"Continuavo a pensarci. Dove diavolo vanno le anatre di Central Park in inverno, quando il lago è ghiacciato?" (Holden Caufield)
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"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.
Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."
(Pablo Neruda)
PERSONAGGI e INTERPRETI:
IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.
COLEI CHE E'
NEL MARE
Nel ruolo di quelbruco.
G.
Nel ruolo di SISTER
L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR
I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.
LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA
Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.
IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.
CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.
CONTINUA...

Come scrivere bene / Umberto Eco
Ho trovato in Internet una serie di istruzioni su come scrivere bene.
Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10.Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11.Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12.I paragoni sono come le frasi fatte.
13.Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14.Solo gli stronzi usano parole volgari.
15.Sii sempre più o meno specifico.
16.La litote è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17.Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18.Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19.Metti, le virgole, al posto giusto.
20.Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21.Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso e! tacòn del buso.
22.Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23.C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24.Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25.Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26.Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27.Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28.Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29.Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30.Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del 5 maggio.
31.All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32.Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33.Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34.Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35.Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36.Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37.Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38.Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
39.Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.
(tratto da: Umberto Eco, La Bustina di Minerva)
...non è deliziosamente adolescenziale questa?
The Cure - Boys don't cry
I would say I'm sorry
If I thought that it would change your mind
But I know that this time
I've said too much
Been too unkind
I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try and
Laugh about it
Hiding the tears in my eyes
'cause boys don't cry
Boys don't cry
I would break down at your feet
And beg forgiveness
Plead with you
But I know that
It's too late
And now there's nothing I can do
So I try to laugh about it
Cover it all up with lies
I try to
laugh about it
Hiding the tears in my eyes
'cause boys don't cry
I would tell you
That I loved you
If I thought that you would stay
But I know that it's no use
That you've already
Gone away
Misjudged your limits
Pushed you too far
Took you for granted
I thought that you needed me more
Now I would do most anything
To get you back by my side
But I just
Keep on laughing
Hiding the tears in my eyes
'cause boys don't cry
Boys don't cry
Boys don't cry
non so a voi cosa ricordi...ma a me ricorda certe mattine, col freddo, mio padre che si incazzava ma io salivo a scuola in Vespa lo stesso. E per strada stava allora allora salendo il sole, io mi alzavo la sciarpa sugli occhi e speravo che il vento mi svegliasse, canticchiavo Mis-shapes dei Pulp e c'era una giornata splendida, davanti a me.
( nella pagina dove ho preso il testo ho trovato, vicino, la scritta: "because it reminds me of being very young." )
Dellavitaquotidiana
Ho mandato il portatile a quel paese e sono scesa a Salerno, anche se non avrei dovuto perdere la mattinata. Comunque ci sono andata perché dovevo passare al teatro Verdi, per vedere se erano rimasti biglietti per "Vacanze romane", un musical che danno in questi giorni, dove io e due amiche vogliamo andare a fare le gran signore. Gran signore nei nostri sogni, comunque, perché di tutte le tipolgie di biglietti esistenti, io ho chiesto all'annoiatissima e piuttosto scorbutica signorina del botteghino proprio quelli da QUINDICI EURO, posti incastrati in un angolo remoto del teatro, talmente indesiderabili che non me li aveva neanche nominati tra le scelte possibili, all'inizio. Suscitata l'ilarità dell'irritante signora, me ne sono andata a riprendere la macchina con i biglietti stretti in mano, perché coi guanti non mi riusciva di aprire la cerniera della borsa, e togliere i guanti con il clima che c'è oggi avrebbe significato perdita certa delle mani.
Il parcheggio è curiosamente vicino alla spiaggia, comunque, per cui in questa mattinata freddissima e pulita si vedeva Salerno, tutta, i palazzi belli e un po' dimenticati del lungomare e un gran pezzo di spiaggia davanti. Un piccolo molo isolato, giusto di fronte a me, e un mare azzurrissimo e, dalla faccia, estremamente freddo. Sopra tutto, vento a raffiche, e onde appena increspate.
Sono tornata a casa contenta di quei biglietti quasi ridicoli e bendisposta verso il portatile. Ma non immaginavo che, mentre parcheggiavo, si sarebbe scatenata la più grande nevicata di quest'inverno salernitano, che poi significa una neve sottile, fitta e leggera, che non ti lascia sperare neanche per un secondo che si poserà per terra. Ma era talmente bella che ho passeggiato verso la villa comunale, con le mani in tasca e la sciarpa quasi sugli occhi, sentendomi in una scena di un film. La neve se ne stava testarda per aria, inconsapevole di non essere una vera neve da paese freddo, e testardamente volteggiava senza direzione sulle teste della gente del sud, che non conosce la neve. Passeggiando, ho scoperto improvvisamente cosa mi piace tanto della neve: quando nevica, mi sembra sempre di sentire una musichetta nell'aria.
Così sono entrata nella villa e ho passeggiato fino al centro, dove gli alberi si aprono e c'è una piazzetta tonda, delle pietre, e una fontana. La neve era quasi immobile, nell'aria, e sembrava una radura del bosco di Narnia.
La neve dà un altro senso, ai posti.

L'audio e' stato cancellato dallo spazio su Splinder
Mi sono messa fuori al balcone, perché avevo finito di leggere l'ultimo libro, l'ultimo, e poi comincerò a scrivere (se mai ne avrò il coraggio). C'era un sole meraviglioso, un sole da gridare ringraziamenti a casaccio, così ho preso gli occhiali da sole e mi sono messa lì, senza nient'altro da fare, volevo prendere un po' di colore perché sono bianca da far ridere, Camino sonnecchiava e io col lettore mp3 e il sole. E insomma il mio balcone si affaccia su questa montagna bellissima, che poi non è veramente una montagna ma visto che qui ci sono solo solo collinette basse per me sì: è una montagna. E poi a volte si riempie di neve, uno spettacolo. Oggi non c'era la neve ma solo questo sole stupendo e un cielo come non lo ricordavo da settimane. Forse è che avevo finito di leggere, forse è che avevo appena avuto un mezzo colpo di genio, forse è quello che stavo ascoltando, insomma mi sono messa a fare pensieri sconnessi come sempre e ho avuto come una folgorazione: va tutto bene. Questo non vuol dire che mi stiano succedendo cose chissà quanto esaltanti, forse non mi sta succedendo proprio niente, e domani potrebbe succedermi qualcosa di estremamente fastidioso, ma il fatto è che va tutto bene dentro di me, ed è stato così folgorante scoprirlo perché mi sono sempre sentita come piena di rovi spinosi, da che mi ricordo. Ma adesso va tutto bene. Non dipende da quello che mi succede, è una cosa più profonda e forse anche molto più semplice di quanto io avessi mai capito durante la mia adolescenza. Va tutto bene, e stancarsi e impazzire sui libri per mettere in piedi un discorso dignitoso su una cosa che mi piace, forse, è il coronamento migliore.
Così non posso far altro che dedicarvi questa bellissima canzone che stavo ascoltando stamattina.


Incantevole - Subsonica
Se leggera ti farai
io sarò vento
per darti il mio sostegno
senza fingere
se distanza ti farai
io sarò asfalto
impronta sui tuoi passi
senza stringere mai.
Se battaglia ti farai
io starò al fianco
per darti il mio sorriso
senza fingere
se dolore ti farai
io starò attento
a ricucire i tagli
senza stringere mai.
Se innocenza ti farai
io sarò fango
che tenta la tua pelle
senza bruciare.
Se destino ti farai
io sarò pronto
per tutto ciò che è stato
a non rimpiangere mai.
Fuori è un giorno fragile
fuori è un giorno fragile.
"Incantevole" è una parola che mi è sempre piaciuta. Perché è una parola semplice, e scivola su vocali e soprattutto su consonanti senza stridere, rotolando. Perché sa anche un po' di vecchie fiabe, e castelli. Incantevole è una cosa quando racconta di cose semplici, di strade della città, racconti di racconti, briciole di ricordi e passeggiate. Aria fresca, panorami.
Ops, dovrei proprio scrivere di cinque mie strane abitudini.
GeinEpifanie
La Befana discute con Jane di letteratura...

Poi passa da casa e lascia, come promesso, un regalo per Camino...

...e cioccolata allucinogena per il Janefratello, e Jane.
Anche se durante l'anno non farei altro che viaggiare, qualche giorno fa passeggiando per il Corso ho pensato che non potrei mai passare le vacanze di Natale lontano dall'Italia. Anzi, lontano dal Sud Italia. Anzi, lontano dalla provincia di Salerno, dalle due, tre cittadine tra cui mi aggiro durante le feste, girandolando tra casa mia, case di zii e nonna, e Corsi varii da spulciare per l'acquisto regali. C'è dove abito io, Cava de'Tirreni (cittadina dal nome alquanto solenne), racchiusa dentro una valle verdina e piena di pioggia, con un delizioso borgo medievale e piccola che si gira in mezzoretta. C'è dove stanno i miei zii, San Cipriano Picentino, paesello disperso tra le colline dove tutti si conoscono e dove mia zia coltiva l'orto e mette le ghirlande sulle scale di legno. E poi c'è Salerno, Salerno con il mare d'inverno, Salerno con la libreria Feltrinelli e la via antica dei Mercanti e i vicoli del centro e il gelato sul lungomare e il quartiere del Carmine dove abitano gli studenti e dove abiterei volentieri pure io e i quartieri in periferia, Torrione Pastena Mercatello. Torrione dove abitava la nonna e si stava tutti insieme, a Natale. Si stava lì tutto il tempo, finché c'era lei. Vicino, c'era il mare e c'erano le giostre. Mia zia ci portava e prendevamo il gelato, fragola e limone io, cioccolato e nocciola mio cugino Francesco.
Ecco, quando ci sono le feste di Natale non potrei mai stare lontana da qui, anche se poi sogno davanti alla tv i grandi centri commerciali dove i bambini si siedono sulle ginocchia di Santa Claus e le ragazze sono vestite da elfi, le case a due piani con le lucette appese, la neve (la neve!), e soprattutto quel lago ghiacciato al Central Park, e la pista di pattinaggio davanti al Rockfeller center, e quell'albero enorme, e lucette dappertutto. Sogno, ma poi in realtà non potrei stare che qui. Perché al di là di tutto mi sembra che la verità delle feste di Natale sta in cose insospettabili. Sta nelle borse delle signore che i giorni di vigilia passano dal fruttivendolo, e comprano broccoli, cicorie, comprano ananas e mele annurche e comprano olive e peperoni sottolio, perché si mangia questo da noi. Il fruttivendolo, il più delle volte, tiene grossi barattoli di olive e grandi casse di baccalà sotto sale, che non è frutta e non è nemmeno vegetale ma qui, il fruttivendolo lo vende. Le signore (che poi sono mia nonna, ognuna di quelle signore è mia nonna che fa la spesa a Torrione, attenta e ostinata, per noi tutti ancora bambini e io la più grande, la nipote grande), loro comprano baccalà e olive e i broccoli di Natale, di solito sono vestite con scialli e cappelli e chiacchierano con il fruttivendolo e fanno qualche commento spiccio, in dialetto. Comprano mele annurche che piacciono ai bambini. Io, a Natale, non potrei mai stare lontana dalle chiacchiere spiccie in dialetto degli anziani per strada, dalle mele annurche piccolissime e fredde, dal suono lontano degli zampognari che senti ogni tanto mentre cammini per i fatti tuoi e allora sai che stanno suonando nel palazzo sopra di te, nel bar all'angolo, davanti a una chiesa. Non potrei stare da nessun'altra parte se non dove mia madre prepara i dolci: e sono gli struffoli e le zeppole con zucchero e cannella e i rococò e i mostacciuoli che non riescono quasi mai bene, e calzoncini ripieni di crema a castagna e fichi secchi e noci: perché qui il pandoro e il panettone si aprono per lo più per fare scena e si regalano ai conoscenti così "accumparisci", ma non sono i dolci veri. E anche se mi lamento, in realtà è Natale solo se pioviggina, se il cielo non è mai perfettamente limpido, e c'è una specie di nebbiolina sottile, una roba umida che si appoggia sulle cose e attenua i colori, e fa venire voglia di cappelli di lana, di caffè e schiaccianoci.
Intanto è quasi la Befana, ed è la prima giornata di sole del 2006 al Sud. Io da piccola avevo una gran paura della Befana, ed era per questo che mi piaceva un sacco. La Befana, lei, è una di quelle che chiacchierano dal fruttivendolo. Modi spicci, dialetto stretto. Potete scommetterci.