Di quando si mischiano i colori...

Rewind. Quando mandi indietro il nastro manualmente, si sente una confusione di suoni o si vede una girandola di immagini, coi colori che si mischiano. Qualcuno mi ha chiesto di raccontare e allora io torno all’inizio, ma poi quello che si può fare è solo fermare qualche attimo, qualche scena nel gran caos dei colori mischiati. Blu e scintillante di sole Barcellona, grigia e color sabbia Parigi, sempre inondata di luce bianca senza sole.
Però prima di tutto c’è una cosa che penso da tempo anche se non l’ho mai scritta. Io sono molto cambiata, da Barcellona in poi. E stavolta sono certa che non tornerò indietro. Io non sono più io, anche se pochi se ne sono accorti. Del resto, una cosa non è cambiata. Continuo ad iniziare tutte le frasi con “io”.
Barcellona. Il vento e il caos alla Barceloneta, che solo due mesi fa era un posto silenzioso e intriso di freddo e che si è trasformata nel lungomare dell’Havana. Me ne sto distesa da sola e mi si avvicina un ragazzo brasiliano che ha un accento delizioso, che mi invita ad una festa per il giorno dopo e mi chiede studi qui? e io sì, da sei mesi, che era la mia risposta spontanea e non è vero ma per cinque minuti ci credo di nuovo. Qualcuno alle mie spalle che suona la chitarra e ci giurerei che è Jarabe de Palo. Una serata intera passata seduti in cucina a ricordarsi i cartoni animati di quando eravamo piccoli. E ti ricordi la sigla come faceva, e noi invece in Argentina avevamo un cartone che era una saga di invasori marziani ma un po’soap opera e Hernan per favore che ti guardavi? e Mila e Shiro in Spagna si chiamavano Juana e Sergio, che c’è da ridere? e Xavi ci invita a casa sua a cena e c’è sua madre che ha occhi chiarissimi come i suoi, mi regala un libro in catalano così posso imparare, c’è una dedica nelle prime due pagine in tre lingue diverse e ci siamo io e lui disegnati, io sono un minuscolo omino di tre linee con i capelli ricci. Passeggiamo per la Rambla, passeggiamo nel Raval, passeggiamo al porto, ci sediamo coi gabbiani sospesi in aria in quel loro modo strano e il profumo del mare e io mi ricordo dei Queen e por ti seré gaviota de tu bella mar. Nel pomeriggio nel corridoio di casa si sente gridare a alguien le apetece un vaso de nesquick? e Hernan mi offre latte e nesquick in questa cucina che sembra il set di un film di Almodovar e biscotti al burro, parlando col suo strano accento argentino e non smettendo mai di sorridere.
Poi un paio di abbracci…ma questi restano tra me e la caffetteria, tra me e il traffico della Gran Via e un paio di occhi azzurri appena un po’ troppo scintillanti…
Paris. Arriviamo in una sera fredda e ostile. L’appartamentino di Nico, mio eterno fratello minore d’adozione, è piccolo e disordinatissimo. Con un letto enorme dove dormiamo in tre. Corrado e Daniela vivono con lui, sono gentili e intelligenti, pieni di piccole attenzioni. Io e Nico ci abbracciamo in un angolo di strada parigino immerso in una sera parigina che già racconta di un’atmosfera nuova, ed è un po’ ritrovare un pezzo di casa che eppure lo sapevi che da qualche parte del mondo doveva essersi cacciato. Così girovago, girovago, girovago, e appena posso girovago da sola perché scopro che mi piace da morire, e ovunque entro, ovunque imparo, con chiunque parlo, se posso, le mie uniche tre, quattro parole di francese. Imparo che sulla Senna fa freddissimo e il secondo dopo fa caldissimo. Mi siedo a guardare i battelli che passano e fotografo un uomo rosso e bianco, che fuma una gran pipa. Al parco di Louxembourg bambini francesi giocano a spingere con un bastone barchette a vela in un piccolo lago e io lì che girovago, sempre da sola, e parlo a gesti con i bambini e mi viene da ridere. Entro in ogni boulangerie e pronuncio i nomi dei dolci in un’impossibile francese fatto a pezzi e tarte au fraise e tarte au fromatge e pain au chocolat e flan nature e ogni tipo di dolce esistente e macino chilometri e calorie. Fotografo vetrine, fotografo persone, fotografo la Seine ogni volta che ci passo e mi ritrovo dieci, quindici fotografie perfettamente uguali. A Les Halles c’è il Beaubourg che se ne sta lì come uno che non c’entra niente, a Les Halles c’erano i mercati generali e c’era il ventre di Parigi e poi degli architetti poco più grandi di me hanno fatto il beaubourg che se la ride, pieno di tubi rossi e gialli e blu fra mimi che saltellano e vecchi tetti dimora di gatti. Tutta Parigi è dimora di gatti, quando sali da qualche parte scopri gli abbaini nascosti dappertutto e sei certo che prima o poi abiterai in uno di quelli. E poi c’è Notre Dame. Notre Dame dove Napoleone si incoronò da solo imperatore, dove la dea della Ragione fu messa a sedere in trono, Notre Dame che la Storia ci gettò più di uno sguardo. Notre Dame, Notre Dame, sui tetti di Notre Dame e sui tetti di Parigi con un foulard legato in testa in un giorno freddo, io e i Gargoyle e una grande campana in una stanza di legno e ombra. Parlo francese, parlo inglese, parlo spagnolo, parlo italiano e pensano che io sia spagnola e allora mi parlano in spagnolo e io sto al gioco. Parlo inglese e pensano che io sia inglese e allora dico che vengo da Londra perché negli ultimi tempi rispondo prima di capire quello che sto dicendo. E poi c’è il parco di Belleville, c’è Parigi sotto di noi coperta di nebbia e da dietro gli alberi vengono fuori le giostre, lo scivolo, il ponte sospeso, abbiamo fame e ci fermiamo a giocare come idioti e poi andiamo in cerca di un kebab ma finiamo in un bistrot e mangiamo anatra e gateau mentre Notre Dame è di nuovo lì, fuori dalla finestra. Di sera siamo in un monolocale dove si parlano tutte le lingue e un ragazzo cileno mi racconta di Barcellona, e un ragazzo colombiano canta del corazòn de Paris, e ragazze italiane, svizzere, parigine offrono succo di mela con vodka ed è una cosa che conosco, che succede in tutti i vicoli del mondo dove i ragazzi parlano una lingua strana fatta di altre tre o quattro lingue e si conoscono e diventano amici. E poi girovago, girovago nelle stradine di St.Michel e nelle librerie e ancora sul lungosenna e poi ad un tratto è martedì e Nico dorme ancora e io gli lascio un bacio e salgo in taxi pullman aereo macchina e poi sono di nuovo qui.
Ma con parecchi chilometri in più…