"Continuavo a pensarci. Dove diavolo vanno le anatre di Central Park in inverno, quando il lago è ghiacciato?" (Holden Caufield)
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"Modesto è l'autunno
come i taglialegna.
Costa molto
togliere tutte le foglie
da tutti gli alberi
di tutti i paesi.
La primavera
le cucì in volo
e ora
bisogna lasciarle
cadere come se fossero
uccelli gialli:
Non è facile.
Serve tempo.
Bisogna correre per
le strade,
parlare lingue,
svedese,
portoghese,
parlare la lingua rossa,
quella verde.
Bisogna sapere
tacere in tutte
le lingue
e dappertutto,
sempre,
lasciare cadere,
cadere,
lasciare cadere,
cadere
le foglie.
Difficile
è
essere autunno,
facile essere primavera."
(Pablo Neruda)
PERSONAGGI e INTERPRETI:
IL JANEFRATELLO
Nel ruolo del fratello minore biotecnologo, ex nano parlante dalla comicità surreale, ammirato e adorato.
COLEI CHE E'
NEL MARE
Nel ruolo di quelbruco.
G.
Nel ruolo di SISTER
L'AMICO A.
Nel ruolo del TUTOR
I FRATELLI MAGGIORI
Nel ruolo di Mucio,
Bab e Johnz.
LA CITTA' TOSSICA
LA CITTA' OBLIQUA
Nel ruolo dei luoghi dove la vicenda si svolge.
IL GURU
Nel ruolo di quello che pare lo sappia sempre.
CAMILLA
Nel ruolo di se stessa.
CONTINUA...
Ma grazie, grazie, grazie. Apro il blog e trovo otto commenti, e tutti pieni di auguri, di complimenti. Apro la posta e trovo quattro, cinque e-mail, da quattro cinque angoli d'Europa, e tutte piene di auguri, di complimenti. Questo perchè ieri in un raptus di gioia e di condivisione ho mandato la stessa e-mail ovunque, ad amici in Portogallo, in Grecia, a Londra, in Slovenia, a Barcellona. E così quasi quasi mi viene da pensare di aver condiviso il tutto con le persone giuste.
Ecco, io non ho mai amato fare casino, non sono mai stata una party-victim. E così ieri pomeriggio quando ho deciso di premiarmi un po' mi sono fatta un caffè lungo, nella tazza di Winnie The Pooh, e cinque sei biscotti al burro. E poi c'era mia mamma, che mi aveva lasciato la macedonia di frutta. E poi dormire un'ora e mezza, nel tardo pomeriggio, e svegliarsi giusto prima dell'inizio di Everwood. E poi alla fine, siccome era lunedì e faceva un po' freddo e molti erano stanchi e insomma e poi alla fine quando ci siamo ritrovati solo in quattro, a un tavolo all'aperto della pizzeria più bella, sono stata molto, molto contenta così. Che poi si finisce sempre per parlare di Harry Potter.


Visto?
Viva Tim Burton. Viva Johnny Depp. Viva Roald Dahl. Viva gli Smarties del Medusa Multicinema.
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( Mi ricordo di quel negozio: stava in fondo al Borgo, e aveva nel retro un piccolissimo cortile, dove si poteva prendere il tè, seduti ad un solo tavolino e all'ombra di un unico ombrellone. A me piaceva quel cortiletto incastrato tra quattro palazzine bianchissime, perché a tutte le ore, ed è un mistero che non ho mai risolto, da una delle finestre arrivava la musica di un pianoforte, e suonava sempre Per Elisa. Potevi bere tè profumato in vecchie tazze di terracotta, ed immergerci dentro dei grossi cristalli di zucchero, piccole rocce preziose, dorate. E il sole sembrava tiepido. Sugli scaffali c'erano barattoli pieni di foglie di tè dai nomi misteriosi, e dentro profumava di lontano. C'era un piano superiore, e lì trovavi i vestiti. Ci siamo andati spesso insieme. A me piaceva guardare i vestiti, erano bellissimi, molto costosi. Ma li guardavo come avrei guardato i vestiti delle Barbie, non ho mai pensato che avrei potuto effettivamente comprarli. Erano vestiti costosi e al di là di questo quello che mi piaceva era passare la mano su quelle stoffe bellissime, leggere, da principessa. )
Perciò non venite a dirmi che ognuno fa dei suoi soldi quello che vuole. O che io ne faccio solo una questione di soldi.
E' sempre così: la voglia di scrivere mi torna all'improvviso. E che sensazione strana, che strano modo di sentirsi. E' una cosa degli ultimi giorni: mi sento bene quando non dovrei sentirmi bene, mi sento strana, puntualmente, la mattina dopo aver fatto qualcosa che mi piace. E, la maggior parte delle volte, quando la sera faccio qualcosa che mi piace la mattina mi sembra di non ricordarmene. In realtà me ne ricordo ma è come se mi sentissi lontana dalla sensazione, dal benessere di solo poche ore prima.
Così, che strano modo di sentirsi. In un certo senso: con il controllo. Controllo delle cose, anche quelle che non mi piacciono. Prendo per esempio questa serata: in un posto dove non avrei voluto essere, persone da non rivedere, eppure Jane, ti concentri, o meglio non ti concentri, fai entrare il positivo e sbarri la strada al negativo. Prima o poi funziona. Ti lasci andare. Parli con tutti e a chiunque sorridi. (cosa avranno pensato? Sorride? Jane, sorride?). Così presto è ora di andare, la serata è finita. Controllo, perfetto controllo. Eppure. Come una leggerezza, una bella cosa in fondo, ma venata di qualcosa, non so che, un languore. Prendi questa giornata: Salerno, il viaggio in treno, conoscere quattro ragazzi spagnoli, l'aria fresca, cenare con la rucola e con mia madre di buon umore. E questa serata piena di autocontrollo. Eppure, questo strano sottofondo: languore.
Ultimi giorni intensi. I miei erano fuori di nuovo e così abbiamo sperimentato altri cinque giorni di anarchica convivenza Jane-cane-fratello. Il cane si è fatto male, il fratello è stato molto d'aiuto, la casa si riempita di pizze e di persone. Le notti sono state girovaghe, si è dormito un po' dappertutto, amici e il solito cane hanno occupato a turno i vari letti. E tazze di camomilla, dolce, nel cuore della notte. Come a Barcellona. Mattine intrise di sonno, pioggia, l'esame rimandato al 26 quando in pratica era già preparato così da schiudere, inaspettata, una settimana quasi del tutto libera. In più, questo assurdo languore. E due o tre bellissime serate. Ma questo, è un altro post.
Como te hago entender que a nadie extraño más
que nada me hace falta mas q tu presencia
q nada me lastima como lo hace tu ausencia
como te hago entender que a nadie extraño mas
como te hago entender que mi vida sin ti
es solamente tiempo que pasa sin ti
como te hago entender que me faltas como el aire
como el agua para vivir
como te hago entender este sabor amargo,
sabor de derrota que crece en mi boca
cuando tu no estas
como te hago entender que se me rompe el alam y no puedo evitarlo
cuando tu te marchas, cuando no se de ti
como t hago entender que es mas fuerte que yo
que no quise de ti enamorarme
como te hago entender que me faltas como el aire
como el agua para vivir, como te hago entender
como te hago entender este sabor amargo,
sabor de derrota que crece en mi boca
cuando tu no estas
como te hago entender que se me rompe el alma y no puedo evitarlo
cuando tu te marchas, cuando no se de ti
como te hago entender, como te hago entender
Certe cose, quando passa tanto tempo, ed erano vere,
poi dopo le ritrovi.
E rendono meno penoso un penoso incontro.
dedto
Andy, Luca, Francesco, Miss F.

Ci sono sere che ho voglia di fare cose che non si possono fare. Per esempio, ho voglia di parlare. Ma tipo che a mezzanotte passata chiamerei qualcuno (rigorosamente a casa) e lo costringerei a stare due ore al telefono, io che il telefono lo odio. Ancora meglio, andrei a prendere qualcuno in Vespa, e allora parleremmo. Ma parleremmo davvero. Di giorno ci si nasconde molto. Non si dice quello che veramente si vorrebbe dire, non si ha il coraggio di essere quello che veramente si sa di essere. Perfino io che faccio tante storie sono consapevole di fare così. Ma ci sono notti che sarebbe bello buttare tutto fuori, mettere le carte in tavola, smetterla di fingere: fingere di non ricordare, di non avere a cuore, di non restarci male. E poi a volte mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse, chiaro, quello che pensa di me. Non importa che sia bello o brutto, quello che vorrei è uno sguardo limpido, onesto. Ma sono cose che, almeno per ora mi sembra, non si possono fare. Nemmeno quando i genitori sono fuori, tu, tuo fratello e il tuo cane vi accampate insieme in una stanza, e la notte sembra dipinta di una vaga anarchia.
Tornata a casa, senza voglia di restare seduta sui gradini a lasciar passare il tempo in attesa di qualcosa o di qualcuno che ti faccia venire voglia di rimanere. E' un circolo vizioso, quando ti rendi conto che non arriverà nessuno ormai hai aspettato per una serata intera, hai perso tempo, hai perso sonno. E io ho bisogno di tutti e due. Gli altri erano praticamente appena usciti, sarebbero rimasti seduti lì ancora per molto.
Tornando a casa ho pensato che mi sembra di avere la testa aperta, e bolle di sapone che scappano fuori da tutte le parti. Migliaia di idee che non riesco a fermare, ritenere. Sono bolle di sapone e nella migliore delle ipotesi vengono trasportate lontano, contengono arcobaleni e divertono i bambini.

Lo sapevate che in Galles c'è un paese di 1300 abitanti con 40 librerie? Qui da me siamo 60000 e c'è una filiale della Mondadori. L'ho appena sentita al tg2.
Faccio una cosa che non faccio mai: vi consiglio un libro. Vi dico prima due ragioni più oggettive per cui ve lo consiglio, e poi una più soggettiva che è anche la più profonda, e forse la più vera di tutte.

Prima ragione oggettiva: It è terrificante. Certo per prima cosa vi si richiede il coraggio di affrontare 1400 pagine di lettura. Quando l'ho comprato, quello che sarebbe stato il mio futuro ragazzo mi chiese "stai rimodernando casa?", era effettivamente un mattone, anche bello grosso. Ma poi quando lo apri capisci che devi essere molto più coraggioso, perché It non è semplicemente terrificante: di più. Io non avevo mai letto horror prima, ero molto scettica, e dopo It ho capito che ci si può appassionare anche alla paura. E It ti terrorizza, ma in un modo unico. E questo ci porta alla seconda ragione oggettiva.
Seconda ragione oggettiva: Stephen King è un narratore incredibile. La paura di It non sarebbe così totale, senza uscita, raggelante, se non ci fosse alla base di tutto il modo di raccontare di King. I libri di King sono inquietanti. La parola giusta è questa. Il punto è che tutto il libro è inquietante, al di là delle scene veramente terrificanti, è un'inquietudine che non ti lascia mai in pace. E' un genere di narrazione che ti disturba, perché per tutto il tempo ti comunica la sensazione che ci sia dell'altro, dietro quello che stai leggendo, e che quell'altro sia minaccioso. Quando arrivi al momento davvero pauroso, King non te lo fa vedere subito. Te lo mostra un dettaglio infinitesimale alla volta. Come se scoprisse una tela un centimetro per volta, tu sei lì che guardi e ti senti sempre più agitato, ma al momento non sai perché. Solo alla fine, quando ti allontani di qualche passo per guardare meglio, ti rendi conto che la cosa che stai guardando è così orribile che la tua mente si rifiutava, in un primo momento, di mettere insieme i pezzi. E' un narratore che ti trasporta dove dice lui. E tu così, tac: raggelato.
Ma poi c'è la terza ragione. E questa è totalmente incomprensibile a chi ha visto solo il film, e forse già si ritrova nelle prime due, e pensa "Jane non ci dirà nulla di nuovo". E invece no. La verità è che It, in realtà, non è un libro horror. It è un libro sull'infanzia. E quello che c'è veramente nel fondo di It, è una delicatezza, una malinconia straziante per qualcosa di perduto, ma anche gli echi di certi sogni e di una certa magia che nessuno di noi può non ricordare, almeno un pochino. It è un libro su quello che è davvero importante, che possiamo illuderci di dimenticare ma che poi, in un certo momento della vita, ci richiama, ci ricorda che è sempre lì, che è sempre stato lì. Ci ricorda delle promesse di sangue che si fanno a dieci anni dentro a un fortino. Ci ricorda che quello in cui credevamo nell'infanzia era vero. Ce lo ricorda con orrore, così che non ce lo dimentichiamo. E' un libro pieno di misticismo. Il rito di Chud, la sfida mistica tra Bill e It, la creatura, la cosa, la Tartaruga, quella che non ci può aiutare. E' un libro incredibile, quando lo richiudi dopo l'ultima pagina sei sicuro, puoi giurarci, di essere diverso.
"Ragazzi, il romanzesco è la verità dentro la bugia, e la
verità di questo romanzo è semplice: la magia esiste."
(Stephen King)