un filo di barba, come pure anni fa. La mia percezione si dilata ancora quel tanto che basta per sentire che Gianni ha preso la chitarra acustica e ha mandato qualcuno fuori a cercare Dario: vuole suonare per lui quella certa canzone, quella che suonò anche per me quel mese di Aprile e che poi è rimasta nella mia mente, credo, come un’eco delle cose più belle e più dolci che sulla terra hanno il diritto di esistere. Non guarda mai nella mia direzione Gianni, quando la suona: lo trovo incredibilmente giusto perché comunque un ricordo perfetto come quello non va sfiorato, neanche con uno sguardo. Ma stasera c’è Dario che una notte di Aprile, di nove anni fa, cantava con Gianni quella stessa canzone seduti in due sotto il mio balcone, portando il tempo sul casco bianco del Pegaso 50 e aspettando che io li sentissi, e magari accendessi la luce. Ricordo che quando tornai dentro a prendere un buffo fiore di stoffa da lanciare in strada, loro se n’erano andati. Gianni sa che Dario ama questa canzone, ma tutti e due sanno che c’è molto di più che amano in questa canzone: ed è una storia lunga e forse infinita di ragazzini in motocicletta, di pomeriggi assolutamente sereni e di giornate in Costiera coi libri dei compiti portati per finta e scritte sui muri in una notte disperata e quella famosa serata in cui, in due, cantavano sotto il balcone della mia stanza quella famosa canzone. Solo un’altra persona in questo pub sa che cosa c’è da amare in questa canzone: e sono io che mi sono piazzata davanti, e guardo mentre Gianni chiama Dario su quell’assurda pedana e gli fa segno di cantare, e Dario si siede e canta con quella voce bellissima che è sempre stata più bella di quella di Gianni, che è un esibizionista e lo sa, e anche se è incredibile, non gli dispiace. Così mentre nessuno in tutto il resto del pub ha idea di cosa stia veramente succedendo, Dario e Gianni richiamano dal passato una scia che è di vento, di onde di mare, di nastro di seta finissima ed anche pentagramma di carta spessa, profumato di legno ed è Via Lattea, è una cosa che si srotola dalle note di quella canzone e soprattutto dalle loro voci, e dalla faccia che ha Dario mentre guarda Gianni senza smettere di sorridere, Gianni che non lo guarda ma io ci avrei giurato, perché so che non vuole fare davanti a noi, adesso, la faccia che farebbe se si girasse a guardare Dario, ma Dario invece lo guarda con la tenerezza con cui si guarda un fratello minore che sai già come si comporterà, prevede ogni invenzione di Gianni facendo la seconda voce, facendo la prima, fermandosi per lasciargli le parti più belle quando sa che Gianni non resisterà a salire in alto, là sopra dove quel giorno, per alcuni millenni, abbiamo vissuto noi insieme.

Quando finiscono di cantare, me ne vado.

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 16:10 | link | commenti (7)
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mercoledì, febbraio 15, 2006

La Direzione si scusa per la lunghezza del seguente post. Vi invita solo a pensare che se questo è il resoconto di mezza giornata a Milano, figuratevi quelli delle vacanze. Per il futuro ci impegniamo a restare nei ranghi. Per stavolta fate così: non leggete, oppure fatevi un grosso caffè.
 
 
Così, sì: io e mio fratello siamo andati a Milano e ci siamo andati in modo veramente folle: treno alle sei e quindici di mattina, treno per tornare alle sette e quarantacinque di sera, ventiquattro ore andata e ritorno e parecchi, parecchissimi chilometri.
Insomma ci sono andata perché dovevo fare un colloquio per un Master che mi interessa, una cosa chiamata Creative and Professional Writing, una cosa dello Ied. Dovete sapere che se tutto va bene io mi laureo a fine Marzo e poi boh, poi vorrei fare tutto e niente, perciò ho detto “andiamo”. E mio fratello è venuto, per non farmi andare da sola.
Così abbiamo fatto questo viaggio folle di cui adesso vi racconto qualcosa.
Per prima cosa, l’Eurostar è un treno bellissimo e anche quando sei stanco morto di prima mattina e non hai potuto nemmeno mettere le lenti a contatto perché hai gli occhi troppo rossi, l’Eurostar ti sembra bello e comodo e non ti fa rimpiangere di esserti messo in viaggio. Così mio fratello ripassava gli appunti di microbiologia, io dormivo un po’, e quando mi sono sentita del tutto fuori dal dormiveglia gli ho detto adesso è il momento di andarci a prendere un caffè.
La carrozza ristorante era lontana, lontana, e passavamo vicino ad ogni genere di persone, bambine distese su due sedili, chi guardava un film al portatile, giapponesi con una mascherina bianca, ragazze con gli zaini da montagna che chiacchieravano in inglese. E la carrozza ristorante era vuota perché non era ancora ora di colazione, così abbiamo avuto tutto il tempo di stare lì seduti comodi e di scherzare sulle solite mille cose, il rumore della porta quando si apriva che era tale e quale a Darth Vader, la colazione viene servita solo dopo Roma perché tanto i napoletani non hanno bisogno di mangiare, il mio succo di frutta all’arancia è giallo e di certo non viene da un’arancia, la signora al tavolo a fianco ha chiesto lo stesso e il suo è ARANCIONE, ma ti rendi conto?
Il fatto è che quando facciamo qualcosa insieme io e mio fratello diventiamo tipo due bambini che si mettono a fare dispetti, e il viaggio così passa veloce e in due-tre attimi siamo a Firenze, Santa Maria Novella. Il treno si ferma e io mi ricordo di quando ci venivo, da bambina, perché avevo una scoliosi terribile e venivamo da un professore, uno importante che lavorava qui. Così siccome avevo nove anni e dovevo fare esami e radiografie, mio padre mi faceva dormire in una bellissima cascina nella campagna e poi mi portava a passeggio a Firenze, così pensavo di essere andata lì in vacanza e sono andata talmente tante volte, a Firenze, che me ne sono innamorata a nove anni. Pensavo a questo sul treno e a quando papà ci comprò degli uccelli di plastica che si caricavano a molla e poi volavano, e noi li facemmo volare in alto in Piazza della Signoria insieme agli uccelli veri, che poi quello che io davvero adoravo era comprare i semini e aspettare che gli uccelli salissero sulla mia mano a mangiare, e a volte anche sulla testa. Comunque pensavo a questo e a un po’ di altre cose e il treno è ripartito, verso Nord, Nord che ci sono stata così poche volte.
Dopo un po’ iniziava la pianura padana, e come in quel sogno che poi non fu un sogno ma fu una cosa vera che mi successe sull’aereo, la pianura padana era di nuovo bianca. Comincia con qualche chiazza ai lati dei binari, ma nel tempo che vado in bagno e torno la pianura padana è diventata una distesa bianca, le neve ai lati dei binari è alta come giù da me non l’ho mai vista. Strane scene, sulla neve, ai lati del treno. Uno stormo di uccelli che si alza in volo, lentissimo, in mezzo ad alberi bianchi. Intorno alla stazione di Piacenza, ruscelli ghiacciati e tutto fermo, immobile. Le radure di Narnia, certi strani manieri innevati, casa Usher. Ad un certo punto un gabbiano, riconoscerei quegli uccelli tra mille, per cui che cavolo ci fai gabbiano, a volare bassissimo sulla neve, nel cuore della pianura padana?
Insomma il giorno sfuma nel pomeriggio e in mezzo a tutta questa neve arriviamo a Milano.
Ora dovete sapere che c’è un film, e io spero che l’abbiate visto, Totò, Peppino e la Malafemmena, insomma Totò e Peppino sono due fratelli che per certi loro motivi vanno a Milano, scendono dal treno, proprio come noi, alla Stazione Centrale, e a questo punto cominciano ad infilarne una dopo l’altra perché sono due fratelli napoletani convinti che Milano sia un altro Paese, una specie di altro mondo, che si parli un'altra lingua, cose così. A noi veniva da ridere perché sembravamo uguali uguali i fratelli Caponi per la prima volta a Milano, e dicevamo tutte le battute del film “senti ma perché ci siamo messi ‘sta pelliccia? Io sento caldo!” “non può essere, a Milano fa freddo, a Milano FA FREDDO!” “eh ma io sento caldo” “e sarà…un freddo caldo, che ti devo dire”.
Insomma proprio non riuscivamo a stare seri anche se era tardi e non avevamo la più pallida idea di come arrivare allo Ied, poi abbiamo fatto un po’ di mente locale e con un po’ di intuito della metropolitana ci siamo arrivati, mezz’ora più tardi del necessario.
Così entro, faccio il colloquio e in venti minuti sono fuori, ed è strano pensare che dovevo fare solo quello e che non c’era nessun altro motivo per cui siamo andati a Milano. Però adesso ci siamo e abbiamo un po’ di tempo per passeggiare, io decido di andare al Duomo e nel frattempo che andiamo mi guardo intorno.
E quando mi guardo intorno resto tanto, ma tanto sorpresa. Mi sono sempre immaginata Milano in tutt’altro modo, enorme, caotica, ostile. La nebbia la pioggia tutta queste serie di stereotipi qui, invece poi vado a Milano per la prima volta ed è una giornata mite, un sole meraviglioso, ce ne stiamo per strada con il cappotto aperto e il centro storico è quello delle grandi città, con le persone che passeggiano, i turisti che fotografano, i tavolini all’aperto, i negozi che ci sono in tutto il resto delle strade di tutto il mondo: Zara, The Body Shop, la Fnac. Certo c’è questo Duomo bellissimo (costringo mio fratello ad entrare, dentro è una meraviglia, fuori mentre passano i minuti e il sole gira si creano giochi di luce diversi ogni quarto d’ora sulle guglie, faccio molte foto ed è strano pensare che ho già finito quello che dovevo fare – ed ero così in tensione fino a un’ora prima – e me ne sto lì a fare la turista e mi sento mooolto distesa, ho solo una gran fame), fuori c’è la galleria come quella che sta a Napoli e c’è la piazza, grandissima, bambini che fanno scappare i colombi come in ogni altra grande città (questa dovete conoscerla per forza: nojo vulevam savuar l’indiris…eccoci di nuovo, i fratelli Caponi, la tentazione di chiedere informazioni per ripetere la scenetta è fortissima!), e gente che passeggia, dappertutto. Ma ecco una cosa che noto. La gente che passeggia è gente di mille, duemila tipi. Sudamericani, moltissimi. Persone di colore. Arabi, indiani, moltissimi orientali. Andiamo a mangiare e dentro Mac Donald’s sento parlare, giuro, soltanto spagnolo. Non ci faccio caso subito, ma ho una famiglia sudamericana seduta alla mia destra, due ragazze parlano spagnolo alla mia sinistra, spagnolo anche alle mie spalle e molte persone di colore, e quando sento parlare italiano non è mai con un accento del Nord: siciliani, calabresi, napoletano il controllore del tram da cui speriamo di non essere pescati, i nostri biglietti sono scaduti da cinque minuti.
Così rifletto e metabolizzo la cosa mentre siamo alla Fnac. Tra parentesi, la Fnac sta in una strada che parte dal Duomo ed è una strada piccola, carina, con le biciclette parcheggiate, gli scorci belli nei vicoli, le librerie e i videonoleggi incassati negli angoli e piazzette interne, caffè e pavimentazione da centro storico. Certo, manifesti elettorali di Silvio ovunque. Ma è una bella strada, ed è tutto così quello che ho visto in questa mezza giornata a Milano, adesso mi sbaglierò e certamente la prossima volta che ci vado ci dovrò ripensare, ma per ora ho visto una città a misura d’uomo, strade accoglienti, fiorai, tram, ragazzini appena usciti da scuola, persone in bicicletta e la stessa fretta a cui sono abituata, qui al Sud, non di più.
Però ho visto anche qualche altra cosa ed è a questo che penso, nella Fnac, che è un posto dove sono andata tante volte quando ero a Barcellona. Penso a Barcellona. Penso che ecco cosa mi ricorda Milano, tanto, ma proprio tanto. Barcellona dove quando ti guardi intorno per strada vengono tutti da tutte le parti del mondo, che ci sono africani e argentini e indiani ed è una città che si muove veloce, ma pure ordinata e che non ti schiaccia. Che c’è questo motore sotterraneo della metropolitana sotto e tu vai veloce da una parte all’altra con questa folla di gente intorno, e ti dà l’impressione che la città non si ferma mai, però c’è sempre qualcosa da fare e un posto dove andare e tu ti vesti come ti pare e ti siedi ad aspettare la tua fermata con l’Ipod nelle orecchie, e poi anche se sotto è tutto così frenetico sopra puoi passeggiare, stare un’ora in una libreria e sentirai sempre parlare mille lingue e accenti diversi, intorno a te. Che come Barcellona mi sembrava un pezzo di mondo in Spagna, Milano mi è sembrata un pezzo di mondo in Italia. Sembra poco, ma è tanto se sei cresciuto in una valle pittoresca di poche migliaia di persone, con un Borgo Medievale e tanti, ma tanti piccioni.
Prima o poi siamo troppo stanchi e finisce la giornata, con noi che torniamo alla Stazione Centrale e risaliamo sul treno, ma stavolta ci aspetta il vagone letto a due posti, letti a castello e un posto chiuso dove togliersi le scarpe e mettere il pantalone del pigiama, che meraviglia. Poi la cosa più meravigliosa è che abbiamo portato il lettore Dvd portatile, quello con lo schermino piccolo, così guardiamo Spiderman2 e poi ci mettiamo a dormire, prestissimo, mentre il treno torna giù. Alle cinque del mattino siamo a Salerno, il tizio del corridoio ci porta il caffè, in realtà chiede solo a mio fratello se lo vuole, chiede solo a mio fratello se vuole il piattino e se ha ricordato di prendere lo zucchero e se vuole un giornale. Ancora una volta risate.

Devo andare a Bologna, assolutamente: quando, salendo, ci siamo fermati alla stazione di Bologna, si intravedevano palazzi color terracotta dietro, migliaia di biciclette legate ai cancelli, pietra e rampicanti al posto di cemento polveroso, e tutto sospeso in una luce tranquilla e una specie di pulviscolo bianco. Perciò ci vado, appena mi laureo. E poi devo ritornare a Firenze, ma quella è un’altra storia.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 14:54 | link | commenti (14)
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martedì, febbraio 07, 2006

Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 13:16 | link | commenti (12)
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mercoledì, febbraio 01, 2006

 LA BANDA DEI BROCCHI  -  UNA TEORIA
 
Quando mi trovo in queste situazioni, con una persona che parla, parla, parla e non ti lascia dire una parola, mi viene da stare zitta. Non mi piace prevaricare, forse non è proprio nel mio codice genetico, così dopo un poco ho rinunciato a parlare e mi sono messa a pensare. E allora ho elaborato la teoria dei fessi.
Noi siamo dei fessi.
L’assioma di base della teoria dei fessi non è male, è immediato, di facile comprensione per tutti, e io ho con lui un rapporto di accettazione e di sincera ammissione, e anche di forte benevolenza. Noi siamo dei fessi e la prima sono io.
Ma chi sono questi altri fessi?
Adesso vi spiego chi sono i fessi. Io sono circondata di fessi. Credo di averli scelti, sempre, inconsapevolmente, ogni volta che si trattava di scegliere amici o ragazzi o punti di riferimento in generale. Così, proseguendo nella teoria: io adoro i fessi. Forse alla fine del post avrete capito perché.
Ma è anche vero che alcuni dei fessi non li ho scelti, ed era a loro che pensavo mentre quella lì parlava, parlava e io avrei voluto essere su Marte. I miei cugini. Su cinque cugini miei, quattro sono dei fessi. I miei quattro cugini, due maschi e due femmine, tutti più piccoli di me ma non di tanto, tutti sempre sorridenti e incredibilmente dolci e tremendamente ingenui. I miei cugini sono dei fessi perché si entusiasmano per un racconto di quando i nostri genitori erano piccoli e giocavano insieme in terrazza e facevano cadere le bombole del gas facendoci gli equilibristi sopra. Perché sono sempre gentili e non parlano molto, ma sono pieni di cortesia ed educazione. I miei quattro cugini Carmine, Francesco, Lucia e MariaCristina sono dei fessi anche perché tutti e quattro mi adorano, capisco a volte che si rivolgono verso di me più gentili che con gli altri, forse perché Jane è la più grande, è quella che scrive bene, va bene a scuola e rispondeva a tono alla nonna. I miei quattro cugini sono buoni, e sono dei fessi perché farebbero qualsiasi cosa se gliela chiedessi, perché se ti devono aiutare non si chiedono nemmeno per un secondo perché dovrebbero farlo. Sono dei fessi anche perché sono uguali uguali a quando eravamo piccoli, e decidono di giocare a nomicosecittànazioni mentre facciamo colazione la mattina della Befana tutti insieme, e mettono categorie come Giocattoli, Cartoni animati, e quando siamo a Napoli a fare shopping e chiedo chi vuole andare al Disney Store? loro mi rispondono tutti Io!
Però i miei cugini non sono gli unici fessi. Miss F. fa parte di noi fessi perché non si arrabbia mai e se si arrabbia si sente in colpa. E’ anche lei tra i fessi perché pensa sempre che tutti siano speciali e degni di attenzione, e quando non riesce a trovare il tempo per tutti quelli che lei crede che siano speciali si sente di nuovo in colpa. Ma sta tra i fessi anche perché potrebbe succedere che ti regali un lecca-lecca, così per strada, che ha comprato perché sa che ti piaceva al melone, oppure che ti porti un uovo di cioccolato alla prima del tuo spettacolo. E che non abbia nessuna intenzione di uscire, però ci viene se le dici andiamo a pattinare. Che decida che non importa se qualcuno la prenderà in giro perché ha messo un cappello arancione. E che ti aiuti a scegliere gli stivali per la laurea perché magari sono proprio strani strani, però sono “da te”.
Il signor D. detto N., mio fratello acquisito, è un fesso. Il signor D. è un fesso perché studia recitazione da tanti anni e siccome gli hanno detto che si fa così e siccome lui ama tanto il teatro, parla in dizione, e tutti lo prendono in giro. Il signor D. è un fesso perché quando è stato per sei mesi a Parigi si è sentito un parigino e ha comprato magliette a righe e giacche di velluto per cui tutti lo hanno preso in giro. Il signor D. detto N. è un fesso, altrimenti non si spiega perché ricorda a memoria le battute di Mary Poppins e canta le canzoni dei musical per la strada, e parte tra la gente con la seconda voce di qualche pezzo di Alanis Morissette, perché sa che lo seguirò e farò la prima.
Ma ovviamente anche il bruco è tra i fessi. Il bruco sta tra i fessi perché se qualcuno parla tanto, ma proprio tanto, lei zittisce, perché non sa prevaricare. E’una di noi fessi, perché arrossisce tanto che sembra viola ed è pessimista che crede che sia impossibile che le vada bene e a volte, invece di pranzare, divora merendine con gocce di cioccolato. Il bruco sta nei fessi perché non si mette le scarpe col tacco e se una serata le sembra davvero tanto ma tanto importante, si mette la gonna anni ’50 e le Converse All Star e si fa le trecce. Il bruco è uno dei fessi perché quando c’è bisogno ride, ma ride che proprio non ne puoi fare a meno. Però è pure pratica, veloce, e quando deve fare le cose sul serio le fa veramente sul serio, bene, perché ci crede a quello che fa. Perché ci tiene talmente tanto che quando parla con un professore la prende il panico. Perché non riuscirebbe mai a tenere banco in un gruppo di gente estranea. Perché è una di quelle che la sera, quando sei a Barcellona nel cuore della movida, decidi di startene a casa, preparare trecento grammi di popcorn e le frittelle con la Nutella, guardare un film sul divano giocare col coniglio, le pantofole di Shrek, la coperta coi fiori gialli, i massimi sistemi.
 
 
E poi ci sono blog di fessi e blog di non-fessi. I primi li ammiri, sono belli, sono creativi e poi sono sempre pieni di commenti. Ma in realtà, quelli che veramente ti piacciono sono i secondi. Dove leggi di piazze della città, cioccolate calde, o magari leggi che qualsiasi cosa mi dicono io, giuro, ci casco. Di biciclette e discussioni con mio fratello, fatte tanto per fare, perché in fondo mi piace.
 
 
Ci prenderanno in giro fino alla morte, noi fessi.
Una goccia nel lago di JaneGallagher alle ore 15:50 | link | commenti (29)
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